Riflessioni sul concetto di “stati alterati di coscienza”, R. Metzner

Riflessioni sul concetto di “stati alterati di coscienza”, Ralph Metzner Ph. D. (2006)

Per oltre 25 anni ho tenuto conferenze, scritto e tenuto dei corsi, sia al California Institute of Integral Studies che altrove, sugli stati alterati di coscienza e il loro ruolo nella psicoterapia e nelle pratiche spirituali. Sono arrivato a considerare gli stati alterati di coscienza come uno dei tre paradigmi per lo studio psicologico della coscienza, dove gli altri due sono le fasi di sviluppo della coscienza e i livelli o mondi della coscienza. Nel lavorare con il paradigma degli stati alterati di coscienza, ho imparato e sono stato influenzato dalla ricerca e dagli scritti di numerosi colleghi, che sono anche amici, come Charles Tart, Stanley Knippner, Stanislav Grof, Kenneth Ring, Andrew Weil, Michael Harner e altri antropologi che studiano le variazioni inter-culturali della coscienza, studenti dei sistemi orientali dello yoga e della meditazione, e psichiatri ricercatori nel campo degli stati dissociati.

Il concetto di stati alterati è venuto in risalto nella psicologia occidentale negli anni 1950-60, principalmente grazie a due paradigmi rivoluzionari: la scoperta dei REM (rapid eye movements, movimenti oculari rapidi) durante lo stato di sogno nel sonno, dove per la prima volta la registrazione di variazioni fisiologiche poterono essere correlate con attendibilità a uno stato di coscienza soggettivo. Il secondo punto di svolta fu la scoperta dell’LSD e di altre sostanze psichedeliche, delle droghe per l’“espansione della coscienza”, che mostrarono come stati di coscienza profondamente modificati (transformed) e modificanti (transforming) fino a quel momento accessibili sono a pochi individui, potevano essere indotti – con una ragionevolmente alta probabilità – su un largo numero di persone con le dovute preparazioni, protezioni e set-and-setting[1]. Grazie alle scoperte della correlazione tra le variazioni nelle funzioni neurali e le variazioni negli stati di coscienza soggettivi, questa ricerca fece un notevole balzo in avanti, che continua ancor oggi, sviluppando importantissime implicazioni nei campi più diversi come quelli della salute, l’apprendimento, la creatività e la crescita psico-spirituale. Qualcuno potrebbe argomentare che questo approccio – lo studio delle associazioni tra stati cerebrali e stati mentali – è diventato il paradigma dominante nello studio scientifico della coscienza.

Usando il paradigma degli stati alterati di coscienza nei miei corsi, ho trovato utile distinguere tra il contenuto di uno stato di coscienza (pensieri, immagini, sentimenti, percezioni e così via) – che può essere meglio compreso osservando il set-and-setting, o l’intenzione che precede l’entrata nello stato –, e il detonatore o catalizzatore, che produce il cambiamento ad una diversa modalità di funzionamento. Ben noti detonatori o catalizzatori degli stati alterati di coscienza sono le droghe, le induzioni ipnotiche, le pratiche meditative, il tambureggiamento sciamanico, la musica, la natura, il sesso e altri, come anche le normali e cicliche variazioni della chimica cerebrale che ci catalizzano ad “addormentarci” o a “svegliarci”. È anche estremamente utile applicare il paradigma degli stati alterati di coscienza per comprendere gli stati psicopatologici che sono contrattivi (contractive), ossessivi (fixated) e dissociativi (dissociative), con conseguenze negative e tossiche a livello di individui, di famiglie e di comunità, che includono droghe o comportamenti di dipendenza, paura (attacchi di panico), collera (scatti di rabbia), crisi o episodi psicotici, depressione, manie e altro.

Una cosa che causa disagio nella maggior parte delle persone nel considerare o parlare del concetto di “stato alterato”, è che l’implicazione del termine “alterato” sembrerebbe da intendersi come anormale. Com’è possibile allora parlare di uno stato alterato di coscienza come terapeutico, creativo o promotore di una crescita spirituale? Nei miei corsi, ho tentato di superare questo pregiudizio intellettuale evidenziando il fatto che tutti gli esseri umani hanno un’estrema familiarità con delle variazioni profondamente alterate, nel corso di tutta la loro vita normale, durante gli stati che chiamiamo di sonno, veglia e sogno.

Alcuni scrittori hanno tentato di superare le supposizioni negative associate con “stato alterato” proponendo termini come “stato alternativo”, o “stato non-ordinario” o (come nel manuale dell’American Psychological Association pubblicato di recente) “esperienze anomale”. Tuttavia questa strategia lessicale nasconde il punto che alcune alterazioni di stato sono estremamente ordinarie, abituali e familiari. Si dovrebbe considerare il “sogno” uno “stato non-ordinario”? Ed essere “ubriachi” o “depressi”, non sono degli stati piuttosto ordinari? C’è un intero spettro di stati di coscienza, da quello familiare fino all’anomalia estrema, e ciò è vero sia per gli stati positivi, espansivi, sani e promotori di conoscenza come per gli stati negativi, contrattivi, patologici e distruttivi. Che lo stato sia normale o anormale è, in ogni caso, un giudizio culturalmente e storicamente relativo imposto sopra un’esperienza e, pertanto, una questione accademica di nessun valore particolare.

Sono infine arrivato a comprendere il mio persistente disagio con il concetto di “stati alterati”, oltre al fatto che nasconde la distinzione tra stati ordinari e non-ordinari. Ciò ha a che fare con il costrutto passivo di “alterato”, che suggerisce l’idea di qualcosa fatto da un agente esterno. Uno stato indotto da droghe forse poggia questa visione, ma noi dobbiamo ricordare che è l’individuo che sceglie di assumere la droga (eccetto in certe situazioni illegali e moralmente reprensibili), per un certo fine e con l’intenzione di modificare la coscienza. Una persona va a dormire con l’intenzione consapevole di riposare e recuperare le energie. Possiamo anche incubare intenzionalmente un sogno per risolvere un problema.

Per utilizzare gli stati espansivi e positivi per il nostro benessere, la nostra creatività e crescita, abbiamo bisogno di poter riconoscere lo stato in cui siamo e come orientarci in esso per imparare. Per esempio, gli sciamani imparano a utilizzare lo stato del viaggio sciamanico con il suono del tamburo con lo scopo di ottenere conoscenza per curare, risolvere problemi e avere indicazioni. Gli yogi e i meditanti praticano al fine di avere intuizioni (insight). Io credo che così debba essere intesa l’esercitazione buddista della consapevolezza. Con gli stati negativi contrattivi, la nostra preoccupazione principale per noi stessi e per gli altri con cui possiamo operare, è di identificare lo stato in cui siamo, riconoscere come ci sta influenzando (i pensieri, la percezione, il comportamento) e come possiamo orientarci in e al di là di esso in stati più sani e pieni di vita. Credo che un tale atteggiamento sia coerente con l’acuto aforisma di William James: “la mia esperienza è ciò di cui scelgo di occuparmi”. Diventando più consci (consapevoli) della natura dello stato in cui siamo in ogni dato momento, possiamo dislocare l’attenzione in diversi modi e così ampliare il raggio delle scelte che possiamo fare, e assumerci più pienamente la responsabilità dell’impatto di quelle scelte sugli altri e nel nostro mondo.

Pubblicato in AHP Perspective, 2006
Fonte originale: www.greenearthfound.org/write/altered_states.html

Ralph Metzner, Ph. D. si dedica da oltre 40 anni allo studio della trasformazione della coscienza. Insegna al California Institute for Integral Studies dal 1975, di cui è stato per dieci anni anche Preside di Facoltà. Ha scritto The Well of Remembrance, The Unfolding Self, Green Psychology, Sacred Vine of Spirits e Sacred Mushroom of Vision. Ha sviluppato un programma di apprendimento in Alchemical Divination, un metodo di meditazione per ottenere una conoscenza intuitiva dalla Fonte spirituale interiore per curare, risolvere problemi e avere indicazioni. Per informazioni: http://www.greenearthfound.org

Traduzione: Paola

– – – – – – – – – – – – – – –

[1] Set = lo stato mentale della persona che si accinge all’esperienza; e Setting = l’ambiente fisico e sociale in cui si trova [ndt.]

Altro articolo di Ralph Metzner: Cosmologia sciamanica e scienza

Partecipare o aspettare – Entrare nell’invisibile, FMOO

Partecipare o aspettare – Entrare nell’invisibile, FMOO

Essere nel cambiamento offre due possibilità, partecipare o aspettare: partecipare agendo o aspettare subendo.

Subire l’azione vuol dire non cogliere il presente, non capire che si sta perdendo un’opportunità, (in questo caso) irripetibile.

La partecipazione invece rende sincroni con l’azione che venendo incontro determina passaggi che, consentendo approfondimenti, sviluppano capacità nascoste e ancora non considerate. La sincronicità infatti rende accessibile quel che prima non si vedeva; quello che per questo prima non c’era.

Entrare nell’invisibile è un po’ come addentrarsi in un luogo buio (totalmente buio) dove non si vede proprio niente. Inizialmente, perché poi a poco a poco qualcosa comincia a delinearsi. Questione di abitudine.

Abituarsi all’invisibile è innanzitutto accettarlo sapendo che c’è ma non si vede. Capendo che tra dove si guarda e ciò che si vede c’è dell’altro, non focalizzabile per mancanza di percezione.

Cogliere che tra se stessi e quel che si osserva c’è dello spazio (neutro solo perché non si sa che c’è qualcosa), induce a ritrarre lo sguardo come a voler guardare meglio. A cercare gradualmente di stabilire un nuovo approccio visivo.

Questo semplice “gesto” apparentemente insignificante, se coltivato ed applicato con costanza, sposta il centro dell’attenzione visiva (e cioè dove è indirizzato lo sguardo) verso una posizione intermedia tra se stesso (che guarda) e l’oggetto guardato. A prescindere dalla lontananza che esiste tra se e quello che si sta mettendo a fuoco.

Ne consegue che ritrarre lo sguardo, se ci si fa caso, comporta un “aggiustamento” (o perlomeno una variazione) a livello fisico dentro la calotta cranica. Succede che in automatico l’intera struttura attua una variazione, leggera (a livello fisico) ma significativa (a livello morfologico).

Infatti, spostandosi il centro dell’attenzione visiva (la focale) verso l’interno, ne consegue un iniziale sfocamento che, se individuato (centrato), apre la vista in un’altra dimensione.

Cogliere il punto esatto in cui questo avviene è una questione di allenamento visivo. Bisogna infatti concentrarsi non tanto su ciò che si vede che inizialmente destabilizza in quanto (venendo meno i parametri usuali) non si riesce a fissare l’attenzione tra se (che osserva) ed il punto da cogliere, ma sull’assetto cranico da assumere: la visione è una conseguenza.

Inseguendo il risultato attraverso la vista non si ottiene nulla e ci si scoraggia. Anche perché la vista, per sua natura, difficilmente resta fissa ad osservare un punto ben preciso ma è portata a “spaziare”, ad andare oltre per esplorare.

Fissare la vista dipende e presuppone un procedimento diverso. Bisogna adattarla alle esigenze dell’attenzione in modo indiretto: così che “subisca” senza reagire. Così che, docile al controllo, scopra quel che c’è tra il punto di partenza e quello che si vuole osservare. Essendoci sempre spazio, poco o tanto che sia, lo si crede vuoto, neutro per mancanza di riferimenti. E incolore perché non si concepisce ancora l’energia che lo riempie.

Questa energia, vero collante dell’universo, è in ogni cosa, riempie ogni cosa. Dovendo differenziare tra ciò che si concepisce (ormai noto) e quel che pur riempiendo non si concepisce perché non noto.

Scrutare in questo spazio dipende da come ci si pone a livello di struttura fisica. E cioè porsi, fisicamente, nell’esatto modo che lo consente; spostando l’attenzione in un punto ben preciso di modo che la visione diventi una conseguenza non pilotata dagli occhi (come succede ora).

Spostando l’attenzione (la volontà ad essere presente) nella sommità del capo (al centro) si notano immediatamente due aspetti: la calotta cranica assume un assetto diverso dovuto al “sollevamento” dell’attenzione e, per lo stesso motivo, si denota una sospensione del respiro. Come se non ci fosse bisogno di respirare fino a quando, accorgendosene, non si risposta la vigilità più in basso per paure legate alla sopravvivenza: non è possibile vivere senza respirare.

Abituarsi ad entrare in questo stato è una questione di allenamento. Allenamento consequenziale all’individuazione iniziale del punto neutro (che si trova più in basso rispetto alla sommità della testa) che attiva il magnete interiore che, recependo l’attenzione, lentamente la convoglia più in alto (proprio a seguito di dedizione ed allenamento) così da ottenere in seguito l’accelerazione necessaria per raggiungere (dallo interno) la sommità del capo.

I passaggi sono graduali. Progressivi e graduali.

Un’azione, mentre viene concepita, apre a quella successiva. Così che non ci sia solo continuità ma coerenza.

Tutto dipende comunque da come ci si pone nei confronti del nuovo, del non conosciuto.

Se si vuole dare credito alla propria intuizione lasciandole il sopravvento non si conclude nulla. Non si può certo pretendere d’aver capito quando non si sa ancora di cosa si parla.

Pensare d’aver capito frena. Cessa la spinta che porta la mente ad una condizione neutra. Di accettazione verso quel che non sa.

E questo è importante, fondamentale, perché non inibendo la ricezione si continua ad essere canali recepenti attivi.

Partecipare dipende anche ed essenzialmente da questo.—

FMOO

Le sette tappe della morte – Un parto alla fine dell’esistenza?, L. Muller

Le sette tappe della morte. Un parto alla fine dell’esistenza?,  Lydia Muller

da 3ème Millénaire n. 83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

– – – – – – – – – – – – – – –

La mia ricerca sulla fine dell’esistenza ha ricevuto un impulso decisivo da una parte piuttosto inattesa: quello della nascita, il suo polo opposto. Ma morire e nascere, inizio e fine, non vanno di pari passo da sempre?

Le ricerche di Bernard Montaud sui traumi del passato, tra cui il trauma perinatale, hanno confermato(se ne dubitava già) che il parto costituisce una prova maggiore per il bebè. Stanislav Grof, Arthur Janov e molti altri avevano fatto ricerche su quell’argomento. Ma i lavori di Bernard Montaud colpiscono per la loro precisione e le nuove prospettive per il parto. Dopo aver assistito per una ventina d’anni al ricordo cosciente della nascita di più di duecento adulti con la psicanalisi corporea, metodo d’investigazione che fa appello unicamente alla memoria corporea, ha codificato quel processo in sette tappe. Il bambino sarebbe messo a confronto con molte prove e sofferenze fisiche e psicologiche, obbligandolo ogni volta a una soluzione di sopravvivenza. La nascita costituirebbe così una paziente iniziazione alla vita sulla terra.

In cosa quelle tappe della nascita, che svilupperò più avanti, si riferirebbero alla morte? Questo processo ha profondamente colpito la psicoterapeuta dei malati gravi e del morente che io sono, e fa sorgere in me le domande seguenti:

  • Ci sarebbe un parto all’altro capo della vita?
  • Quali sarebbero le tappe?

Due percorsi eroici.

Riflettendo sulla morte, mi è apparsa un’analogia: la nascita e la morte sembrano seguire uno stesso cammino, ma per certi aspetti inverso. L’uno è il percorso eroico del bambino che lascia il suo mondo interiore per raggiungere il mondo esterno; l’altro è quello, anch’esso eroico, del morente, chiamato a staccarsi dal mondo esterno per raggiungere un mondo ai nostri occhi sconosciuto.

L’idea di un neonato insensibile e senza percezioni si è rivelata totalmente falsa. Lui al contrario possiede degli organi di senso estremamente ricettivi che gli permettono di percepire tutto, di sentire tutto, perfino i pensieri delle persone presenti. All’altro capo della vita, quelli che sono giunti ai confini della morte, nel NDE (Near Death Experience, esperienza di morte imminente), testimoniano esperienze paragonabili degli organi dei sensi. Ci ritorneremo.

Ho perciò provato a vedere se c’è una corrispondenza tra il percorso di chi nasce e quello di chi muore. Per mostrare questo parallelismo, ho giustapposto ogni fase della nascita alla fase corrispondente della morte. Non è certo che un mucchio di ipotesi, una nuova griglia di lettura, ma ha il merito di fare un chiarimento su quel momento così essenziale della fine della vita.

Prima tappa della nascita: la “decisione” di nascere.

Ho messo la parola decisione tra virgolette, perché questa fase non è cosciente che raramente nella nostra cultura. Gli etnologi conoscono bene i rituali di certe tribù pellerossa per esempio, dove il vecchio, sapendo che deve morire, chiede di radunare la parentela. Quando, dopo molti giorni di viaggio, sono tutti arrivati, li saluta con un cerimoniale prima di ritirarsi nella sua tenda. “Si presenta” per morire! Da noi, le tracce di quella coscienza della morte vicina mi sono giunte a diverse riprese da testimonianze di famiglie che riguardavano un parente morto di morte improvvisa. Dopo il fatto, si sono ricordati degli incontri affettuosi richiesti dallo scomparso poco prima della morte, una messa in ordine inabituale dei propri affari o strane frasi sulla propria morte, che nessuno allora prendeva sul serio. Elisabeth Kubler–Ross ha descritto molti casi di bambini, le cui parole e disegni annunciavano chiaramente la propria morte, il proprio distacco. Tutte quelle testimonianze dicono la stessa cosa: in una parte di loro, sapevano che “era deciso” di morire. In generale le persone subiscono quella decisione all’apparire di una malattia mortale.

Seconda tappa della nascita:

il lungo corridoio del ventre o la lunga fase delle contrazioni non espulsive. Si sa quando questo comincia, ma non quando finirà. La forza brutale del ventre sottomette il bambino al gioco delle contrazioni. E’ un’immensa prova di durata e d’impegno nello sforzo per andare verso l’uscita. Il bambino non ha che una scelta. Andare con le contrazioni o lottare contro di loro… Ora scopre che se non avanza soffre. Durante questa tappa gioca un potente corpo a corpo con la madre, di cui sente tutti gli stati d’animo.

Seconda tappa della morte: il lungo corridoio delle perdite funzionali.

La fine della vita ha le sue contrazioni, la sua prova d’usura: le perdite funzionali inesorabili punteggiate da qualche tregua più o meno lunga. Le forze brutali della malattia sottomettono il morente al gioco delle diminuzioni e perdite dei ruoli. Ma, se il bambino deve stare nello sforzo, il morente deve imparare a lasciar andare. Come il bambino, il morente non ha come alternativa che lottare contro le perdite, opponendosi pur subendole, o di andare con loro approfittando di ciò che resta. In questa fase, come nel parto, si assiste a un corpo a corpo psicologico tra il morente e i suoi familiari. Egli sente tutte le loro paure, tutte le tensioni confuse con le sue. Questa tappa contiene le differenti fasi del lutto descritto da Elisabeth Kubler–Ross: diniego, rivolta, contrattazione, depressione, le montagne russe della speranza e della disperazione.

Terza tappa della morte: i punti di blocco del me.

E’ la fase cruciale che attiene all’attaccamento affettivo centrale (a un parente, una responsabilità, un ruolo, un bene…). Malgrado il morente abbia già perduto la maggioranza delle funzioni corporee e il suo corpo non sia che un inferno di disfunzioni, lotta con accanimento per mantenere un ultimo controllo sul corpo o sul mondo esterno… Fin là si era rassegnato alle perdite precedenti, ma ora perdere significa perdere tutto, tutta l’identità del me. E, come al bambino, occorre al morente una dose di sofferenza insopportabile per avere il coraggio eroico di sacrificare ciò che ha di più caro, il suo bisogno di essere questo o quello.

Viaggio alle frontiere della morte.

Prima di proseguire con le tappe extrauterine, devo precisare che quelle fasi mi hanno dapprima interessato per il loro parallelo con certe esperienze molto particolari che sopravvengono alle frontiere della morte: le NDE. Il vissuto riportato da persone dichiarate clinicamente morte per un arresto cardiaco o respiratorio, per esempio, somigliano alle tappe 4, 5 e 6 di una morte per parto cesareo, cioè senza le contrazioni di una decadenza fisica preliminare.

Ma riassumiamo rapidamente lo svolgimento delle principali fasi di una NDE. Dapprima il morto si trova proiettato fuori dal corpo, ondeggiando al di sopra di questo in uno stato di benessere, senza alcuna emozione o interesse per lui. Vede e sente tutta la scena che si svolge, di cui testimonierà più tardi con una precisione stupefacente. Meglio, come se un velo gli fosse caduto dagli occhi, percepisce perfino i pensieri delle persone presenti. Poi attraversa un tunnel nel quale può incontrare parenti già deceduti. All’altro capo del tunnel, vede il film della sua vita nei minimi dettagli e in visione panoramica. Percepisce d’un tratto la vera portata dei suoi atti e vive il loro impatto sugli altri. Ora tutti riportano che il solo giudizio presente è il loro. Nella fase seguente, vissuta da circa il 10% dei soggetti, si trovano tuffati in una luce indicibile. La parola che torna costantemente è l’Amore incondizionato mai incontrato sulla terra. Vivono il Perdono ultimo, quando la loro imperfezione umana incontra l’Amore assoluto. Questa esperienza è di una tale potenza che più niente al mondo li attira.

Pertanto, avendo raggiunto un certo limite, devono cambiare cammino e indossano di nuovo lo scafandro del loro corpo.

Attualmente, 8 milioni di testimonianze nel mondo attestano quello svolgimento nelle sue grandi linee a diversi gradi.

Potrebbe darsi che i “quasi morti” della NDE vivano in un tempo concentrato ciò che l’agonizzante vive in modo diluito in molti giorni? Le NDE ci sembrano indicare che il morente guarda sempre più lontano, come attraverso una vista lunga: dapprima il suo corpo e gli umani attorno, poi tutta la sua vita passata, per infine intravedere una dimensione molto al di là dell’umano. Nel processo della nascita descritto da Bernard Montaud, al contrario, il bambino vedrebbe sempre più vicino; dapprima le condizioni terrene, poi la condizione umana in generale e infine l’interiorità della propria madre. Ho provato a comprendere le mie osservazioni vicino ai morenti alla luce di quel nuovo chiarimento.

Ma riprendiamo il processo delle tappe extrauterine, precisando che, nel bambino come nel morente, possono essere mescolate tra loro.

Quarta tappa della nascita: l’uscita dal ventre.

Il bambino lascia il ventre della madre, pur restandovi attaccato con il cordone ombelicale. Vive dapprima un gran sollievo, il piacere di un’improvvisa libertà, seguito dall’incontro brutale delle condizioni terrene come l’aria fredda, la luce violenta, i rumori.

Quarta tappa della morte: l’uscita dal me.

A partire da questa tappa il morente entra nello stato chiamato agonia, mentre il suo spirito guadagna in altezza di vista. La fine delle identificazioni, ma soprattutto il fatto d’avere abbandonato la presa, gli danno un senso di sollievo e di libertà. Staccato dai ruoli, entra in una grande distanza emozionale che lo porta al di sopra della mescolanza umana.

Mentre in questa fase il bambino subisce il mondo fisico, il morente subisce il mondo psichico di chi lo circonda, il tormento affettivo, le afflizioni e i sensi di colpa. “Loro non piangono la mia morte, ma piangono perchè li lascio. Quando si muore il peggio è il peso dei vivi”, diceva una paziente dieci giorni prima di morire.

Quinta tappa della nascita: l’incontro con l’imperfezione umana.

In questa fase, il neonato è curato dall’ostetrica. E’ il suo primo incontro con un campione umano che certo è professionale, ma senza legame d’amore. Il cordone è tagliato e lui scopre la condizione umana: la dissociazione del corpo dalla mente. Gli umani hanno tutti la stupefacente facoltà di essere presenti con il corpo e altrove con la testa. Lui soffre terribilmente di essere toccato da mani assenti e vuote. Così, focalizzandosi su quello che non ha nessuna importanza per lui, come i suoi piedi o il suo corpo, chi lo accudisce lo fa oggetto delle sue cure, dove solo il corpo ha importanza ai suoi occhi.

Quinta tappa della morte: vedere la propria imperfezione o il bilancio della vita.

A differenza del bambino che incontra l’imperfezione della nostra umanità così divisa e incosciente, il morente incontra la totalità della propria vita con tutta la sua imperfezione. Come nelle NDE è davanti alle motivazioni e alle conseguenze vere delle sue azioni. Durante l’agonia, i morenti non parlano più molto e raramente dicono a cosa si trovano confrontati in quella revisione della loro vita. A volte osserviamo una certa agitazione, a lamenti o semplicemente vediamo che non arrivano a morire. A volte ci sono alcune parole udibili, come quelle di una morente a una figlia handicappata che aveva sofferto della sua distanza e della sua durezza: “Dio mio, come hai dovuto soffrire!”

Sesta tappa della nascita: l’amore condizionato dei genitori.

Il bambino è portato alla sua mamma. Mentre aveva sperato che i genitori fossero diversi dalle levatrici, scopre il loro amore così imperfetto, così condizionato paragonato all’incondizionato e alla perfezione dell’esperienza intrauterina. Per la prima volta, il neonato scopre che ignorano tutto di lui e di ciò che sta attraversando. Non è visto per quello che è, perché esiste solo nel loro mondo di proiezioni e di desideri. Ha già il suo posto nello scacchiere familiare, con il compito di riunire o separare la coppia parentale, di procurare alla madre importanza agli occhi del marito o di essere colui che è sempre di troppo… Quella percezione porta il neonato al limite della resistenza nervosa. Per preservare l’equilibrio psicologico, sarà obbligato a usare il suo primo meccanismo di difesa. E’ il senso della tappa seguente.

Sesta tappa della morte: l’Amore o l’assenza d’Amore.

Questa fase dovrebbe essere l’incontro con la luce d’Amore delle NDE. Ora, solo il 10% dei soggetti delle NDE raggiunge quell’Amore, non ce ne sono di più negli agonizzanti. Non posso che sollecitare l’importanza dell’amore tra il morente e i suoi cari. Come molti assistenti, ho io stessa visto agonie che non finivano mai e, appena una data persona andava al capezzale del morente, lui si spegneva. In assenza dell’amore interno, questo deve venire da fuori, dai parenti e dagli assistenti. Ma succede anche che ci si trovi di fronte a un viso così raggiante e sereno che una presenza luminosa nascosta ai nostri occhi è indubitabile.

Settima tappa della nascita: l’installazione dello schermo o la chiusura dei grandi organi di senso per percepire meno e soffrire meno in questo mondo.

Perdendo i “grandi occhi” non è più nel mondo, ma nel “suo” mondo. Il traumatismo della nascita sembra avvenire per migliorare le condizioni del parto, perché la più gran sofferenza viene attraverso l’umano. Così l’impronta di quella sofferenza prima e unica diviene la base della sua personalità, anch’essa unica, e attraverso di lei sente di esistere. Tutta la vita l’essere umano tenta di difendersi contro quel primo dolore, pur riproducendolo inesorabilmente, come per ritrovare i propri riferimenti originali.

Settima tappa: la morte o il togliere lo schermo.

Non occorre alcuna spiegazione.

La testa in avanti o all’indietro.

In conclusione, quel processo ci chiarisce sulle diverse difficoltà inerenti alla morte, ma anche su certi vantaggi Ne ho rilevati alcuni :

–   Se il 97% dei neonati nella nascita si presentano con la testa in avanti, solo il 3% all’indietro, la proporzione è invertita, mi sembra , alla fine della vita. Una piccolissima parte di persone comincia la morte “con la testa in avanti”, con un “si, vado!” . La maggioranza si presenta all’indietro. La ragione principale di quella differenza mi pare essere nel fatto che il bambino è a termine, mentre la maggioranza dei morenti non si sentono né pronti né compiuti ed è logico che rifiutino la morte. E se la lotta contro le contraddizioni servisse a guadagnare del tempo per andare allo scopo di ciò che si ha da compiere sulla terra!

  • La percezione del dolore è strettamente legata al senso o all’assenza di senso. Una donna potrebbe sopportare le contrazioni dolore del parto, se non conoscesse il loro senso: la dilatazione del collo uterino perché il bambino possa nascere? E non è l’assenza di senso che rende insopportabile la fine della vita, intollerabile la degradazione fisica?
  • Nella seconda tappa, quella delle contrazioni del corpo decadente, incontriamo la lotta accanita contro la malattia, la speranza di guarire e la disperazione dell’aggravamento.

Si dice che la speranza fa vivere, direi piuttosto che fa durare.

Il giorno in cui un medico ha detto a una paziente leucemica che non c’era più nessun trattamento possibile, ha esclamato: “Finalmente è finito l’inferno della speranza!”; è diventata calma e distesa, non esprimendo più che i desideri di ciò che voleva ancora prima di morire. Approfittare di quello che resta, ecco il grande vantaggio che permette davvero di vivere in questa fase.

  • La tappa dei punti di blocco sembra intimamente legata alla capacità o no di lasciar andare o di accettare di perdere per vincere altrove. Le perdite servono, come le contrazioni uterine, a preparare un passaggio, ma per il quale non si passerà che spogliati di tutto. Per l’ego è impossibile vedere un senso al di là della sua persona. E meno ha un senso, più la lotta sarà accanita e più bisognerà reggere un dolore insopportabile per lasciar andare, Ora, è evidente che più la sofferenza è grande, più la tentazione del suicidio o dell’eutanasia sarà forte. Invece di uscire dal me verso un nuovo stato di coscienza, prenderà la via della disperazione.
  • Credo che la vicinanza della morte abbia la virtù di spingere l’uomo verso il meglio di sé; grazie all’imminenza della morte, diventa capace di dire o di agire in un modo prima impensabile. Il vantaggio per il morente e i suoi cari mi pare di andare all’apice dell’amore possibile. Ma il principale vantaggio sta secondo me a monte del processo del morire. Infatti, se il 20° secolo ha iniziato la preparazione al parto durante la gravidanza, non succederà nel 21° secolo di iniziare nel corso della vita una preparazione al parto finale?

Fonte: http://www.sviluppocoscienza.it/Lydiax.htm

Ispirazione, C. Pinkola Estes

Ispirazione, Clarissa Pinkola Estes (2011)

Amici miei, non smarrite il cuore. Noi siamo stati fatti per questi tempi. Ultimamente ho sentito che molti sono profondamente confusi, e con ragione. Sono preoccupati per le vicende del nostro mondo di oggi. Sono tempi, i nostri, di stupori quotidiani e di rabbia spesso giustificata per il degrado ultimo di ciò che maggiormente sta a cuore alle persone civili e idealiste.

Avete ragione nelle vostre valutazioni. Il prestigio e la presunzione alle quali alcuni si sono ispirati nell’approvare atti efferati contro bambini, vecchi, la gente semplice, i poveri, gli indifesi, i bisognosi, toglie il fiato. Nonostante ciò, vi sollecito, vi chiedo, vi domando per favore di non inaridire lo spirito piangendo questi tempi difficili. Soprattutto non perdete la speranza. Specialmente perchè siamo stati fatti per questi tempi. Sì. Per anni abbiamo imparato, praticato, ci siamo allenati proprio in attesa d’incontrarci esattamente sul campo di questo impegno…

Sono cresciuta nella zona dei Grandi Laghi e so riconoscere una barca capace di tenere il mare quando ne vedo una. In quanto ad anime risvegliate, in acqua non ci sono mai state barche più capaci  di quanto ce ne siano ora nel mondo. E sono tutte molto ben equipaggiate e capaci di inviarsi segnali l’un l’altra come mai nella storia dell’umanità… Guardate oltre la prua, ci sono milioni di barche di anime virtuose con voi in acqua. Anche se la vostra superficie è sferzata da ogni onda in questa tempestosa agitazione, vi assicuro che le lunghe assi di legno che compongono il vostro scafo provengono da una foresta più grande. E’ risaputo che il legno ben venato tiene testa alle tempeste, resiste, regge e avanza nonostante tutto.

In ogni periodo buio c’è la tendenza a perdersi d’animo per quanto è sbagliato o non guarito nel mondo. Non focalizzatevi su questo. C’è anche la tendenza a indebolirsi indugiando su ciò che è fuori dalla propria portata, su ciò che non può ancora esserci. Non focalizzatevi lì. Questo è mancare il vento e non alzare le vele. Noi siamo necessari, ecco tutto quello che possiamo sapere ora.  Ed anche se incontriamo resistenza, più sarà così più incontreremo grandi anime che ci saluteranno, ameranno e guideranno, e le riconosceremo quando compariranno. Non avevate detto di credere? Non avevate detto di ascoltare una voce più grande? Non avevate chiesto la grazia? Non vi ricordate che essere nella grazia significa sottomettersi a una voce più grande?…

Il nostro compito non è quello di fermare il mondo intero tutto in una volta, ma quello di prodigarsi per migliorare la parte del mondo nel nostro raggio d’azione. Ogni piccola e pacifica cosa che un’anima può fare per aiutare un’altra anima, per assistere una parte di questo povero mondo sofferente, sarà d’immenso aiuto. Non ci è dato sapere quale sarà l’azione o chi farà in modo che la massa critica penda verso il bene durevole. Ciò di cui c’è bisogno per un cambiamento sostanziale è una miriade di azioni, aggiungendo, aggiungendo ancora, aggiungendo di più, in continuazione. Sappiamo che non tocca a “tutti sulla Terra” portare giustizia e pace, ma solamente a un piccolo e determinato gruppo che non si arrenderà alla prima, alla seconda, o alla centesima raffica di vento.

Una delle azioni più rasserenanti e potenti che potete fare per intervenire in un mondo in tempesta è stare in piedi e mostrare la vostra anima. Un’anima sul ponte nei momenti bui risplende come l’oro. La luce dell’anima lancia scintille, emette bagliori, fa segnali di fuoco, attizza ciò che è appropriato. Mostrare il faro dell’anima in tempi oscuri come questi – essere tenaci e mostrare compassione verso gli altri – sono entrambe azioni di immenso ardimento e grandissima necessità. Le anime angosciate prendono luce dalle altre anime che sono completamente accese e che la mostrano spontaneamente. Se volete calmare il tumulto, questa è una delle cose più potenti che potete fare.

Ci sarà sempre un momento in cui vi sentirete scoraggiati. Io stessa ho provato lo scoraggiamento molte volte nella vita, ma non gli tengo il posto, non lo prendo in considerazione. Non gli permetto di mangiare nel mio piatto. Il motivo è questo: fin nelle ossa so una cosa, come la sapete voi. Ed è che non ci può essere disperazione quando ricordate il perché siete venuti sulla Terra, di chi siete al servizio e chi vi ha mandato qui. Le buone parole che diciamo e le buone azioni che facciamo non sono nostre: sono parole e azioni dell’Uno che ci ha portati qui. Con questo spirito, spero che scriverete questo sulla vostra parete: “Una grande nave ormeggiata nel porto è indubbiamente al sicuro. Ma non è per questo che le grandi navi sono state costruite”.

Che questo vi giunga con molto amore e con la preghiera di ricordare da chi voi venite e perché siete venuti su questa bellissima e necessaria Terra.

Clarissa Pinkola Estes, Ph.D.

Estratto dal sito: www.huna.org

Traduzione a cura di * Paola * per Stazione Celeste Newsletter

I Ching, Augusto Shantena Sabbadini (conversazione) (audio)

L’I Ching, conversazione con Augusto Shantena Sabbadini – Registrazione audio dal programma “Uomini e Profeti” / Radio 3, 12/02/2011

Augusto Shantena Sabbadini – è un traduttore, fisico e scrittore italiano. Ha lavorato come fisico teorico presso l’Università di Milano e l’Università della California. A Milano si è dedicato ai fondamenti della fisica quantistica, concentrandosi sulla descrizione del processo di quantum di osservazione, un problema che mantiene il suo fascino fino ad oggi. In California ha contribuito all’identificazione del primo buco nero. Nel 1990 è stato consulente scientifico per la Fondazione Eranos, un centro di ricerca est-ovest fondato sotto la guida di C.G. Jung nel 1930. In questo contesto ha studiato i classici cinesi sotto la guida del sinologo olandese Rudolf Ritsema e prodotto varie traduzioni e commenti, tra cui il Yijing e la Daodejing. Dal 2002 è direttore associato del Centro Pari per New Learning, un istituto di istruzione alternativa situato nel piccolo borgo medievale di Pari, Toscana, Italia. Insegna corsi brevi presso la Schumacher College e conduce workshop sul Taoismo, la fisica quantistica e la Yijing come strumento di introspezione. [da Wikipedia.it]

Riferimenti: http://www.shantena.com

– – – – – – – – – –

Homo Deus, Y. N. Harari (Libro)

Homo Deus: Breve storia del futuro, Yuval Noah Harari – Edizioni Bompiani

Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare Homo sapiens in Homo Deus. E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna? Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia, e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo. Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?

Indice

1. Il nuovoprogramma dell’umanità

Parte Prima: Homo Sapiens alla conquista del mondo (Qual è la differenza tra gli umani e gli altri animali? Come ha fatto la nostra specie a conquistare il mondo? Homo sapiens è una forma di vita effettivamente superiore o soltanto il bulletto del quartiere?) 2. L’Antropocene – 3. La scintilla umana          

Parte Seconda: Homo Sapiens dà un senso al mondo – (Quale genere di mondo hanno creato gli umani? In che modo gli umani si sono persuasi che non solo controllano il mondo, ma anche gli danno senso? In che modo l’umanesimo– la venerazione del genere umano – è diventata la religione più importante?) 4. I narratori – 5. La strana coppia – 6. Il moderno patto di alleanza – 7. La rivoluzione umanista                              

Parte Terza: Homo Sapiens perde il controllo – (Gli umani possono continuare a governare il mondo e a dargli un senso? In che modo la biotecnologia e l’intelligenza artificiale minacciano l’umanesimo? Chi potrebbe raccogliere l’eredità del genere umano, e quale nuova religione potrebbe prendere il posto dell’umanesimo?) 8. Una bomba a orologeria in laboratorio – 9. La grande separazione – 10. L’oceano della coscienza – 10. La religione dei dati

Articolo correlato: L’uomo ha vinto perchè sa immaginare ciò che non si vede, Y. N. Harari