Come cerca lavoro uno stoico?, M. Pigliucci

Come cerca lavoro uno stoico?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Al momento sono uno studente prossimo alla laurea e sono curioso di sapere come uno stoico si approccerebbe alla questione della ricerca di un lavoro. Nel cercare un lavoro a tempo pieno, ho preso coscienza della tripartizione del controllo e quindi riconosco che quasi tutto il processo di assunzione (quando/se vengo chiamato per un colloquio, se ricevo l’offerta, ecc.) sono completamente al di fuori del mio controllo. Mi sono anche reso conto che sono pochi i momenti chiave dove sono io ad avere il controllo: uno è la posizione per cui mi candido, e l’altro se accetto o meno l’impiego (se mi viene offerto).

“Dal mio punto di vista, queste sembrano essere delle decisioni totalmente sotto il mio controllo, ma non mi è chiaro come dovrei ragionare su queste decisioni. Il campo di mio interesse (ingegneria elettrotecnica) è fantastico perché pieno di opportunità e molti percorsi diversi di carriera. Tuttavia, la gran quantità di opzioni può essere un bel problema. A quale settore dovrei rivolgermi? Devo candidarmi in una piccola impresa? Oppure in una grande azienda? Devo fare domanda per le posizioni che mi sembrano interessanti o confacenti, oppure dovrei semplicemente candidarmi per una posizione qualsiasi e accettare la prima buona occasione che mi viene offerta?

Il mio Epitteto interiore mi dice di prendere quel che viene più semplice per apprendere e imparare e star bene, ma trovo difficile abbandonare il controllo che ho. Vorrei servire la società al mio meglio, quindi mi sento di dover mirare alto piuttosto che soddisfare le mie sole necessità. Hai qualche suggerimento su come applicare i principi stoici per aiutarmi a chiarire su cosa dovrei focalizzarmi?”

Massimo Pigliucci – Penso che ci siano tre modi per approcciare il tuo problema dal punto di vista stoico. Uno richiama il concetto degli indifferenti preferibili; il secondo riconduce alla disciplina dell’azione e alla correlata virtù della giustizia; e il terzo è quello di cui ho parlato già in questo blog, e su cui sto preparando una serie articoli: l’etica del ruolo di Epitteto.

Iniziamo con l’ovvio: gli indifferenti preferibili [1]. Non soltanto quale lavoro riuscire a ottenere, ma anche con quale lavoro iniziare è, naturalmente, un indifferente preferibile. Come sono certo che tu sappia, ciò non significa che ciò non sia importante, ma solo che la tua professione, o anche l’ottenimento di una professione, non influenzerà la tua integrità morale e la tua pratica delle virtù. Come ho detto, a meno che non tu voglia diventare un cinico, bisogna lavorare e sarebbe preferibile che il tuo lavoro abbia certe caratteristiche, in termini sia di preferenze per te che per la società in generale.

Questo mi porta al secondo punto: la disciplina dell’azione e la virtù della giustizia [2]. Per gli stoici, giustizia significa trattare gli altri con rispetto e cortesia, e più in generale cercare di essere utili alla società in generale. Ecco, per esempio, cosa dice Marco Aurelio:

“Fa’ quanto è necessario, e quanto la ragione d’un individuo nato per vivere in società esige e in quel modo che esige.” (Ricordi, IV.24) [3]

“Dove è il suo fine, là è pure l’utile e il bene di ognuno. Ora, il bene dell’essere ragionevole è la società.” (Ricordi, V.16) [3]

Questo dovrebbe dirti che, le altre cose essendo uguali, un lavoro utile per la società è meglio di uno che non sia socialmente utile in modo particolare. Ciò significa che un approccio di sola soddisfazione non è abbastanza buono. Infatti, tu stesso dici chiaramente che vuoi sentirti socialmente utile. Quindi non desideri semplicemente accettare un lavoro qualsiasi, e neppure vuoi impegnarti in una professione incurante dei suoi effetti sulla società in generale. Ora, stiamo parlando di ingegneria elettrotecnica ed io non sono sufficientemente esperto in questo campo per darti un parere più mirato. Ma per comprendere ciò che intendo, immaginiamo invece che il tuo campo sia la medicina. Qui potresti classificare le diverse specialità secondo un valore sociale, dove – per esempio – la remunerativa chirurgia plastica rivolta alle celebrità finirebbe ai piedi della scala, mentre lavorare sul campo per una ONG come Medici Senza Frontiere starebbe probabilmente molto in alto. Naturalmente, non tutti sono tagliati per lavorare con Medici Senza Frontiere, così potresti cercare alternative che sono più confacenti alla tua personalità e alle tue preferenze, e che siano comunque le più alte possibili in termini di valore sociale. Ha senso per te osservare in tal modo le opzioni disponibili nel tuo campo?

Ora che abbiamo parlato di personalità e preferenze, passiamo al terzo approccio: l’etica del ruolo. Ho appena terminato di leggere un libro affascinante di Brian Johnson, The Role Ethics of Epictetus: Stoicism in Ordinary Life (L’etica del ruolo di Epitteto: lo Stoicismo nella vita quotidiana, ndt) [4]. Sto pianificando una serie di articoli per il blog che trattano alcuni capitoli del libro, ma – se vuoi – nel frattempo puoi dargli un’occhiata.

Il punto principale trattato da Johnson è che se da una parte Epitteto accetta l’etica stoica standard strutturata in termini di virtù, e naturalmente illustra chiaramente la distinzione tra le tre discipline (desiderio, azione e assenso), elabora anche un ulteriore approccio piuttosto originale che si basa sulla molteplicità dei ruoli che interpretiamo nella società.

L’idea della valenza etica dei ruoli non era nuova agli stoici. Per esempio, Cicerone l’ha illustrata nel De Officiis, che si basava su un’opera ora perduta del medio stoico Panezio (maestro di Posidonio, che fu a sua volta un maestro di Cicerone) dal titolo “Sul dovere”.

Cicerone/Panezio propone un’analisi dell’etica in termini di quattro ruoli (personae) che ciascuno di noi può interpretare: 1) in quanto essere umano, 2) in termini di personalità, 3) in funzione dello stato sociale, e 4) in termini di scelta di carriera. Puoi far riferimento al capitolo 8 del libro di Johnson e, in particolare, cosa ha da dire sul ruolo (4).

Tuttavia concordo con Johnson che il valore dei ruoli in Epitteto è molto più ampio e più sofisticato di quello offerto da Cicerone/Panezio, per cui parlerò brevemente di questo, rimandandoti nuovamente al libro o, almeno, ai miei prossimi articoli, per saperne di più.

Per Epitteto, il primo e fondamentale ruolo per noi è quello di essere umano (similmente al ruolo (1) di Cicerone/Panezio). In quanto esseri umani, dobbiamo servirci della nostra facoltà di prohairesis (volizione/volontà) per esprimere giudizi corretti su ciò che è e non è sotto il nostro controllo, così come su ogni altra materia su cui abbiamo delle “impressioni” per le quali dobbiamo dare o negare l’assenso. Per quanto riguarda il tuo problema, ciò conferma fondamentalmente il mio consiglio precedente: pensare al lavoro come indifferente preferibile, e in questo senso cercare di scegliere una carriera che sia la più virtuosa possibile (in termini di giustizia, in modo particolare).

Epitteto, poi – a differenza di Cicerone/Panezio – non prosegue dandoci un elenco di ruoli, poiché ve ne sono molti (es. padre, figlio, collega di lavoro, capo, amico, compagno, funzionario pubblico, e così via). Piuttosto, ci dà dei criteri per individuare i nostri ruoli specifici e giudicare se stiamo “interpretandoli” bene.

I criteri di Epitteto sono: a) le nostre particolari capacità naturali; b) le nostre relazioni sociali (sia naturali, come genitore o figlio, che acquisite, come di coniuge o vicino di casa); c) le nostre scelte personali (che entrano nell’equazione quando le nostre capacità ci consentono di perseguire più di una carriera possibile); e d) il segno “divino” (o, nel linguaggio moderno, la sensazione di avere una particolare “vocazione”).

Presumo che tu abbia già preso in considerazione il punto (a). Dopotutto, uno non cerca di perseguire una carriera nel campo dell’ingegneria elettrotecnica se non è, diciamo, bravo in matematica e fisica, come pure in un ambito pratico. Presumo anche che tu abbia già tenuto conto del punto (c), cioé l’aver scelto questo campo specifico preferendolo ad altre professioni che le tue capacità ti avrebbero permesso di seguire.

Metteremo da parte il punto (d) poiché per Epitteto è chiaro che pochissime persone sentano una “chiamata” e, da quanto scrivi, a me non pare che tu l’abbia sentita (ma potrei sbagliare, naturalmente!). Il classico esempio di qualcuno che ha avuto una vocazione per seguire una vita particolare è Socrate, anche se penso che è così che descriverebbero la cosa molti artisti e scrittori, ed anche degli scienziati (come me).

Quindi ci rimane il punto (b) e pensare alla domanda secondo le tue relazioni sociali. Quest’ultima potrebbe essere utile per te in quanto citi, per esempio, l’alternativa di lavorare per una piccola o per una grande impresa. In entrambi i casi, avresti il ruolo di impiegato (e, alla fine, anche di capo). C’è qualcosa nella tua personalità che ti fa pensare di essere in grado di assumere meglio questo ruolo in un ambiente rispetto all’altro?

Un altro modo di testare il punto (b) è indirettamente. È possibile che a un certo punto desidererai una relazione a lungo termine (se già non ne hai una) e forse dei figli. Ciò aggiunge uno o due altri ruoli al tuo portfolio: partner e padre. Quanto la tua professione influenzerà in meglio (virtuosamente) la tua capacità di interpretare questi ulteriori ruoli? Queste sono tutte buone domande da tenere a mente mentre rifletti sulle tue scelte.

Johnson dice che l’etica del ruolo di Epitteto schiera in prima linea la pratica dell’auto-analisi, e mi sembra che tu sia in un momento della tua vita dove l’auto-analisi è cruciale. Hai già iniziato questo processo, e spero che le considerazioni di cui sopra ti aiutino a proseguire. —-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: How does a Stoic do job hunting?

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Note

[1] The Stoic spectrum and the thorny issue of preferred indifferents

[2] The discipline of action and the virtue of justice

[3] Marco Aurelio, Ricordi, Einaudi (ndt)

[4] The role of ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life

Il perdono secondo lo stoicismo, M. Pigliucci

Qual è il pensiero degli Stoici sul perdono?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

K. scrive: “La mia domanda ha a che fare con il concetto di perdono secondo lo Stoicismo. Sono stata sposata con mio marito per vent’anni, ma nel corso degli ultimi anni il suo comportamento diventò violento. Questo comportamento coincise con il ricevimento di una eredità di un fondo fiduciario considerevole. Chiesi il divorzio dopo un incidente che vide il suo arresto e la mia ospedalizzazione. Subito iniziai a cercare uno psicologo, sia per me che per i miei figli, per gestire il trauma e andare avanti nel modo più sano possibile. Non mi aspettavo per nulla di ricevere un corso introduttivo allo Stoicismo. Da questo psicologo capii che non spettava a me esercitare un controllo sul comportamento di mio marito (non dovevo essere biasimata e non dovevo aspettarmelo; solo lui era il responsabile delle sue azioni), ma di valutare il rispetto verso me stessa più del denaro e dei beni materiali (gli accordi del divorzio verso di me furono briciole e la sua eredità non rientrava nella comunione legale), e di concentrarmi sulla relazione con i miei figli e l’esempio che avrei dato loro.

“Ora, cinque anni dopo, la mia domanda è: cosa significa perdonare per chi pratica lo Stoicismo? Il mio ex-marito ha detto a tutti (anche ai nostri figli) che vorrebbe che fossimo amici, ma che io sono “piena di rabbia e rifiuto di perdonarlo”. Questo per me non ha senso. Quando c’è stata l’occasione, ho spiegato che se lui mi avesse chiesto perdono, certamente glielo avrei dato; ma in realtà per me non cambierebbe nulla. Il perdono non è un gomma magica che cancella i fatti. Per me, il perdono è essere gentile verso qualcuno che riconosce di aver sbagliato, non un accordo dove si finge che nulla sia successo. Nelle rare occasioni in cui lo incontro, dimostro al mio ex-marito la stessa cortesia che avrei verso un qualsiasi estraneo. Pratico l’indifferenza e mi concentro sulla mia serenità interiore. Abbiamo entrambi un rapporto affettuoso verso i nostri figli, ma del tutto separati. Sì, abbiamo avuto tre figli e molti begli anni insieme, ma gli anni belli cancellano quelli brutti? E il brutto nega il bello? Secondo me, non è veramente importante. Dovessimo incontrarci oggi, non avremmo nulla in comune. Io insegno in una scuola pubblica, vivo semplicemente e sono affezionata alle mie amicizie. Lui non lavora, vive una vita d’indulgimento ed è attaccato al suo denaro.

A me non interessa “essere amici per il bene dei figli” perché io e lui abbiamo valori differenti. Tutti i filosofi stoici ci invitano a scegliere i nostri amici saggiamente, così da non cadere sotto infelici influenze. Dimmi… sono una donna “piena di rabbia” che si “rifiuta di perdonare”, o sono una donna coerente con i suoi principi, pur sapendo che altri mi possono giudicare non bene? La mia pratica dello stoicismo mi fa comprendere che se io desidero migliorare, allora devo essere soddisfatta che pensino che io sia sciocca e stupida (o piena di rabbia e inclemente!). È cosa virtuosa giungere a compromessi con i miei valori solo per cercare di far sentire gli altri più a loro agio o affinchè modifichino la loro opinione verso di me? No. Perché dovrei frequentare qualcuno che ha provato di non condividere ciò in cui credo e che per me ha un profondo valore?”

Massimo Pigliucci – Mi sembra che tu abbia già un’idea piuttosto chiara di ciò che uno stoico farebbe in tale situazione, e tu lo stai facendo. Tuttavia, ampliamo un po’ il discorso sul perdono in generale dal punto di vista stoico.

Per iniziare: sì, è corretto che un modo appropriato di pensare al perdono sia il mostrare cortesia verso qualcuno che ha riconosciuto di aver sbagliato, e non un accordo dove si finge che non sia successo nulla. Poi, dici che se lui chiedesse il tuo perdono, tu certamente glielo daresti. La mia indicazione è che la modalità stoica di agire è di andare anche oltre, e concedergli il perdono a prescindere che lo chieda o meno; questo per via del principio generale che le persone non agiscono male perché vogliono essere cattive, ma per amathia, o mancanza di saggezza. Come Marco Aurelio ci ricorda:

“Al mattino comincia col dire a te stesso: incontrerò un indiscreto, un ingrato, un prepotente, un impostore, un invidioso, un individualista. Il loro comportamento deriva ogni volta dall’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male. (…) Quanto a me, ebbene, io non posso ricevere danno da nessuno di essi, perché nessuno potrà coinvolgermi in turpitudini, e nemmeno posso adirarmi con un parente né odiarlo. (Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, II.1) [2]

In un certo senso, penso che la posizione stoica è che perdonare è il modo in cui automaticamente agisce la persona saggia:

“È tipico di chi non ha alcuna educazione filosofica addossare agli altri la colpa dei propri mali; del filosofo alle prime armi prendersela con se stesso; del saggio esser libero da qualsivoglia senso di colpa.” (Epitteto, Enchiridion, 5) [2]

Questo passaggio di Epitteto sembra stabilire una progressione di auto-miglioramento morale: dall’incolpare gli altri a biasimare solo se stessi, fino al non incolpare proprio nessuno. Se non c’è biasimo da addossare, allora non c’è neppure un perdono da gestire.

Questo, vorrei puntualizzare, non significa affatto che le azioni del tuo ex-marito non fossero sbagliate, o che non avresti dovuto opporti ad esse. Significa semplicemente che una volta che la cosa si è chiusa, con gli aspetti legali definiti e voi che vivete vite separate, non c’è alcun motivo di indulgere oltre a pensare su ciò che è stato. I pensieri si frappongono semplicemente alla tua ricerca dell’apatheia che, ricordiamolo, significa sviluppare un senso di equanimità che porta all’ataraxia (serenità mentale), e non a un senso di apatia o di soppressione delle emozioni in generale.

Hai anche assolutamente ragione a rifiutare l’“essere amici” con lui, anche per il bene dei vostri figli. Come dici, non soltanto voi due non avete nulla in comune, ma lui non sembra il tipo di persona che sarebbe bene frequentare:

“Evita di andare a cena con persone che non conosci o che sai essere estranee alla filosofia. Se non puoi proprio evitarlo, ebbene presta attenzione a non lasciarti coinvolgere dalle maniere della gente comune. Se t’accompagni a chi è avvezzo a involgersi nel sudiciume morale, ti schizzerai di fango anche tu, per quanto lindo tu possa essere.” (Epitteto, Enchiridion, 33.6) [2]

Nello stesso tempo, poi, cerca di riformulare i tuoi pensieri sul comportamento del tuo ex-marito, passando da un tono di condanna morale (senza dubbio giustificata) a un più neutrale dato di fatto:

“Tizio si lava in fretta. Non dire «si lava male», bensì «si lava in fretta». Caio beve molto vino. Non dire «beve in modo sconveniente», ma semplicemente «beve molto vino». Infatti, come puoi dire che sia male, prima di esserti fatto un’idea ben precisa dei motivi per cui essi agiscono in tal modo? Piuttosto, impara a non precipitarti nel giudicare, affinché i tuoi giudizi siano conformi alle rappresentazioni che ricevi e non campati in aria.” (Epitteto, Enchiridion, 45) [2]

Proviamoci. Invece di dire, come hai detto: “Non lavora, vive una vita d’indulgimento ed è attaccato al suo denaro”, riformula i tuoi pensieri in termini descrittivi: “Non lavora, ricerca il piacere e si preoccupa della sua fonte di finanziamento.” Questo esercizio potrebbe aiutarti a lasciar andare le emozioni negative, raggiungimento che è per il bene tuo e dei tuoi figli, e non a suo beneficio. Nel tuo caso, questo ti aiuterà anche a sviluppare e mantenere un senso di serenità; nel caso dei tuoi figli, saranno colpiti dal modo magnanimo in cui parli del loro padre senza interporre giudizi, riconoscendo una superiorità morale.

Dici anche correttamente che né gli anni belli cancellano quelli brutti, né viceversa. Vent’anni sono un bel numero nella vita di chiunque, e sarebbe davvero insolito che fossero pieni solo di cose positive o solo negative. Dato che la relazione si è conclusa per violenza, è naturale che, quando ci pensi, le cose negative tendano a pesare più di quelle positive. Ma, ripeto, esercitati sul distaccarti dall’intera faccenda, che sia bella o brutta. Focalizzati, piuttosto, sui tuoi tre figli, qualcosa di bellissimo nato dalla vostra relazione, e che sarà una parte importante del tuo futuro prossimo.

Ciò che Seneca ci dice di fare ogni sera, possiamo farlo per gli eventi del nostro passato, anche lontano: chiediamoci dove abbiamo sbagliato, ciò che abbiamo fatto bene e cosa avremmo potuto fare in modo diverso. E di conseguenza:

“L’ira cesserà, e sarà più moderato l’uomo che sa di doversi presentare ogni giorno al giudice. C’è usanza più bella di questa, di esaminare un’intera giornata? (…) quanto tranquillo, quanto profondo e libero, dopo che l’animo o è stato lodato o ammonito e, da osservatore e censore privato di se stesso, ha concluso l’inchiesta sui suoi costumi.” (Seneca, De Ira III,36) [3]

Nel tuo caso, sembra che tu abbia fatto bene a cercare l’aiuto di un terapista per il bene tuo e dei tuoi figli. E probabilmente hai imparato molto dall’esperienza così che non si ripeta in futuro. La tua posizione nel trattare con lui ora è, quindi, esattamente corretta: dimostrargli la cortesia che si ha per un estraneo, perché tale è lui per te. Le sue opinioni sul tuo comportamento e sulla tua ritrosia a un coinvolgimento con lui sono solo sue, e non sono sotto il tuo controllo. E non devi neppure perdonarlo, puoi semplicemente pensare a lui come a una persona non saggia che merita la tua pietà, non la tua rabbia o il tuo risentimento.—-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: What do Stoics think of forgiveness?

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NOTE

1 Traduzione di P. Sanasi, Edizione Acrobat

2 Traduzione di Francesco Dipalo

3 Traduzione da http://www.classicitaliani.it di Giuseppe Bonghi

La teoria delle superstringhe e la materia di settore nascosta: intervista al fisico John Hagelin, C. Montana (2006)

La teoria delle superstringhe e la materia di settore nascosta: intervista al fisico John Hagelin, Cate Montana (What the Bleep) (2006)

Esplorando il mondo misterioso della materia e dell’energia oscura, ci troviamo di fronte a “una forma completamente trascendentale e non manifesta di energia e di materia” che può essere uguagliata al Vuoto biblico. Indagheremo ora, invece, qualcosa di presente nei regni manifesti chiamata materia di settore nascosta.
Quanto nascosta è la materia di settore nascosta? Molto nascosta. Bisogna essere ben ferrati nella teoria delle stringhe per averla sentita almeno nominare. Fortunatamente, mentre stavamo esaminando le centinaia di pagine di trascrizione che abbiamo compilato per il secondo film del Bleep, ci siamo imbattuti in un breve accenno alla materia di settore nascosta come un potenziale “universo di pensiero” proprio in una delle interviste al dr. John Hagelin. Tale è stato l’interesse destato che siamo tornati da lui a fargli delle domande – e come siamo contenti di averlo fatto! All’inizio questa intervista è un po’ tecnica. Non mollate. Porta, infatti, il luoghi molto interessanti.

WTB – La materia di settore nascosta è la stessa cosa della materia oscura? È collegata all’energia oscura? O è completamente diversa?

Hagelin – Sono tre cose totalmente indipendenti.

WTB – Allora com’è che la teoria delle superstringhe apre la possibilità a una sfera del pensiero, che si dice sia chiamata materia di settore nascosta?

Hagelin – Beh, devo iniziare dicendo che questa indagine sulla materia di settore nascosta in relazione alla sfera del pensiero è speculativa ed è principalmente opera mia. Detto ciò, le teorie delle superstringhe – in pratica – prevedono tutte la presenza della materia di settore nascosta, che per molti aspetti è simile alla materia familiare, formata di particelle e forze, e per altri aspetti, minori, può essere diversa. Ciò che rende nascosta la materia di settore nascosta, è che, almeno nell’interpretazione comune, interagisce con la materia di settore osservabile o materia comune, solo attraverso la sua influenza gravitazionale.

Se questo fosse veramente il punto, tale materia nascosta sarebbe quasi irrilevante per il nostro mondo di materia ordinaria, perché l’interazione gravitazionale tra qualsiasi cosa è normalmente troppo debole per assumere un qualche interesse. Del resto, ci sono eccezioni in quantità a tale affermazione. Se la materia di settore nascosta si aggrega in pianeti e stelle, potrebbe avere un forte effetto gravitazionale su di noi. O, se la materia di settore nascosta si aggrega attorno al sole a causa dell’attrazione gravitazionale del sole stesso, o si aggregasse attorno alle galassie a causa dell’attrazione gravitazionale delle galassie stesse, quella materia di settore nascosta si aggiungerebbe alla forza di gravità del sole; si aggiungerebbe alla forza di gravità delle galassie.

Ci sono circostanze, perciò, nelle quali l’interazione con la materia di settore nascosta attraverso la forza di gravità potrebbe essere d’interesse. Detto ciò, la materia di settore nascosta diventa veramente interessante quando riconosciamo che la prima premessa, ovvero che interagisca con noi solo in modo gravitazionale, è generalmente falsa. Oltre alla sua interazione gravitazionale, la materia di settore nascosta può avere, e spesso ha su di noi una debole influenza elettromagnetica. Eppure anche come debole influenza elettromagnetica, forse mille volte più debole della normale influenza elettromagnetica, è lo stesso miliardi di volte più potente della forza di gravità. Preso atto delle sue interazioni elettromagnetiche nei confronti della materia comune, la materia di settore nascosta diventa molto più affascinante.

WTB – Perché l’hai definita “la sfera del pensiero”? O tale riferimento si rifà alla sfera del pensiero solo potenzialmente?

Hagelin – Tale materia è un buon candidato per un mondo-pensiero – o un mondo di pensiero – numero uno: a causa delle sue dettagliate proprietà, un vasto soggetto sul quale possiamo ritornare. Numero due: perché abbiamo bisogno di una spiegazione fisica per il pensiero. Abbiamo bisogno di un qualcosa, quando ci si guarda dentro nel profondo, per connettere il cervello fisico con il campo unificato di consapevolezza. E il campo unificato della consapevolezza esiste alla dimensione super-unificata di 10 alla meno 33 cm, che è molto al di sotto della dimensione nucleare.

WTB – Ti riferisci alla scala di Planck?

Hagelin – Sì. E se quella è la sfera della consapevolezza, e sono sempre più innumerevoli le ricerche a suggerire la possibilità che definitivamente lo sia – si tratta del campo unificato, la scala di Planck. Abbiamo bisogno di un qualcosa che connetta la consapevolezza al cervello fisico e ai neuroni; per fornire una connessione tra quello che è un organo molto macroscopico, il cervello – e persino i neuroni e il DNA dentro ai neuroni – con la microscopica scala di Planck.

WTB – Ti riferisci al lavoro di Roger Penrose con Stuart Hameroff?

Hagelin – Sì, c’è un legame. Roger Penose, infatti, fu tra i primi ad insinuare che il fenomeno che chiamiamo consapevolezza potrebbe in definitiva essere un fenomeno di scala di Planck. Ecco la connessione. Ha lavorato su certi meccanismi che aiutano a renderlo plausibile. Non credo sappia della teoria delle superstringhe e della materia di settore nascosta. Potrebbe esserne alquanto eccitato. La materia di settore nascosta ci dà, in molti modi, una connessione tra la consapevolezza ed il cervello fisico, e questo, di nuovo, richiederebbe una scala di forze molto, molto corte. E sono le proprietà della materia di settore nascosta che la rendono un legame davvero naturale tra la fisica dell’infinitamente piccolo e la sfera della consapevolezza, e la fisica macroscopica del cervello.

Bisogna che tale connessione esista, perché la consapevolezza è intimamente connessa con la percezione sensoriale, i nostri organi di movimento, e l’attività del cervello umano. Però, la consapevolezza fondamentalmente non è creata dal cervello. Può essere riflessa dal cervello, modulata dal cervello, ma non creata. Non secondo la mia comprensione, e non secondo l’esperienza diretta di quello che è la consapevolezza nei secoli, specialmente ora, in questa generazione, con la rinascita della meditazione. E l’abbondanza di ricerca sulla meditazione, l’esperienza della consapevolezza stessa, afferma che è fondamentale nella creazione e trova la sua fonte ultima in questo campo unificato di intelligenza alla base della mente e della materia. Questa è l’esperienza diretta.

Un numero sempre crescente di prove dà supporto al ruolo fondamentale della consapevolezza nell’universo fisico. Ora che arriviamo a comprenderla come il campo unificato, dovremmo comprendere la mente. Dovremmo capire il pensiero, che è il vero collegamento tra la pura e astratta consapevolezza e il cervello fisico.

La materia di settore nascosta ha delle meravigliose proprietà che si prestano a fornire un tale collegamento tra la piccolissima sfera della consapevolezza e la più macroscopica sfera del cervello. Una delle chiavi di tali proprietà si chiama invariabilità di dimensione. E l’invariabilità di dimensione è un elemento interessante della materia di settore nascosta. L’invariabilità di dimensione significa, in pratica, che la grandezza non conta. Questo non è vero nella fisica comune. E non è vero per le grandissime particelle in generale. Qualsiasi cosa fatta di comune materia non ha un’invariabilità di dimensione.

Possiamo prendere un essere umano ed ingrandirlo fino a 10 volte la nostra altezza, 10 volte la nostra larghezza e 10 volte la nostra profondità, e si potrebbe pensare che, insomma, come faremmo a saperlo [se succedesse]? Se ingrandissimo gli alberi, ed ingrandissimo la nostra casa ed ingrandissimo il nostro letto, come potremmo mai sapere di essere 10 volte più grandi? Beh, lo sapremmo. Alla fine crolleremmo sotto il nostro stesso peso. Perché il nostro peso – ecco una spiegazione basilare – il nostro peso cresce al cubo della nostra altezza. La resistenza delle nostre ossa, però, cresce solo al quadrato della lunghezza e della larghezza dell’osso. Le cose, quindi, non crescono in scala alla rinfusa. Gli esseri umani hanno la loro dimensione ideale, non potremmo essere molto più grandi, non potremmo essere molto più piccoli, semplicemente non potrebbe funzionare. Lo stesso con gli insetti. Hanno una dimensione caratteristica, e non si può semplicemente fare un insetto gigante come si faceva nei film dell’orrore negli anni ’50 e sperare che il poveretto sopravviva.

Le cose hanno una misura o dimensione naturale nel nostro mondo di grandi particelle giganti. Questo, però, non è il caso nel regno del settore nascosto,. E la fisica del settore nascosto – i suoi meccanismi, la sua meccanica – è tutta a invariabilità di dimensione. Che significa che la dimensione delle cose semplicemente non conta? Significa che si potrebbe avere un meccanismo o un fenomeno nel settore nascosto che interagisce con il cervello, e può essere della grandezza del cervello o di un neurone. Si può avere un’interazione tra la materia di settore nascosta e la materia cerebrale. Quello stesso meccanismo potrebbe letteralmente, e lo farebbe, restringersi fino alle dimensioni di un punto. La stessa dinamica potrebbe avvenire alla dimensione di un punto, al contrario di questa dimensione più macroscopica e fornire questa specie di ponte di invariabilità di dimensione tra la fisica delle grandi dimensioni nel cervello e la fisica microscopica della scala di Planck. Perciò fornisce una connessione naturale tra il grande e il piccolo trascendendo, completamente le dimensioni.

Questo è un tantino tecnico, ma è un punto importante. Aiuta a descrivere perché la dimensione non conta. E l’altra cosa è, per i meditatori e altri che l’hanno sperimentato, o persino lo sperimentano regolarmente, che noi abbiamo una speciale fisiologia sottile; talvolta è definita corpo mentale, talvolta corpo sottile, o corpo astrale. Abbiamo un veicolo fisico più sottile legato a noi che, in certe circostanze, si può muovere indipendentemente dal corpo. E quel veicolo contiene la nostra consapevolezza. È come un contenitore di consapevolezza, un contenitore o veicolo per il pensiero. E con questo potete viaggiarci. Potete imparare a sviluppare l’abilità di lasciarvi alle spalle il vostro corpo fisico e entrare in quello sottile – non è qualcosa che raccomando. Seppure, in certe circostanze avviene spontaneamente. Non è una capacità particolare che vale la pena di coltivare, e ha persino i suoi piccoli rischi. E’ però un’esperienza conosciuta, e certamente anche una mia esperienza. E’ per questo che posso parlarne con una sicurezza empirica basata sull’esperienza, o esperimento.

C’è un corpo più sottile di quello che chiamiamo “corpo fisico” e è intimamente associato con quello che chiamiamo pensiero, o mente. E nel momento che vi capita di fare tale esperienza, specialmente se siete un fisico o un ingegnere, dovete chiedervi: “Questo, di che cosa è fatto?”

E presto vi troverete a scartare le solite possibilità. È fatto di luce? No. Quella sarebbe una naturale prima supposizione perché è, in un certo senso, un veicolo luminoso e traslucido. La luce, però, non resta unita. Non si può avere una palla di luce appiccicosa. La luce si disperde in ogni direzione. Non ha la capacità di aderire in quello che si definisce un solitone, o pezzo, o veicolo di qualche sorta. Quindi non è luce – e di certo non forza di gravità, e nemmeno la forza nucleare forte o debole, perché quelle sono forze a raggio limitatissimo. E alla fine esaurisci le possibilità, e ti rendi conto che abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo. Magari, qualcosa di nuovo che appare alquanto complicato. Probabilmente non è solo un tipo di particella o un tipo di forza, ma uno stato aggregato di forze e particelle … proprio come gli atomi sono tenuti assieme da fotoni di luce, elettroni, protoni, neutroni e particelle.

Quindi, un esame relativamente elementare delle caratteristiche di base di questo corpo sottile, o corpo di pensiero, rivela che è formato di materia non convenzionale. E allora la fisica a quel punto si fa avanti e limita le possibilità a una. Quella possibilità è la materia di settore nascosta. Perché, non è nient’altro. Quando si arriva alla materia di settore osservabile, quando si arriva al mondo delle forze e particelle che formano la materia osservabile, sappiamo ciò che sono. E sappiamo che non ce ne sono altre.

Fondamentale a questa spiegazione di tale materia collegata al pensiero, o forse, persino quale sostanza dei nostri corpi di pensiero, è il bisogno di quel corpo di pensiero fatto di materia di settore nascosta di interfacciarsi, in qualche modo, con il nostro cervello fisico. Come avviene? Come si intensifica quella connessione, o persino in che modo si sfrutta quella connessione per sviluppare rare abilità?

Beh, poiché la materia di settore nascosta è elettricamente carica, benché debolmente – chiamiamola carica elettricamente in modo frazionale – non ha la carica elettrica di un elettrone o protone, ma qualcosa come un millesimo di quello. Ciò significa che si attaccherà in modo lasso, elettrostaticamente, alla materia comune. Proprio come un qualcosa che ha una piccola carica elettrica, come un pezzo di plastica carico di elettricità statica aderirà alla mano o alla vostra maglia.

Ci nutriamo di cibo. Respiriamo aria, ma consideriamo ora quei cibi che sono pieni di materia organica. E questa stessa materia organica avrà probabilmente attaccate a sé piccole quantità di materia di settore nascosta. E così il corpo potrebbe accumulare materia di settore nascosta. Potrebbe persino concentrare materia di settore nascosta in diversi organi, nel cervello. Questo è speculativo, ma sto insinuando, possibilmente, che quelle che noi chiamiamo strutture subcorticali o gangli basali, cose come la ghiandola pituitaria, l’ipotalamo, ecc. potrebbero facilmente concentrare quantità di materia di settore nascosta che si agganciano al nostro DNA, o forse persino si agganciano alla sinapsi neurale.

Una volta che abbiamo la materia di settore nascosta “incrostata” sopra, o incorporata nella nostra ghiandola pituitaria ad esempio, quella stessa materia, che si è concentrata nella ghiandola pituitaria, scruterà direttamente nel mondo del settore nascosto. Perché essere fatti di materia di settore nascosta, che contiene cariche di settore nascoste analoghe alla carica elettrica, interagirà elettromagneticamente. Ma non al normale fotone del nostro mondo osservabile, particelle, luce, la forza dell’elettromagnetismo – ma ad un fotone di quel settore, che è una forza analoga nel mondo del settore nascosto che noi sappiamo che c’è e deve esserci.

È un altro tipo di luce. È essenzialmente come la nostra luce, ma non rilevante per il nostro mondo. È un tipo di luce diversa che è rilevante per questo mondo di pensiero; rilevante per il mondo del settore nascosto. E se abbiamo materia di settore nascosto incrostata sul nostro cervello da qualche parte, allora quella può scrutare direttamente nel mondo di settore nascosto attraverso il fotone di quel settore, che può vedere tutto nel “mondo nascosto” come noi vediamo con i nostri occhi fisici il nostro mondo. A patto che il nostro sistema nervoso concentri ed accumuli materia di settore nascosta, attraverso questo tipo di materia, ha una finestra in questo mondo di pensiero.

WTB – Allora, in sostanza, risuoneremo alla sua frequenza? Perché il nostro sistema ne è impregnato fino al punto di risonanza?

Hagelin – Sì, ben detto. Tecnicamente, potrei affermare che le frequenze potrebbero essere le stesse del nostro mondo. Ma non è tanto la frequenza del fotone il punto, è l’identità… quale tipo di fotone. Un fotone che vede la normale carica elettrica? O il fotone tipo del settore nascosto che vede solo cariche di settore nascoste? Perciò quello che hai detto è corretto. Voglio dire, il mondo della frequenza potrebbe non essere esattamente quello. … Significherebbe che se i nostri corpi di settore nascosto fossero semplicemente attaccati ai nostri corpi fisici attraverso un collegamento elettrostatico, quel legame si potrebbe facilmente interrompere – proprio come si può tirar via un pezzo di plastica statica dalle dita. E potrebbe muoversi indipendentemente. E potrebbe certamente riattaccarsi. Potresti essenzialmente portar via la tua mente con te e riportarla indietro.

Queste sono idee ancora in evoluzione, consistenti con quello che sappiamo della fisica e del regno del pensiero. E uno dei forti motivi perché questa ricerca continui è per eliminazione; di base si tratta della mancanza di una comprensione alternativa su ciò che il pensiero è. Come poter connettere il sottostante mondo della consapevolezza con la scala di Planck, e il mondo fisico del cervello e dei processi cognitivi; e come comprendere di che cosa è fatto questo corpo di pensiero universalmente sperimentato? Com’è che possiamo avere un contenitore che trasporta la nostra soggettività o consapevolezza e che si può muovere separatamente dal corpo fisico – un’esperienza che è stata riportata, veramente, in ogni regione ed in ogni cultura nel mondo. Queste esperienze, se ci si guarda dentro, non si possono ignorare – forzano un ripensamento su che cos’è il pensiero. Non si possono “spazzare” queste anomalie lasciandole sotto il tappeto, per sempre – benché ci sia una naturale tendenza a farlo.

E se vuoi capire che cos’è il pensiero nel contesto di quello che sappiamo essere le leggi della fisica, inclusi gli ultimi sviluppi nella super-unificazione basati sulle superstringhe, si è veramente forzati nella direzione della materia di settore nascosta.

Uno dei motivi per i quali il progresso in questo campo è stato così lento è che ci sono veramente così pochi teorici delle stringhe, qualcuno in grado di pensare – voglio dire persone familiari con quello che è successo nella fisica, specialmente nell’ultima decade, interessate a fenomeni quali la consapevolezza. Il sovrapporsi di queste due comunità – chiamiamole la comunità della consapevolezza e quella della fisica – è così raro ancora; e per comunità della fisica intendo quegli scienziati che lavorano nei settori d’avanguardia della comprensione di come l’universo funziona e di che cosa è fatto, quella sovrapposizione è così piccola che il progresso in questo campo è certamente stato impedito. Forse ci sono persone eccellenti, come Bill Tiller.

Sfortunatamente, sono pochissimi quelli che hanno un’attuale comprensione dell’universo com’è conosciuto oggi. La gran parte di quello che oggi conosciamo dell’universo si è in realtà imparato nell’ultima decade. Il che significa che al momento non ci sono molti collaboratori e sviluppi in questa materia.

Fonte originale: Estratto da Scienza e Conoscenza n.18 (ottobre-dicembre 2006)

Che cos’è la coscienza? D. Chalmers (Libri)

david-chalmersChe cos’è la coscienza?, David Chalmers – Edizioni Castelvecchi

La coscienza pone i problemi più sconcertanti alla scienza della mente. Non c’è niente che conosciamo più intimamente dell’esperienza cosciente, ma non c’è niente che sia più difficile da spiegare. Negli ultimi anni, tutti i tipi di fenomeni mentali hanno ceduto all’indagine scientifica, ma la coscienza ha caparbiamente resistito. In molti hanno cercato di spiegarla, ma le spiegazioni sembrano sempre non essere all’altezza della situazione. Alcuni sono stati indotti a credere che il problema sia intrattabile e che non esista una spiegazione accettabile.

Per progredire nel problema della coscienza, dobbiamo fare i conti direttamente con esso. Nel mio articolo inizierò isolando la parte davvero difficile del problema, separandola dalle parti più facili da trattare in modo da mostrare perché essa sia così difficile da spiegare. Criticherò alcuni lavori recenti che utilizzano metodi riduzionisti per parlare della coscienza e spiegherò come sia inevitabile che questi metodi falliscano nel padroneggiare la parte più difficile del problema. Una volta riconosciuto questo fallimento, si può andare avanti. Nella seconda parte dell’articolo, spiegherò che se ci muoviamo verso un nuovo genere di spiegazione non riduzionista diventa possibile offrire una descrizione naturalistica della coscienza.

Propongo quindi la mia tesi per una tale descrizione: una teoria non riduzionista basata sui principi della coerenza strutturale, dell’invarianza organizzativa e di un duplice aspetto dell’informazione.

Indice

Parte prima – Affrontare il problema della coscienza

1. Introduzione – 2. I problemi facili e il problema difficile – 3. La spiegazione funzionale – 4. Alcuni studi-caso – 5. L’ingrediente extra – 6. La spiegazione non riduzionista – 7. Abbozzo di una teoria della coscienza: I) Il principio della coerenza strutturale; II) Il principio dell’invarianza organizzativa; III) Il duplice aspetto della teoria dell’informazione – 8. Conclusione

Parte seconda – Progressi nel problema della coscienza

In questa seconda parte del testo vengono riportati alcuni passaggi dell’articolata risposta di Chalmers ai numerosi studiosi che, da più parti, hanno espresso commenti, obiezioni e proposte relative all’articolo Affrontare il problema della coscienza (N.d.T.).

L’universo è una simulazione?, R. Paura

roberto-paura-180x180L’Universo è una simulazione?, Roberto Paura

Teorizzato dai filosofi, studiato dai fisici, preso sul serio dai titani della Silicon Valley: torna il più radicale dei dubbi.

Roberto Paura è dottorando di ricerca in comunicazione della fisica all’Università di Perugia. Giornalista scientifico, ha lavorato per Città della Scienza e Fanpage.it e ha fondato la rivista Futuri. È redattore della rivista di studi culturali Quaderni d’altri tempi.
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Nell’aprile scorso l’American Museum of Natural History di New York ha ospitato l’annuale “Isaac Asimov Memorial Debate” e ha invitato alcuni ospiti illustri a discutere del quesito “Il nostro universo è una simulazione?”. Per l’esattezza si trattava del filosofo David Chalmers, autore di Che cos’è la coscienza?; e dei fisici teorici Zohreh Davoudi, James Gates Lisa Randall e Max Tegmark. A moderare l’incontro c’era l’astrofisico Neil deGrasse Tyson, il volto più noto della divulgazione scientifica americana. Tanta concentrazione d’intelligenza per una domanda così bizzarra sembrerebbe una perdita di tempo. Se non che tutti i relatori, con l’eccezione di Lisa Randall, sono sostenitori più o meno convinti del cosiddetto simulation argument: l’ipotesi secondo cui l’universo sarebbe una simulazione informatica programmata da una super-intelligenza esterna alla nostra realtà. Specificità tecnologiche a parte, non si tratta di un’idea nuova. Dal velo di Maya alla caverna di Platone, dal dubbio metodico di Al-Ghazali al genio maligno di Cartesio, per finire con l’esperimento mentale del cervello nella vasca di Putnam; lo scetticismo circa l’autentica natura della realtà ha attraversato tutte le epoche e le latitudini del pensiero.

A rimetterlo in circolo nella sua formalizzazione più contemporanea è stato il filosofo analitico svedese Nick Bostrom. Direttore dell’Institute for the future of humanity di Oxford, nel 2003 Bostrom ha pubblicato su Philosphical Quarterly un paper dal titolo “Are you Living in a Computer Simulation?”. Dopo aver riepilogato le tesi a favore della nostra futura capacità di creare al computer menti dotate di consapevolezza, nel testo Bostrom speculava sulla possibilità che una civiltà super evoluta fosse in grado di sviluppare non solo una simulazione della realtà così ricca di informazione da essere indistinguibile dalla realtà stessa ma addirittura “un numero astronomico” di tali simulazioni. Da ciò desumeva, su basi probabilistiche, l’esistenza di forti indizi per ritenere che anche la nostra realtà non sia altro che una di queste simulazioni, realizzata da un’altra civiltà super intelligente ed esterna al nostro mondo.

A ciò aggiungeva un’altra congettura: se una civiltà simulata raggiungesse, grazie al progresso tecnologico, lo stadio post-umano, sarebbe a sua volta in grado di realizzare una simulazione dell’universo dotata di esseri coscienti. Se una simile eventualità si verificasse nel futuro della nostra civiltà, essa non solo dimostrerebbe che è possibile programmare simulazioni ma, ipso facto, aumenterebbe le nostre probabilità di vivere all’interno di una di esse. E non solo: una simulazione all’interno di una simulazione (una nested simulation, come la chiama Bostrom) richiederebbe un dispendio di calcolo, per i computer su cui gira la prima simulazione, tale che i programmatori di questa dovrebbero impedire questa possibilità o terminare il programma. Per questo motivo, sostiene Bostrom, il simulation argument non è solo un affascinante passatempo intellettuale ma un’ipotesi da prendere con la massima serietà dato che potrebbe rappresentare il principale e più sottovalutato existential risk per la prosecuzione della nostra civiltà.

Partito un po’ in sordina, con il passare degli anni, l’argomento di Bostrom ha attirato una crescente attenzione negli ambienti filosofici ,scientifici e tecnologici ed è diventato uno dei più discussi all’interno delle élite imprenditoriali della Silicon Valley. Non stupisce quindi che a sdoganarlo definitivamente presso il grande pubblico ci abbia pensato proprio un esponente di quelle élite: Elon Musk. Il quale, nel giugno 2016, ha dichiarato che, a suo parere, la possibilità che il nostro universo non sia una simulazione sia di appena una su un miliardo. Dato il pedigree del CEO di Tesla e Space X, la dichiarazione ha fatto presto il giro del mondo e destato immenso scalpore.

Una congettura fantascientifica
E dire che, per non farsi cogliere impreparati, sarebbe bastato leggere della buona fantascienza. È da tempi non sospetti infatti che questo genere si confronta con storie che attingono dalla stessa tradizione scettica a cui si è abbeverato Bostrom. Il tunnel sotto il mondo, per esempio, è un racconto scritto nel 1955 da Frederik Pohl. Il protagonista, Guy Burckhardt, vive in una tipica cittadina americana, Tylerton, dove la tranquillità è continuamente scossa da insistenti slogan commerciali urlati dagli altoparlanti di furgoncini che girano per le strade proponendo l’ultimo modello di frigorifero o l’ultima marca di sigarette. Una serie di stranezze, però, suggeriscono a Burckhardt che qualcosa non va come dovrebbe. Prima scopre che a Tylerton ogni giorno è sempre il 15 giugno; poi, che le persone intorno a lui sono tutte robot. Infine – nelle ultime, agghiaccianti righe del racconto – che la sua città è stata distrutta da un’esplosione e ricostruita in miniatura su un tavolo: Buckhardt stesso non è che una replica robotica in miniatura del vero Buckhardt. Il suo mondo finisce, alla lettera, sull’orlo di un tavolo di laboratorio.

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Quattro anni dopo Philip Dick avrebbe ripreso questi temi nel suo celebre Tempo fuor di sesto, dove Ragle Gumm, il protagonista, impegnato quotidianamente a risolvere il gioco a premi di un giornale, inizia a dubitare della realtà che lo circonda a seguito di una serie di coincidenze, che partono dal momento in cui cerca senza successo di accendere la lampadina del bagno tirando una cordicella che non c’è mai stata. Gradualmente scopre l’amara verità: la sua città è una finzione creata tutta intorno a lui, per ricordargli la sua infanzia negli anni Cinquanta e permettergli di risolvere con tranquillità il gioco a premi che nasconde in realtà una posta molto più grande di quanto sospetti, ossia la possibilità di prevedere la traiettoria dei missili balistici lanciati dal nemico nel corso di una lunga guerra nucleare.

Nel 1964 Daniel Galouye fa un passo più avanti e in Simulacron-3 (recentemente riproposto dall’editrice Atlantide con il titolo Il mondo sul filo) fa entrare finalmente in scena il potere della simulazione informatica. Douglas Hall, il protagonista del romanzo, uno dei capo-progettisti della simulazione “Simulacron-3”, in grado di replicare alla perfezione il mondo reale, scopre che il suo collega Fuller si è tolto la vita dopo aver fatto una scoperta spaventosa: il loro universo è in realtà una simulazione, creata con gli stessi scopi di Simulacron-3 (raccogliere e analizzare i feedback degli utenti sulle loro preferenze di consumo per orientare le strategie aziendali e le politiche pubbliche). Il romanzo di Galouye introduce per primo l’idea che, attraverso la capacità dei nostri computer di realizzare simulazioni sociali sempre più sofisticate, si possa arrivare a scoprire che anche il nostro mondo sia, a sua volta, creato al computer.

Se ai tempi di Galouye l’idea di simulare un intero universo al computer pareva una remotissima fantasia, l’anno scorso un videogioco come No Man’s Sky ha dimostrato che, almeno in parte, già oggi potrebbe non essere più così. Realizzato da un piccolo team indipendente, NMS è infatti in grado di creare fino a diciotto quintilioni di mondi alieni grazie a uno speciale algoritmo che, per ciascun pianeta, genera una fauna, una flora e una geografia peculiare e unica. “La fisica di ogni altro gioco è finta”, ha dichiarato il suo capo-progettista, Sean Murray.

Quando sei su un pianeta, sei circondato da un fondale tridimensionale, un cubo su cui qualcuno ha dipinto stelle o nuvole. Se c’è un ciclo giorno-notte, è perché ci sono graduali transizioni tra una serie di fondali diversi. Con noi, quando sei su un pianeta, puoi spingere lo sguardo fino alla curvatura di quel pianeta. Se cammini per anni, potresti fare il giro del mondo e tornare esattamente allo stesso punto in cui sei partito. Il nostro ciclo giorno-notte avviene perché il pianeta sta ruotando sul suo asse e ruota intorno al sole. È fisica reale. Abbiamo persone che scendono da una stazione spaziale su un pianeta e quando ripartono, la stazione non è più lì; il pianeta è ruotato. I giocatori lo hanno segnalato come bug.

Certo, per quanto tutto questo sia impressionante, No Man’s Sky resta comunque un universo intangibile e vuoto, in termini di intelligenza: non ci sono esseri viventi con una propria coscienza, per cui non è una vera simulazione. Ma se abbiamo fatto così tanti passi avanti da quando la fisica dei videogiochi si limitava a simulare il lancio di una pallina contro un muro di mattoni virtuali, cosa ci riserva il futuro?

Verso la superintelligenza?
Nel suo libro La realtà nascosta, il fisico e matematico Brian Greene ha calcolato che un computer quantistico “non più grande di un portatile ha la capacità di eseguire l’equivalente di tutto il pensiero umano sin dagli albori della nostra specie in una piccola frazione di secondo”. Stiamo inoltre investendo grosse cifre nella capacità di simulare il cervello umano per carpire il segreto della coscienza umana. L’obiettivo originario dell’Human Brain Project di Henry Markram, già coordinatore del Blue Brain Project, era proprio questo: grazie a un finanziamento di un miliardo di euro dalla Commissione Europea, e massicci investimenti di aziende private come la IBM, lo Human Brain Project intendeva creare entro il 2023 una simulazione completa del cervello umano su un supercomputer: possibile preludio allo sviluppo di una vera e propria superintelligenza artificiale, anche se il progetto sembre essere stato ridimensionato negli ultimi tempi.

Personalità come Stephen Hawking, Bill Gates e lo stesso Elon Musk hanno tuttavia recentemente messo in guardia da simili sviluppi, che, a loro giudizio, potrebbero rivelarsi un vicolo cieco per la civiltà umana. Le ragioni sono diverse, ma una di esse ha a che fare proprio con la congettura della simulazione: come nel film Matrix, infatti, è possibile che delle superintelligenze artificiali decidano di perseguire obiettivi completamente diversi da quelli che vorremmo assegnare loro, giungendo alla conclusione che la nostra esistenza possa compromettere la loro. Di conseguenza, esse potrebbero ridurci in schiavitù e proiettare le nostre coscienze in una perfetta simulazione del nostro mondo per non farci rendere conto del vero stato in cui siamo stati costretti. Questo scenario è stato suggerito proprio da Bostrom nel suo influente Superintelligence (2014), il libro che ha convinto Musk a destinare alcuni milioni di dollari al Future of Life Institute di Boston per ricerche destinate a minimizzare i rischi connessi allo sviluppo di intelligenze artificiali (tra i destinatari del finanziamento c’è lo stesso Bostrom, per lo sviluppo a Oxford di uno Strategic Artificial Intelligence Research Center).

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Nel 1963 Philip Dick ebbe una visione spaventosa: alzando lo sguardo al cielo notò una faccia metallica che lo fissava con malvagità. Questa visione lo turbò a lungo. Anni dopo, il 2 marzo del 1974, un fatto del tutto banale – un ciondolo a forma di pesce, l’antico simbolo protocristiano, indossato da una ragazza – scatenò in lui tutta una serie di visioni e sogni: un turbinio di quadri psichedelici, intere pagine di libri mai letti, radio che continuavano a trasmettere anche una volta staccata la spina, fino all’inquietante premonizione di un problema di salute di suo figlio che i dottori avrebbero effettivamente diagnosticato quando Dick lo portò a visitare. Lo scrittore di fantascienza si convinse, come nella trama di una delle sue tante storie, che il suo mondo non era reale, ma una “prigione” costruita da una civiltà malvagia da lui identificata nell’antico Impero Romano, intenzionata a mantenere l’umanità in una perenne schiavitù.

Le visioni e le apparizioni sarebbero “crepe” della simulazione attraverso le quali è possibile indovinare l’esistenza di un livello di realtà superiore, come gradualmente Dick giunse a ricostruire nelle circa ottomila deliranti pagine che costituiscono L’Esegesi, pubblicata per la prima volta nel 2011 in una versione “riassuntiva” di circa 1200 pagine, tradotte in Italia nel 2015 da Maurizio Nati per l’editore Fanucci. Accade così anche in Tempo fuor di sesto o, per uscire dai confini dickiani, in Simulacron-3 e nelle sue versioni cinematografiche: cose che non sono al loro posto, strane amnesie, radio che trasmettono quello che non dovrebbero trasmettere. Queste cose succedono anche nella nostra realtà, ma è facile attribuirle a disturbi psicologi, paranoie o allucinazioni. Esistono allora modi attraverso i quali potremmo scoprire di vivere effettivamente in una simulazione? Indizi incontrovertibili, o comunque verificabili attraverso il metodo scientifico? Forse sì.

L’ipotesi alla prova
Uno di questi possibili indizi è stato studiato da Zohreh Davoudi, una delle partecipanti all’Asimov Memoriale Debate, in un paper pubblicato nel 2012. Il lavoro di Davoudi e colleghi parte da considerazioni che riguardano lo stato dell’arte di una particolare teoria fisica, quella della cromodinamica quantistica (QCD), che descrive la forza nucleare forte che fa interagire e tiene uniti i quark per formare neutroni, protoni e altre particelle subatomiche. Il metodo più potente per studiare la QCD prevede oggi l’utilizzo di sofisticate simulazioni informatiche chiamate tecniche di QCD su reticolo. In queste simulazioni lo spazio-tempo viene discretizzato (per comodità di utilizzo e per questioni di coerenza dei modelli teorici), e viene descritto non come un continuo ma come da un reticolo composto da una serie di cubi di scala femtometrica (di un milionesimo di miliardesimo di metro).

A questa scala e per questo tipo di interazioni, le simulazioni della QCD su reticolo sono repliche affidabili della realtà. Secondo Davoudi, allora, nei prossimi anni lo sviluppo tecnologico potrebbe consentire di far evolvere queste simulazioni. E arricchendole, le simulazioni potrebbero a quel punto arrivare a replicare anche le altre forze della natura (la forza nucleare debole, quella elettromagnetica e la gravità). E sviluppandole ancora si potrebbe arrivare finalmente a simulare un intero universo. Secondo Davoudi, insomma, gli ipotetici “simulatori di universi” potrebbero essere partiti a loro volta da un reticolo fentometrico non continuo (magari per motivi di ricerca scientifica pura), ed essere arrivati a una simulazione estremamente sofisticata su scala cosmologica che ha generato il nostro universo.

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A questo punto se il nostro universo è una simulazione elaborata e potente basata su un reticolo, dovremmo riuscire a trovare qualche traccia di questo reticolo studiando la struttura fine del cosmo. Le dimensioni degli ipercubi – i “pixel” della realtà – che costruiscono il nostro universo simulato, però, potrebbero essere inferiori alla lunghezza di Planck (la lunghezza più piccola misurabile in natura), e quindi i “pixel” potrebbero non essere rilevabili da nessuna osservazione diretta. Ma anche in questo caso rimane qualche possibile soluzione: “Nel nostro universo le leggi della fisica sono le stesse in tutte le direzioni. Ma in un reticolo questo cambia. Dal momento che non c’è più un continuum spazio-temporale, le leggi della fisica dipenderebbero dalla direzione”, spiega al New Scientist Silas Beane, uno degli autori del paper. La simulazione potrebbe mostrarsi, per esempio, nella distribuzione dei raggi cosmici ad altissima energia. Invece di provenire da tutte le direzioni, infatti, per motivi di coerenza della teoria, i raggi cosmici ad altissima energia dovrebbero a quel punto mostrare direzioni preferenziali che dipendono proprio dalla struttura del reticolo su cui avviene la simulazione. “Abbiamo calcolato che se i simulatori usassero un reticolo con dimensioni di circa 10^-27 metri, l’energia limite cambierebbe per direzioni diverse”, spiega Beane. Data anche la rarità di questi fenomeni, però, al momento gli esperimenti non sono ancora in grado di indagare i raggi cosmici ad altissima energia con il dettaglio necessario per osservare la distribuzione e dirimere la questione.

Un ulteriore perfezionamento della simulazione potrebbe tra l’altro correggere anche questo “errore”, rendendolo invisibile anche alle nostre misurazioni indirette; ma resta un fatto: un universo simulato dev’essere per sua natura finito, perché le risorse dei potenziali simulatori sono finite. Pertanto, il volume che contiene la simulazione sarà a sua volta finito e ciò implica uno spazio-tempo discreto; per cui “in principio resta sempre la possibilità per il simulato di scoprire i simulatori”. Una di queste possibilità, secondo il cosmologo e matematico John Barrow, è quella di rilevare delle possibili modifiche alle costanti di natura e alle leggi fondamentali che i simulatori potrebbero aver avuto bisogno di introdurre di tanto in tanto per correggere gli errori strutturali della simulazione che si accumulano nel tempo. Come scrive nel suo Il libro degli universi: “se i simulatori usassero i codici informatici di correzione degli errori per premunirsi dalla fallibilità generale delle loro simulazioni (e li simulassero su scala inferiore al nostro codice genetico) […] avverrebbero allora improvvisi cambiamenti in apparente contraddizione con le stesse leggi di natura che gli scienziati simulati erano abituati a osservare e predire”.

Uno dei partecipanti all’Asimov Memorial Debate, James Gates, direttore del Center for String and Particle Theory all’Università del Maryland di College Park, crede di aver trovato qualcosa del genere all’interno di un formalismo della supergravità, una delle tante teorie proposte in questi anni per provare a descrivere la gravità quantistica. Per ordinare geometricamente il modo in cui, in questa teoria, le particelle sono classificate, Gates e i suoi colleghi usano infatti delle figure molto complesse, chiamate “adinkra”, che nella cultura Ashanti rappresentato una sorta di ideogrammi. Non sono dei semplici disegni, però: gli adinkra sono la visualizzazione di un meccanismo più complesso, e il loro funzionamento ha effettivamente delle analogie con i codici di correzione degli errori utilizzati in informatica. Se questi “adinkra” giocassero davvero un ruolo essenziale nella rappresentazione della natura di una (eventuale) teoria del tutto della supergravità, avremmo quindi una teoria che descrive l’universo e che incorpora al suo interno dei codici binari in grado, forse, di riparare la realtà da errori di trascrizione, confermando l’ipotesi della simulazione. Quelle di Gates restano però ipotesi per ora forse troppo fantasiose, non verificabili, al limite della fisica nota, e non hanno raccolto molto successo nella comunità scientifica.

Le costanti della natura
Tuttavia, anche senza scomodare concetti così complessi, esistono altri strani indizi in natura, molto più noti e ben studiati, che potrebbero spingerci a conclusioni inquietanti. È noto da tempo, per esempio, che esistono certe “coincidenze” nelle leggi di natura che permettono alla vita come la conosciamo di esistere. Una di esse è la cosiddetta “risonanza” del carbonio, che è l’elemento chimico fondamentale della vita. Il carbonio nasce all’interno dei nuclei delle stelle grazie ai processi di fusione nucleare, in particolare alla fusione di tre atomi di eli. Tuttavia la possibilità che tre atomi di elio collidano in uno stesso istante è così irrisoria da non sembrare sufficiente a consentire la produzione delle quantità di carbonio che osserviamo nell’universo. Fred Hoyle, negli anni Cinquanta, suggerì una soluzione: due atomi di elio collidono e si fondono formando l’isotopo berillio-8, e questo, anziché decadere immediatamente perché instabile, resta “vivo” per un tempo insolitamente più lungo, sufficiente a ricevere la collisione di un altro atomo di elio e trasformarsi in carbonio. Il meccanismo che consente ciò si chiama “risonanza” e dipende dal fatto che il berillio-8 ha quasi la stessa energia dei due atomi di elio che lo hanno creato, e analogamente le masse del berillio-8 e di un altro atomo di elio possiedono lo stesso livello energetico di un nucleo eccitato di carbonio-12; ciò produce una risonanza che consente all’atomo di berillio di mantenersi stabile fino a cento miliardesimi di miliardesimo di secondo, il tempo sufficiente per collidere con un altro atomo di elio e formare il carbonio. Senza questa “coincidenza”, noi non staremmo qui a parlarne.

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Questa e molte altre coincidenze hanno spinto gli scienziati a introdurre la congettura del multiverso: il nostro non è che uno di innumerevoli universi dove le costanti di natura assumono tutti i valori possibili, e solo in pochi, tra cui il nostro, questi valori consentono l’esistenza della vita. Ma, secondo gli scienziati che si interessano alla congettura della simulazione, potrebbe esserci un’altra spiegazione: qualcuno, lì fuori, ha “progettato” l’universo apposta per la vita. La comunità scientifica inorridisce di fronte a questo cosiddetto “principio antropico”, perché ritiene sia un modo per reintrodurre nella scienza il ruolo di un Progettista, ossia Dio. Ma se il progettista fosse semplicemente una civiltà post-umana?

Lo scrittore di fantascienza e studioso di cibernetica Stanislaw Lem trattò della congettura della simulazione nella sua imponente Summa Technologiae del 1966, purtroppo ancora inedita in Italia. Ma nel 1971 scrisse sull’argomento un racconto, Non Serviam, pubblicato nella raccolta Vuoto assoluto. Non Serviam è la storia della nascita della “personetica”, la scienza fittizia della creazione di personalità simulate all’interno di mondi virtuali, definita da alcuni “la più crudele tra le scienze ideate dall’uomo”. Anche se le simulazioni create dal professor Dobb non sono identiche alle nostre – per esempio i “personoidi” non si riproducono sessualmente –, sono rette dalle stesse leggi fisiche. “Oggi è possibile confezionare un ‘mondo’ abitato nel giro di un paio d’ore – il tempo necessario per inserire nel computer i dati di uno dei programmi di base”, si legge nel racconto di Lem.

La creazione dell’universo simulato si svolge a velocità accelerate e, analogamente, il programmatore può far scorrere il tempo più velocemente per saltare certi stadi dello sviluppo della civiltà personoide, per poi farlo combaciare con il tempo reale al fine di raccogliere i dialoghi e i pensieri dei singoli personoidi e studiarli. Tra questi ci sono esempi di dibattiti dei personoidi su Dio e sul perché della loro esistenza, del tutto identici a quelli che ci poniamo nel “mondo reale”. Discorsi che mettono a disagio il loro creatore, il professor Dobb, che presto si ritroverà, sotto la pressione dei costi energetici sempre più alti per far funzionare l’esperimento, a staccare la spina: “Spegnerò le macchine e sarà la fine del mondo. Cercherò di rimandare quell’istante il più possibile. È l’unica cosa che posso fare e non mi sembra esattamente degna di lode. Si tratta di quel che volgarmente viene definito ‘uno sporco lavoro’. Detto ciò, spero che nessuno si sia fatto venire strane idee. Se sì, sono affari suoi”.

Supervisione di Cesare Alemanni e Matteo De Giuli.

Sito dell’autore: http://www.robertopaura.it/

Fonte: http://www.iltascabile.com/scienze/luniverso-e-una-simulazione/

La spiritualità del creato, M. Fox (Libri)

matthew-foxLa spiritualità del creato – Manuale di mistica ribelle, di Matthew Fox – Gabrielli Editori

“Il creato è ciò che risveglia i mistici e ciò per cui lottano i profeti. Il creato è l’oggetto della ricerca scientifica e dell’impegno mistico, è la fonte di ogni celebrazione e lo scopo di ogni etica.”

Estratto dal Capitolo 1

La spiritualità del creato non è un sentiero di recente invenzione. Per gli occidentali del XX e XXI secolo è un sentiero che viene riscoperto, poichè l’attacco portato avanti dalla cultura antropocentrica che iniziò con la dissoluzione della fine del Medioevo ci ha isolati all’interno di un mondo meccanicistico e non mistico. Oggi incontrare la spiritualità del creato è come riaprire un sentiero nella giungla, un sentiero che è stato coperto da rovi e piante con radici profonde.

matthew-fox-spiritualita-del-creatoLa spiritualità del creato è una tradizione antica. In America è la tradizione più antica, perché in essa consiste l’eredità spirituale fondamentale dei nativi americani. Ma è anche l’eredità fondamentale dei popoli nativi di ogni continente: delle popolazioni celtiche in Irlanda, Scozia e Galles, delle popolazione native africane e asiatiche, delle isole della Polinesia e della Nuova Zelanda, degli aborigeni australiani.

La cosmologia era alla base delle celebrazioni cultuali, della preghiera, dell’economia, della politica e dell’etica di tutti questi popoli. Tutti rendevano onore all’artista che è in ciascuno. Tutti si aspettavano che il divino potesse erompere in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Vedere il mondo in questo modo significa essere persone che mettono al centro il creato.

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Matthew Fox (1940), teologo americano di fama internazionale, (ex) frate domenicano, studioso di Meister Eckhart e Ildegarda di Bingen, “attivista visionario” e “profeta verde”, collega la spiritualità alla coscienza ambientale e alla difesa degli oppressi. Autore di una trentina di libri tradotti in 15 lingue, fondatore dell’Institute of Culture and Creation Spirituality in California, nel 1993 venne espulso dall’Ordine Domenicano per ordine dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. Tra le sue ultimi opere pubblicate in Italia: Preghiera, una risposta radicale all’esistenza (Gabrielli); Confessioni di un cristiano ribelle (Garzanti); Compassione; e Spiritualità e giustizia sociale (Claudiana), In principio era la gioia; e Creatività, dove il divino e l’umano si incontrano (Fazi)