La musica della pre-morte, G. Tedoldi (da Il Tascabile)

Sono sempre stato affascinato dal Tardo Stile, le ultime opere degli scrittori, dei pittori, ma soprattutto dei musicisti. Non sarà casuale che la stessa espressione è più ricorrente nei libri di storia della musica che altrove, e la si adopera canonicamente per riferirsi alle ultime sonate per pianoforte e agli ultimi quartetti per archi di Beethoven, alla Missa Solemnis e alla Nona sinfonia, insomma a quel gruppo variegato di lavori composti nell’ultimo decennio di vita del maestro di Bonn. Così, in base a una semplice curiosità (“qual è stata l’ultima composizione di Chopin?”) ho passato alcuni giorni a ascoltare e riascoltare questi lavori, alcuni dei quali, come il Quartetto in fa min. op 80 di Felix Mendelssohn o le ultime mazurke di Chopin, scritti a pochi mesi dalla morte. Perché mi domando: ne erano coscienti? Sapevano che stava per finire? Se sì, questa consapevolezza come si incarna, o da cosa trapela? E si può, fissando l’appressarsi della morte, riuscire a buttare giù note su un pentagramma? Cosa produce la doppia visione di questo e dell’altro mondo?

Tali opere terminali rappresentano, oltre al valore artistico, delle specie di NDE, Near Death Experiences, esperienze di pre-morte, e non c’è dubbio che questo aspetto, se si vuole un po’ necrofilo, mi attragga non meno (e forse più) di valutazioni e confronti di tipo stilistico o storico-estetico, complessivamente riconducibili a un’osservazione del musicologo Carl Dahlhaus: “la modernità dell’‘opera tarda’ non consiste nel fatto che anticipa un pezzo di futuro: la modernità di Bach, Beethoven e Liszt è stata scoperta solo dopo che il futuro che essa anticipava era divenuto da tempo presente”. Affermazione che avanza una pretesa di validità universale anche se, per citare un caso esotico quanto si vuole e, certo, non alla veggente altezza di Bach, Beethoven o Liszt, il futuro dell’Opus Clavicembalisticum di Kaikhosru Sorabij che, pur essendo stato completato a quasi sessant’anni dalla morte dell’autore, nasce già inseguendo un miraggio di Tardo Stile, è decaduto nel passato senza mai lambire il presente. “Può esistere un artista che non trova la sua epoca, e un’epoca che non trova il suo artista” diceva Burckhardt, e può accadere che l’allineamento, come tra corpi celesti incommensurabilmente distanti, non si verifichi mai. Il Tardo Stile è il cosciente, più radicale e misterioso tentativo di un artista di disallinearsi da tutti gli altri corpi orbitanti nel cielo della sua epoca. (continua)

Articolo integrale: La musica della pre-morte, il Tascabile

Le lingue modificano il modo in cui guardiamo il mondo?, F. Batisti (da Il Tascabile)

Immaginate di essere ospiti a casa di qualcuno per un tè. Passato un po’ di tempo chiedete dov’è il bagno e il padrone di casa vi dice “dopo il corridoio gira a sud, poi la seconda porta a ovest”. Con tutta probabilità siete in casa di una persona che parla una lingua diversa dalla vostra, una delle molte di lingue che si basano su un sistema di coordinate spaziali geografiche, “assolute” invece che “egocentriche” come quelle a cui siamo abituati (per cui il bagno è “dopo il corridoio a destra, poi la seconda porta a destra”). Secondo l’antropologo Stephen Levinson, che ha studiato le conseguenze cognitive della descrizione spaziale nella lingua guugu yimithirr, popolazione aborigena australiana, chi parla questo genere di lingue è costretto a costruirsi una sorta di “bussola mentale” per soddisfare la richiesta di essere costantemente a conoscenza della direzione cardinale in cui si è orientati – e finisce per ricordarla anche a distanza di anni, quando racconta qualche evento che ha vissuto.

La struttura di una lingua richiede di rispettare determinate regole per poter essere parlata in maniera coerente e comprensibile. Ciò che tutti noi facciamo imparandone una qualsiasi è abituarci lentamente ma inesorabilmente a fare nostre queste “richieste” e ciò, verosimilmente, lascia un segno permanente nei meccanismi della nostra mente. Possiamo dire che le lingue impongono ai propri parlanti un’immagine della realtà che è diversa da lingua a lingua? Che una lingua può cambiare la comprensione dei concetti più basilari di chi la parla, come lo scorrere del tempo, la posizione degli oggetti, la dinamica degli avvenimenti?

L’affascinante e controversa idea che ciascuna lingua contribuisca a costruire la realtà oggettiva dei propri parlanti è stata chiamata nei primi decenni del Novecento “relatività linguistica”, in un audace tentativo di analogia con la relatività in fisica, che in quegli anni aveva dato grande popolarità ad Albert Einstein. Senza scendere nei dettagli della sua genesi, possiamo dire che quest’idea viene etichettata ancora oggi come “ipotesi Sapir-Whorf”, dal nome del linguista Edward Sapir e del suo allievo Benjamin Lee Whorf, a dispetto del fatto che né i due formularono una singola proposta nettamente identificabile come tale, né tantomeno lo fecero congiuntamente. Di solito, ad essere riconosciuto come padre del “principio di relatività linguistica” è infatti il solo Whorf, noto per la sua eclettica vita intellettuale. Studiò ingegneria chimica all’MIT senza brillare e per mantenersi, in seguito, lavorò come perito chimico per una società di assicurazioni. Infine si iscrisse a Yale seguendo le lezioni di linguistica di Sapir, di cui finì addirittura per rilevare la cattedra a ridosso della morte, prima che lo stesso Whorf morisse prematuramente di cancro. Whorf si avvicinò allo studio del linguaggio tramite la lettura di testi settecenteschi d’ispirazione cabalistica che ravvisavano un rapporto speciale tra lingua e misticismo, e per quanto negli anni di Yale fosse rientrato, per così dire, nei binari della linguistica scientifica del tempo (tanto che svolse approfondite ricerche sul campo studiando lingue di comunità native meso e nordamericane), l’interesse per il mistico non lo abbandonò mai: il suo ultimo saggio, Language, Mind, and Reality, pubblicato postumo, apparve su una rivista indiana di teosofia. (continua)

Testo integrale: https://www.iltascabile.com/scienze/lingua-pensiero-realta/

La scomparsa dei riti, Byung-Chul Han (Libro)

La scomparsa dei riti, Byung-Chul Han – Edizioni Nottetempo (estratto)

I riti sono azioni simboliche. Tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità. Creano una comunità senza comunicazione, mentre oggi domina una comunicazione senza comunità. A costituire i riti è la percezione simbolica. Il simbolo (dal greco symbolon) indica originariamente il segno di riconoscimento tra ospiti (tessera hospitalis) L’ospite spezza a metà una tavoletta di argilla e ne dà un pezzo all’altra persona in segno di ospitalità. In tal modo il simbolo serve per il riconoscimento. Questa è una forma particolare di ripetizione:

“Riconoscere non è vedere di nuovo qualcosa. I riconoscimenti non sono una serie di incontri, ma riconoscere significa piuttosto: conoscere qualcosa per ciò che ci è già noto. E costituisce l’autentico processo dell’”accasamento” (Einhausung) umano – una parola di Hegel, che voglio usare in questo caso – il fatto che ogni riconoscimento sia sciolto dalla contingenza della prima presa di conoscenza e sia elevato all’idealità. Noi tutti lo sappiamo assai bene. Nel riconoscimento è implicito il fatto che ora si conosce più propriamente di quanto si potesse fare nella confusione momentanea del primo incontro. Il riconoscere vede il permanente nel fuggevole. [Charles Taylor, Il disagio della modernità]

La percezione simbolica, intesa come riconoscimento, percepisce ciò che dura: il mondo viene liberato dalla propria contingenza e ottiene un che di permanente. Oggi il mondo è assai povero di simboli: i dati e le informazioni non possiedono alcuna forza simbolica, per cui non consentono il riconoscimento. Nel vuoto simbolico si perdono quelle immagini e quelle metafore capaci di dare fondamento al senso e alla comunità stabilizzando la vita. L’esperienza della durata si attenua, mentre la contingenza aumenta radicalmente.

I riti si lasciano definire nei termini di tecniche simboliche dell’accasamento: essi trasformano l’essere-nel-mondo in un essere-a-casa, fanno del mondo un posto affidabile. Essi sono nel tempo ciò che la casa è nello spazio. Rendono il tempo abitabile, anzi lo rendono calpestabile come una casa. Riordinano il tempo, lo aggiustano. (…)

Oggi al tempo manca una struttura stabile. Non è una casa, bensì un flusso incostante: si riduce a una mera sequenza di presente episodico, precipita in avanti. Nulla gli offre un sostegno, e il tempo che precipita in avanti non è abitabile.

I riti stabilizzano la vita. Parafrasando Antoine de Saint-Exupèry, potremmo dire che i riti sono nella vita ciò che le cose sono nello spazio. Per Hannah Arendt è la resistenza delle cose a offrire loro un’”indipendenza dagli uomini”. Le cose hanno “la funzione di stabilizzare la vita umana”. La loro oggettività sta nel fatto che “gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé”, cioé la loro identità, “riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo”. [Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico]

Le cose sono il punto fermo, stabilizzante della vita. I riti hanno la medesima funzione: stabilizzano la vita per mezzo della proprio medesimezza (Selbigkeit), della loro ripetizione (Wiederholung). Rendono, dunque, la vita resistente. L’odierna coazione a produrre sottrae alle cose la loro resistenza: essa distrugge consapevolmente la durata allo scopo di produrre di più, di costringere a un maggior consumo. L’indugiare, d’altro canto, presuppone cose che durano; se le cose vengono solo usate e consumate, ecco che indugiare diventa impossibile. E dal momento che la stessa coazione a produrre destabilizza la vita smontando ciò che dura nella vita, essa distrugge anche la resistenza della vita, sebbene quest’ultima si allunghi. (…)

Sono le forme rituali che, come la cortesia, rendono possibile non solo un bel rapporto interpersonale, ma anche un bel rapporto delicato con le cose. Nel quadro rituale, le cose non vengono consumate o spese, bensì usate – così possono anche invecchiare. In preda alla coazione a produrre, ci rapportiamo alle cose e al mondo non come utilizzatori, bensì come consumatori. Di ritorno, le cose e il mondo consumano noi. Il consumo senza scrupoli ci attornia insieme alla sparizione, che destabilizza la vita. Le pratiche rituali fanno sì che ci rapportiamo armoniosamente non solo con le altre persone, ma anche con le cose…

Indice: – Avvertenza  – Coazione a produrre  – Coazione all’autenticità  – Rituali di chiusura  – Festa e religione  – La vita in gioco  – La fine della Storia  – L’impero dei segni  – Dal duello alla guerra coi droni  – Dal mito al dataismo  – Dalla seduzione al porno

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– Byung-Chul Han (Seul, 1959), è un filosofo e docente sudcoreano che vive in Germania. I suoi interessi vanno dall’etica alla filosofia sociale, dalla fenomenologia all’antropologia, dall’estetica alle comunicazioni di massa, in particolare nel campo dei cultural studies e in chiave interculturale, prestando attenzione a fenomeni globali e contemporanei. [Wikipedia]

La mente come mito, Intervista a U. G. Krishnamurti (J. Mishlove, Thinking Allowed)

La mente come mito – Intervista a U. G. Krishnamurti di Jeffrey Mishlove (da Thinking Allowed), 2006

Fonte: http://www.gianfrancobertagni.it

MISHLOVE: Benvenuto. Sono Jeffrey Mishlove. Oggi andiamo ad esaminare la mente – non come oggetto di realtà, ma come illusione, come mito. Con me è Mr. G.U. Krishnamurti, filosofo e viaggiatore. U.G. è autore di parecchi libri basati sulle sue conversazioni. Uno di questi si chiama “La mistica dell’illuminazione” ed un altro è “La mente come mito”. A volte è considerato un anti-guru, un uomo che sfugge qualunque definizione, un saggio riluttante. Benvenuto U.G.

KRISHNAMURTI: Grazie.

MISHLOVE: E’ un piacere essere con te. Nel tuo pensiero, se così posso chiamarlo, sembri suggerire che la mente non è reale, nel senso che non c’è mente separata dal corpo. E’ corretto?

KRISHNAMURTI: Sì. Quello che c’è è solo il corpo. Allora dov’è la mente? Se c’è una mente, è separata o distinta dall’attività cerebrale? Dunque è molto difficile affrontare la questione della mente. Vedi, noi abbiamo confidenza solo con le definizioni. L’argomento è “La mente è un mito”, ma la serie d’interviste in cui è inserita si chiama “Thinking Allowed” (pensare è permesso). Thinking aloud (pensare ad alta voce – gioco di parole in inglese) o pensare silenziosamente introduce nel quadro una questione molto fondamentale: cosa è il pensare, e perché pensiamo? Queste domande sorgono dall’assunto che i pensieri sono auto-generati e spontanei, ma di fatto il cervello è solo un reattore, non un creatore. E’ molto difficile accettare questo, perché per secoli ci hanno fatto credere… o siamo stati sottoposti al lavaggio del cervello….. è molto difficile accettare la mia affermazione che non esistono per niente i pensieri.

MISHLOVE: Sembri assumere la posizione che categorizzeremmo come molto materialistica e molto meccanica – che il cervello non è nient’altro che una macchina o un computer.

KRISHNAMURTI: E’ davvero un computer, ma noi non siamo pronti ad accettarlo. Per secoli ci è stato fatto credere che c’è un’entità, che c’è un Io, che c’è un sé, che c’è una psiche, che c’è una mente e così via.

MISHLOVE: Un’anima, per così dire, uno spirito.

KRISHNAMURTI: Anima. Se accetti il fatto – questo può non essere un fatto per te, puoi non accettarlo, e molta gente non esiterà a rifiutarlo – che non esiste una cosa come un’anima, e che l’anima è creata dal pensiero dell’uomo. Ci siamo nutriti di fandonie per secoli, e se cambiassimo dieta, moriremmo tutti di fame.

MISHLOVE: Noi possediamo molti termini che indicano cose intangibili. Parliamo di onestà, di integrità, come se fossero oggetti reali; eppure non sono tanto oggetti quanto qualità o processi.

KRISHNAMURTI: Ho paura che ci stiamo allontanando dalla domanda basilare. Se tu non vuoi pensare, c’è pensiero? Volere e pensare vanno insieme, ed il pensiero, vedi, è materia, in modo che tu usi il pensiero per raggiungere una meta sia materiale che spirituale. Ma per sfortuna noi mettiamo le mete spirituali ad un livello più alto e ci consideriamo molto superiori a coloro che usano il pensiero per ottenere scopi materiali. Dunque di fatto, che tu lo chiamo materiale o spirituale, anche i cosiddetti valori spirituali sono materialistici. E tale è la materia; il pensiero è materia. E come dicevo proprio all’inizio, il pensiero non è un creatore di pensiero, ma risponde a degli stimoli. Quello che esiste è solo lo stimolo e la risposta. Anche il fatto che c’è una risposta allo stimolo non può essere sperimentato da noi, eccetto tramite l’aiuto del pensiero, che crea una divisione tra lo stimolo e la risposta. Di fatto, lo stimolo e la risposta sono un momento unitario. Non si può neppure dire che esista una sensazione; anche le cosiddette sensazioni che noi pensiamo di sperimentare continuamente non possono venire sperimentate se non attraverso la conoscenza che noi riceviamo dalle sensazioni. (noi abbiamo accesso diretto alla conoscenza ma non alla sensazione, –corretto?– n.d.t.)

MISHLOVE: Da tutto questo deduciamo che esiste un sé, che esiste una mente che fa da mediatrice tra lo stimolo e la risposta.

KRISHNAMURTI: Quello che c’è è solo la conoscenza che noi abbiamo del sé, la conoscenza che abbiamo accumulato, o che ci è stata passata, da una generazione all’altra. Con l’aiuto di questa conoscenza noi creiamo quello che chiamiamo sé, e poi sperimentiamo il sé come separato dalle funzioni di questo corpo. Allora esiste una cosa come il sé? Per me l’unico Io è il pronome di prima persona singolare. Io uso “io” per rendere più semplice la conversazione, e chiamo te “te”, ed io “io”, ma semplicemente quello che chiamiamo io è solo un pronome di prima persona singolare.

MISHLOVE: A una parte del discorso.

KRISHNAMURTI: Sì. Oltre a questo, esiste una cosa come io? Esiste una cosa come il sé? Esiste questa entità, differenziata dal funzionamento di questo organismo vivente? Vedi, da qualche parte lungo il percorso di evoluzione – non posso neppure fare un’affermazione definitiva e dire che esiste una cosa come l’evoluzione, ma assumiamo e presumiamo che esista — da qualche parte lungo il percorso, la specie umana ha fatto esperienza di questa autocoscienza che non esiste in altre specie sul pianeta.

MISHLOVE: Sembri suggerire che è un prodotto del nostro linguaggio.

KRISHNAMURTI: Non necessariamente un prodotto del linguaggio. Vedi, proprio l’esperienza di ciò che chiamiamo “ciò che ci separa dalla totalità delle cose”, il problema è – e questo è quanto voglio enfatizzare – tutta la natura è una singola entità. L’uomo non può separarsi da quella che chiamiamo natura. Sfortunatamente, con l’aiuto di questa autocoscienza che è apparsa ad un certo momento, l’uomo si è accordato un posto superiore su un livello più alto, e si è considerato superiore (ed ancora ci riteniamo tali) alle altre specie che vivono su questo pianeta. Ecco la ragione per cui abbiamo creato questa disarmonia; ecco perché abbiamo creato questi tremendi problemi, ecologici e di altro tipo. L’uomo, o come volete chiamarlo, di fatto non può essere separato dalla totalità della natura. Ecco dove abbiamo preso una delle maggiori cantonate; questa cosa è sfortunatamente la tragedia dell’uomo. (segue)

Articolo integrale: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/maestri/mentemito.htm

U.G. Krishnamurti (1918–2007) Spesso definito “anti-guru” o come “l’uomo che rifiutò di essere un guru”. Non va confuso con Jiddu Krishnamurti, anch’egli filosofo. U.G. Krishnamurti non ha scritto alcun testo. Tutti i libri in circolazione (in inglese, francese, tedesco, olandese, spagnolo, polacco, serbo, coreano, hindi, tamil, telugu e kannada, oltre che in italiano) sono trascrizioni di conversazioni. Lo stesso U.G. non mostrerà particolare interesse a questi volumi, tanto che troviamo come ex ergo a ogni suo libro la seguente frase: “Il mio insegnamento, se vi piace chiamarlo così, non ha copyright. Siete liberi di riprodurlo, diffonderlo, interpretarlo, fraintenderlo, distorcerlo, alterarlo, potete farne quel che vi pare, potete anche pretendere di esserne voi gli autori, senza bisogno di chiedere né il mio consenso, né il permesso di chiunque altro.” (Wikipedia)

Negli abissi luminosi, A. Tonelli (Libro)

Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica, a cura di Angelo Tonelli – Edizioni Feltrinelli (2021)

Estratti dall’Introduzione

Nella nostra epoca – contrassegnata dal trionfo della tecnica e della scienza sempre più saldate in un binomio che esalta la dimensione della razionalità funzionale – è già in atto una scissione dell’interiorità, che è destinata a crescere esponenzialmente con la rivoluzione cibernetica in corso di intensificazione, rivoluzione che costringe e costringerà sempre di più gli umani a potenziare il “pensiero meccanico”, ovvero un lógos riduttivo e segmentato, privato del suo respiro cosmico, a tutto svantaggio di quella che Jung chiamava anima, e di quello che i Greci chiamavano noûs. (…)

In altri termini, in Occidente e nel resto del mondo assoggettato al modello occidentale, si è assistito nel corso della storia e negli sviluppi della cultura, ovvero della mente collettiva, a un progressivo “furto d’organo”: ovvero a una castrazione antropologica dell’umanità, vale a dire all’amputazione del centro più profondo degli individui che li connette all’armonia segreta del cosmo. Ciò è avvenuto attraverso il silenziamento, o la caricatura o la ghettizzazione di tutte le esperienze mistiche, iniziatiche, sapienziali ben radicate nel nostro Occidente greco e magnogreco, a sua volta originariamente connesso con il sostrato sciamanico e sapienziale eurasiatico. In questo consiste l’inattuale attualità delle esperienze sciamaniche, mistiche e sapienziali di cui qui si tenta di offrire una significativa sintesi al lettore che non si accontenti di una politematica escursione nell’antropologia del mondo antico, ma miri a cogliere vertici coscienziali e abissi luminosi e numinosi che i nostri padri e madri spirituali sapevano elicitare ora in lampeggiamenti e folgorazioni estatiche, ora in vertigini mistiche e iniziatiche. E condensarle nelle voci più alte della Sapienza, da Pitagora a Eraclito a Empedocle a Parmenide. E altri ancora. (…)

Per i Greci il noûs, già in Parmenide, Eraclito, Empedocle, e poi in Aristotele, Platone, e ancora più tardi in Plutarco, negli Oracoli caldaici e nel Neoplatonismo, è l’intuizione profonda, l’“occhio dell’anima”, il fulcro dell’interiorità individuale che tutto connette e ricompone nel Grande Uno. È il distillato sapienziale di esperienze – e non percorsi intellettuali – sciamaniche, meditative, contemplative che coinvolgono sangue e sentire, pensiero ed emozione dilatando i confini dell’organismo psicocorporeo ed egoico (il luogo del principium individuationis) fino a traboccare – nella trance dionisiaca, nell’ékstasis apollinea – in un Oltre che è interiorità profonda del singolo che si rovescia in profonda cosmicità del medesimo: coscienza oceanica, luogo in cui il singolo coincide con l’Uno, o meglio in cui l’Assoluto che è nel singolo è ipso facto l’Assoluto che è nell’Uno e di cui l’Uno è nome, perché dell’Assoluto non si può predicare nulla.

A questo stato di coscienza approssimano lo sciamanesimo e le esperienze di trance ed estasi della Grecia antica, ma anche musica e danza e poesia, con diversi gradi di intensità, e diversi approcci. (…)

(Testi originali latino e greco a fronte)

Indice
– Introduzione – Dioniso – Coribanti, musica e manìa – Oracoli e sciamanesimo apollineo – I misteri di Samotracia – Epimenide – Abaris – Ermotimo – Aristea – Zalmoxis – Appendice iconografica

Angelo Tonelli – (1954) poeta, autore e regista teatrale, tra i massimi grecisti viventi, ha studiato Filosofia Antica a Pisa con Giorgio Colli. Ha pubblicato tra l’altro diverse opere di poesia e saggi. Per i “Classici” di Feltrinelli ha tradotto e curato Dell’Origine (1993) di Eraclito, La terra desolata. Quattro quartetti (1995) di T.S. Eliot, il primo volume di Le parole dei Sapienti (2010), dedicato a Senofane, Parmenide, Zenone, Melisso e il volume Eleusis e Orfismo (2015)

Genesi: il grande racconto delle origini, G. Tonelli – Conferenza (2019, Video)

Genesi: il grande racconto delle origini – Guido Tonelli, Conferenza Rinascimento Culturale (2019) (Video)

Guido Tonelli (1950) è un fisico, accademico e divulgatore scientifico italiano, professore ordinario presso l’Università di Pisa. Ha partecipato ed è stato portavoce dell’esperimento CMS presso il CERN, che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs. (Wikipedia)

Libri di Guido Tonelli

Un universo in costante evoluzione, Trinh Xuan Thuan (estratto)

L’idea di una costante interazione tra il Vuoto e il Pieno, cioè tra il non essere e l’essere, implica una trasformazione incessante dei fenomeni naturali. Poiché il vuoto evolve in permanenza verso il Pieno e viceversa, niente può essere eterno e immutabile. Questa idea della trasformazione incessante ha fatto la sua comparsa molto presto e la rinveniamo per esempio nell’I Ching o Libro dei Mutamenti. Considerato uno dei testi più importanti del pensiero universale, l’I Ching risale al primo millennio a.C. Distilla l’essenza di millenni di saggezza cinese ed è composto tra le altre cose da sessantaquattro segni, chiamati «esagrammi» (un esagramma è una serie di sei linee), che si basano sul simbolismo dello Yin e dello Yang, ovvero del Pieno e del Vuoto, e che erano utilizzati in origine per gli oracoli. Negli esagrammi il Pieno, associato allo Yang, è rappresentato dal tratto continuo, mentre il Vuoto, associato allo Yin, consta di una linea spezzata, ossia di due trattini separati da uno spazio. È questo Vuoto il responsabile delle trasformazioni dell’universo. Gli esagrammi rappresentano, in pratica, l’impermanenza del cosmo, il movimento dei fenomeni naturali nelle loro trasformazioni. Come i segni si mutano in continuazione gli uni negli altri, i fenomeni evolvono continuamente da una forma all’altra. L’I Ching, come in seguito i testi taoisti, tenta dunque di descrivere sia i cambiamenti incessanti della natura, sia le non meno mutevoli e oscillanti relazioni umane.

L’idea di un mutamento perpetuo è in armonia con quello che dice la cosmologia moderna: contrariamente a quanto asseriva la concezione aristotelica, l’universo è in costante evoluzione. Aristotele era convinto che il cielo, regno degli dèi, fosse perfetto e che niente potesse cambiare, perché ciò che era perfetto non poteva essere migliorato. Ancora negli anni Cinquanta del Novecento, la teoria cosmologica dell’universo stazionario sosteneva che, in media, l’universo non cambiasse né nel tempo né nello spazio. Solo nel 1965, dopo la scoperta della radiazione fossile, si impose la teoria del Big Bang, che fece tabula rasa dell’idea di staticità e immobilità e conferì all’universo una storia: il cosmo acquisì così un passato, un presente e un futuro. Nato con una spaventosa deflagrazione da una condizione di calore e densità estremi, l’universo si dilata in continuazione e la sua espansione accelerata continuerà a ridurne la densità e a raffreddarlo sempre di più, fino alla fine dei tempi. Non solo l’universo cambia, ma tutte le strutture che contiene evolvono a loro volta. Dai pianeti alle stelle, dalle galassie agli ammassi di galassie, nulla è permanente. Le stelle nascono, vivono la loro vita consumando consumando il loro combustibile di idrogeno ed elio e muoiono espellendo nel mezzo interstellare il gas arricchito di elementi chimici prodotto dalla loro alchimia nucleare. Questo gas collassa sotto l’effetto della gravità per dare origine a una nuova generazione di stelle, e così inizia un nuovo ciclo. I cicli di vita e di morte delle stelle, però, non si misurano in termini di un secolo come la vita umana, ma in termini di milioni e perfino miliardi di anni.

Non soltanto tutto cambia, ma tutto si muove. Pianeti, stelle, galassie e ammassi di galassie sono in perpetuo moto, come partecipassero a un fantastico balletto cosmico. Nell’istante in cui leggete queste righe, la Terra vi trascina nello spazio a 30 chilometri al secondo nel suo viaggio annuo intorno al Sole. Nel contempo, il Sole ci conduce a 230 chilometri al secondo attraverso il mezzo interstellare, perché, ogni 250 milioni di anni, compie una rivoluzione intorno al centro della Via Lattea. La nostra galassia corre a sua volta a 90 chilometri al secondo verso la sua vicina, la galassia di Andromeda, attirata dalla sua gravità. E non è finita: si aggiunge a tutto ciò il moto del Gruppo Locale e del Superammasso Locale, che si sovrappone al moto di espansione dell’universo. Il mondo delle particelle elementari non è da meno. La fisica contemporanea ci insegna che, anche nell’infinitamente piccolo, tutto si muove. Nella stragrande maggioranza, le particelle sono instabili: si disintegrano spontaneamente. Così un neutrone libero, non imprigionato in un nucleo atomico, si trasforma in protone dopo una quindicina di minuti, emettendo emettendo un elettrone e un neutrino. Quasi tutte le particelle che compaiono all’interno degli acceleratori esistono per un lasso di tempo di gran lunga inferiore a un battito di ciglia, un milionesimo di secondo o meno, poi spariscono. Le più stabili, come l’elettrone, il fotone e il neutrino, non vivono isolate, e prima o poi l’interazione con altre particelle cambia la loro natura o le fa sparire. Come il vuoto si trasforma in pieno e viceversa, l’energia di una particella può trasformarsi in materia o, al contrario, la materia può diventare luce e annichilirsi con l’antimateria. A causa del principio di indeterminazione dell’energia, innumerevoli particelle virtuali popolano lo spazio intorno a noi. Apparendo e scomparendo secondo cicli infernali di vita e morte di durata infinitesima, incarnano in massimo grado l’instabilità del mondo, dove tutto è mutazione e trasformazione.

– Estratto da: La pienezza del Vuoto, Trinh Xuan Thuan – Edizioni Ponte alle Grazie, 2017

Vedi anche: La Pienezza del Vuoto (libro)