Fondamento dell’interesse, I. Shah

Fondamento dell’interesse, Idries Shah (estratto da: Imparare a imparare – Psicologia e spiritualità sulla Via del Sufi, Ubaldini Editore, 1993)

Qualcuno vuole sapere perchè è così difficile incontrarmi, e desidera anche che sia pubblicamente riconosciuta la mia “conoscenza nel campo spirituale”. Per ciò che riguarda la prima domanda, non è facile nè difficile; è semplicemente una questione di cifre, per me come per chiunque.

Se prendiamo come base una giornata di otto ore e una settimana di sette giorni, ne risulta che in un anno – a patto di incontrare quotidianamente una persona ogni ora, e di non fare altro che avere con ciascuna di esse un colloquio di un’ora – potrei ricevere poco meno di tremila visitatori all’anno, e ciascuno una volta sola. Ora, il numero di coloro che, nel corso di un anno, manifestano il desiderio di “parlarmi”, varia da novemila a trentamila, e se ogni anno accettassi di ricevere ciascuno dei richiedenti solo due volte, potrei soddisfare solo millecinquecento domande circa. Benchè le domande che desiderano pormi siano sempre considerate importanti, noto che l’urgenza diminuisce, misteriosamente, durante le festività e le vacanze estive…

Dopotutto, può darsi che se non facessi altro che ricevere per un’ora al giorno ogni persona che vuole vedermi, la situazione che si creerebbe porterebbe in se stessa la sua soluzione: diventeri così noioso, così incompetente, così esaurito, che la gente avrebbe sempre meno voglia di vedermi e così finirei per recuperare la mia libertà.

Allora, anzichè dover fare così, perchè non attenermi alla situazione presente, tanto più che non mancano individui felicissimi di vedersi circondati da orde e da gruppi che assorbono la loro saggezza dalla mattina alla sera?

Sono stasto criticato per aver detto questo. Si dice che questi “saggi” suscitino sempre insoddisfazione nella maggior parte dei loro discepoli, i quali – di conseguenza – passano da un guru all’altro. Se dovessi comportarmi in questo modo susciterei anch’io insoddisfazione, quando i discepoli si sarebbero stancati di vedermi continuamente e ritualmente seduto a recitare la parte del grande guru.

Io non ho nè la formazione nè la vocazione per entrare in questa giostra.

L’attività che consiste nel “vedere gente” è un’attività socio-psicologica, fatto che tutti questi “cercatori” sembrano ignorare in quanto la scambiano volentieri per una “attività spirituale”, che ovviamente non è. Coloro che amano raggrupparsi in questo modo sono tenuti a dimostrare che tale raggruppamento è una “attività spirituale”, altrimenti continueranno ad associarsi a coloro che cercano l’adulazione, la cui seconda caratteristica sembra essere molto spesso quella di non sopportare la solitudine troppo a lungo.

Quando ero giovane, il mio Maestro mi disse: “Se fosse sufficiente radunarsi per raggiungere l’illuminazione, i granelli di sabbia sarebbero diventati tutti santi, gli stormi di uccelli si disperderebbero e ogni membro dello stormo diverrebbe un Maestro spirituale, e le pecore eserciterebbero la funzione di illuminati. Allo stesso modo, se vedessimo i meno illuminati raggrupparsi attorno a cose o a persone ritenute da essi strane, interessanti o eccitanti, non avremmo sotto gli occhi un assembramento di curiosi, ma l’assemblea degli eletti…”.

Quanto alle mie “conoscenza spirituali”, ecco ciò che diceva lo Sceicco Abu-Ishaq, dell’Isola Verde (presso Algesiras, in Spagna) a Ibn el-Arabi:

“Io classifico la gente in due categorie: anzitutto c’è l’amico che ha una buona opinione di me, e ne parla bene. È un amico. Poi c’è chi parla male di me, ed è colui che parla del mio stato spirituale”.

– Idries Shah, Imparare a imparare – Ubaldini Editore

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Idries Shah (1924-1996) – Scrittore britannico, autore di alcune decine di libri di argomento psicologico e spirituale, ma anche di diari di viaggio e di studi culturali. Nel 1960 ha fondato una casa editrice chiamata Octagon Press, presentando traduzioni dei classici sufi e titoli originali. Nei suoi scritti Shah presentò il Sufismo come una forma di sapienza universale precedente all’Islam, e ponendo l’enfasi sulla dinamicità del Sufismo, la cui natura non statica sempre si adatta al tempo presente, in accordo al luogo e alla gente coinvolta. Egli formulò il suo insegnamento in termini psicologici comprensibili ad un pubblico occidentale.

Citazione

Il tempo e l’interiorità (Sen. Ep. ad Luc. I 1) — Studia Humanitatis – παιδεία

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da A. BALESTRA et al., In partes tres. 3. L’età imperiale, Bologna 2016, pp. 84-87; Lucio Anneo Senca, Lettere morali a Lucilio, a cura di F. SOLINAS, Milano 1995, pp. 581-582. Una volta compreso che l’uomo ha pieno potere sul proprio passato, nel senso che può in tutta libertà esaminarlo quando vuole, ha inizio il cammino […]

via Il tempo e l’interiorità (Sen. Ep. ad Luc. I 1) — Studia Humanitatis – παιδεία

Che ci posso fare?, Chin Sheng Tan

Che ci posso fare?, Chin Sheng Tan
(Estratto da: Importanza di capire, di Lin Yutang –TEA, 1999)

Dalla I Prefazione alla Camera Occidentale, di Chin Sheng Tan

Non sappiamo che cosa siano in realtà gli oggetti che stanno di fronte a me e che chiamiamo una pietra da inchiostro, una penna, un pezzo di carta; ma siccome sono generalmente chiamati con questi nomi, useremo per indicarli i nomi consueti. Non sappiamo che cosa siano in realtà una mano o un pensiero, ma anche noi chiameremo la mano e il pensiero con questi nomi. Chiamiamo questo posto accanto alla finestra “qui” e il momento presente “oggi”; e così anch’io li chiamerò “qui” e “oggi”.

Mentre scrivo, un’ape entra volando dalla finestra e una formica cammina sul balcone. La formica e l’ape si godono la loro effimera vita presente proprio come io mi godo la mia effimera esistenza. Quando io diventerò un “antico”, anche la formica e l’ape diventeranno una “formica antica” e un’“antica ape”. Quale mistero e che gioia che io viva oggi, in quest’ora, in questo posto presso questa finestra, con penna, pietra da inchiostro e carta davanti a me, mentre la mia mente pensa e la mia mano scrive, in compagnia dell’ape e della formica presenti.

I miei lettori nati dopo di me non sapranno mai che ci sono un’ape e una formica in questo momento in cui io sto scrivendo. Ma se i lettori venuti dopo di me non potranno sapere di quest’ape e di questa formica che mi fanno compagnia mentre scrivo, allora essi non sapranno nulla, in realtà, di me. Ma io so qualcosa dei miei lettori futuri. Coloro che leggeranno queste pagine come temporanea occupazione, o magari senza neanche aver pensato a un’occupazione temporanea, le leggeranno perché non sanno “che farci”, nel vedere che la vita passa e svanisce come la luce del lampo o come nubi che si dissolvono, come un uragano di passaggio, come acqua che scorre.

Son giunto dunque a rendermi conto che perdere il proprio tempo è un modo di impiegarlo, non perderlo è un altro modo d’impiegarlo, e non preoccuparsi di continuare a perdere tempo anche sapendo che è una perdita di tempo è un altro modo d’impiegarlo. Mi sono tanto affaticato su questo libro [1] perché voglio che questo commento sia superbo, e voglio che esso sia superbo perché ho osato. Ho osato perché ho capito la vita sino in fondo; e siccome ho capito la vita sino in fondo, posso fare ciò che la mia natura mi porta a desiderare di fare. Fare ciò che la mia natura mi porta a desiderare di fare è un altro modo ancora di occupare il tempo.

Però non ho tempo di preoccuparmi del problema se i miei futuri lettori mi conosceranno oppure no. Ahimè! nello stesso modo, vorrei cantare un lamento in onore degli antichi, ch’erano più intelligenti di me, ma non so chi erano! Perciò ho prodigato le mie fatiche in questo commento, e l’ho pubblicato come una forma di lamentazione in onore degli antichi. Questa lamentazione in onore degli antichi non è, in verità, per gli antichi; è soltanto un altro modo di occupare il tempo.

– Estratto da: Importanza di capire, Lin Yutang – TEA 1999 (fuori catalogo)

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Lin Yutang

[1] Chin Sheng Tan (1609?–1661) fu un grande commentatore del dramma di Wang Shih Fu (1250-1337) “La camera occidentale“. Fu tra i primi a convincersi che le opere di fantasia e il dramma appartengono di pieno diritto alla Letteratura con L maiuscola, alla pari con i Classici.

– Lin Yutang (1985-1976) – scrittore, traduttore e saggista cinese; candidato due volte al Premio Nobel (1940 e 1950) per la Letteratura Cinese (wikipedia)

Francois Jullien: tra Bibbia e I Ching, Carlo Sini (Video)

Francois Jullien: tra Bibbia e I Ching, Carlo Sini (2010) (Video) (Libro)

Conversazione di Carlo Sini sul libro “Figure dell’immanenza, una lettura filosofica dell’I Ching” di Francois Jullien, Laterza (2005)

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La comunicazione senza fili e il reality mining… , Ivo Toshan Quartiroli

Ivo Toshan QuartiroliLa comunicazione senza fili e il reality mining come riflesso della consapevolezza globale, Ivo Toshan Quartiroli (2007, da Indranet.org)

Bluetooth, Wi-Fi e altre modalità wireless di trasmissione dei dati attraverso computer, modem, stampanti e altre periferiche si stanno diffondendo rapidamente. La comunicazione senza fili non sarà il solo tipo di punto-informazione sul territorio. Reality mining [estrarre la realtà] è il termine coniato dal Mit Media Lab per indicare i vari oggetti che possono essere trasformati in punti informazione tramite piccoli chip sensoriali radiocollegati.

L’attrattiva del wireless non sta solo nella possibilità di evitare grovigli di fili o di connettersi alla Rete da qualsiasi luogo. I luoghi wireless hanno un impatto anche sulla nostra psiche. Essi creano la sensazione di presenze consce, quasi vive, onnipresenti.

Non c’è dubbio che in futuro i computer saranno sempre più wireless: Bluetooth, Wi-Fi e altre modalità wireless di trasmissione dei dati attraverso computer, modem, stampanti e altre periferiche si stanno diffondendo. Le città stanno installando migliaia di antenne wireless per creare una griglia fitta di punti in cui la gente possa accedere a Internet: in pochi anni connetteremo senza fili tutti gli strumenti ad alta tecnologia, tra loro e con la Rete, sia a casa che all’esterno.

La comunicazione senza fili non sarà il solo punto informazione sul territorio. Reality mining [estrarre la realtà] è il termine coniato dal Mit Media Lab per indicare i vari oggetti che possono essere trasformati in punti informazione tramite piccoli chip sensoriali radiocollegati. Nel numero di luglio-agosto 2007 della rivista Technology Review, il principale articolo, intitolato Second Earth [Seconda terra] li elenca definendoli “tutto ciò che bisogna monitorare, inclusi ponti, sistemi di ventilazione, impianti luce, trappole per topi, pallet per carico-scarico merci, equipaggiamento di battaglia, persino il corpo umano”.

L’attrattiva del wireless non sta solo nella possibilità di evitare grovigli di fili o di connettersi alla Rete da qualsiasi luogo. I luoghi wireless hanno un impatto anche sulla nostra psiche. Essi creano la sensazione di presenze consce, quasi vive, onnipresenti. I punti wireless realizzano il sogno cartesiano dei pensieri senza corpo, dei puri pensieri senza un medium. Da questa prospettiva, “le intelligenze” di un punto wireless sono il logico risultato dell’evoluzione della nostra mentalità occidentale, scientifica e tecnologica.

Allo stesso tempo, gli oggetti wireless che contengono informazioni e software, assomigliano per certi versi ai livelli di una realtà mistica, dove l’universo è vivo e conscio, e dove la sfera dei pensieri è ovunque, non confinata alla mente umana. Ricorda una rete di occhi infiniti e di consapevolezza onnipresente, dove tutto è uno e interconnesso.

Ho notato che attraverso i progressi tecnologici gli esseri umani cercano inconsapevolmente di produrre realtà che imitino stati psicologici e spirituali più elevati, stati che non possono essere raggiunti dalla mente concettuale. Quella che si raggiunge tramite la tecnologia è una simulazione dello stato mistico di una mente globale che pervade l’universo. Il desiderio di unirsi alla mente globale è avvertito da ogni essere umano, ma se siamo ancora identificati con il nostro ego e con la mente individuale, non riusciamo ad abbandonare questi ultimi per entrare nell’abbraccio di una mente più vasta. Ciononostante, percepiamo una debole ecodelle dimensioni spirituali globali e attraverso la tecnologia costruiamo un simil-riflesso di un universo conscio onnipresente. Tale pallido riflesso a livello tecnologico non minaccia il nostro ego individuale, che ancora non è pronto a fondersi con la consapevolezza globale.

I mistici hanno sempre affermato che i pensieri non sono prodotti dalla mente/cervello: questo organo non fa che raccogliere ciò che è già presente nella sfera dei pensieri. Come dice U. G. Krishnamurti:

“Non esiste la vostra mente o la mia mente: c’è solo la Mente, che è la totalità di tutte le sensazioni, di tutta la conoscenza, di tutta l’esperienza che il genere umano ha accumulato di generazione in generazione. Tutti noi pensiamo e funzioniamo in una sfera di pensiero, esattamente come tutti quanti abbiamo in comune la stessa atmosfera per respirare. I pensieri ci sono per poter funzionare e comunicare in questo modo corretto e intelligente. […] Dove si trovano i pensieri? Non sono nel cervello. I pensieri non sono fabbricati dal cervello. Si può dire, piuttostom che il cervello funziona come un’antenna che capta i pensieri da una sfera comune a tutti, su determinate lunghezze d’onda.” U.G. Krishnamurti. La mente è un mito, Milano, 1990.

Il Bluetooth e il Wi-Fi in questo senso sono una metafora della consapevolezza globale e non localizzata: una rete di dati attivi che comunicano tra loro. Con i nostri strumenti possiamo raccogliere e filtrare le informazioni messe in circolo da queste fonti, sentendoci in tal modo connessi con la sfera globale dei pensieri. La scienza considera il cervello come il luogo in cui si formano i pensieri e si crea la consapevolezza. Nisargadatta Maharaj, invece, come molti altri mistici, ha vissuto in prima persona la realtà dell’oceano di consapevolezza.

“Voi siete talmente abituati a pensarvi come corpi muniti di coscienza che non riuscite a immaginare una coscienza dotata di diversi corpi. Quando avrai realizzato che l’esistenza corporea è solo uno stato mentale, un movimento nella coscienza, che l’oceano della coscienza è infinito ed eterno, e che quando entri in contatto con la coscienza sei soltanto un testimone, sarai in grado di ritirarti interamente al di là della coscienza stessa.” Nisargadatta Maharaj. Io sono quello. Astrolabio. 2001.

Mentre per Nisargadatta Maharaj e altri mistici la consapevolezza è la sostanza fondamentale dell’universo, e i corpi fanno parte di essa, per Cartesio e gli scienziati contemporanei la consapevolezza è semplicemente contenuta nella mente, e i corpi non sono considerati altro che un ostacolo per i pensieri puri. Secondo il punto di vista dei mistici, la consapevolezza è onnipresente e può anche accadere in un corpo-mente; secondo la concezione di Cartesio, i corpi e il mondo materiale sono definiti come entità di natura distinta dalla consapevolezza.

Cartesio aveva in realtà una concezione mistica della vita, ma dovette scendere a compromessi con la Chiesa del suo tempo, per cui lasciò a essa il monopolio sulla fede e la coscienza. Quello che ci è stato tramandato di Cartesio non è stata la sua spiritualità, ma i pilastri del metodo scientifico e la cosiddetta scissione corpo-mente.

Poiché la consapevolezza è onnipresente, non mi sorprende che la sede della consapevolezza umana risulti così sfuggente ai neuroscienziati che la cercano soprattutto nel cervello.

http://www.indranet.org/wireless-communication-and-reality-mining-as-a-reflection-of- pervasive-consciousness/

Ivo Quartiroli è stato tra i fondatori delle case editrici Apogeo e Urra. Da sempre osservatore della Rete e dei suoi effetti psicologici e sociali, scrive su http://www.indranet.org, affiancando le sue competenze informatiche alle sue ricerche spirituali e descrivendo la relazione tra tecnologie, psiche e società.È editore di http://www.innernet.it, rivista online sui percorsi di consapevolezza, maestri spirituali, nuova scienza e ambiente. Ha pubblicato numerosi titoli di informatica e di analisi dei media. Una versione precedente di Internet e l’Io diviso, accolta da molte recensioni favorevoli, è apparsa in inglese, in formato digitale, nel 2011. È membro del comitato scientifico italiano del Club di Budapest. È autore di “Internet e l’io diviso” per i tipi Bollati Boringhieri.

Le ragioni del silenzio e le sei regole dello Zend-Avesta, Vico di Varo

Le ragioni del silenzio e le sei regole dello Zend-Avesta, Vico di Varo (Amedeo Rotondi)

L’uomo di natura espansiva, abituato alla più cordiale comunicativa con il mondo esterno, aperto con i propri simili, si chiede: Perchè tacere? non si deve essere comunicativi? Come può effettuarsi il contatto con gli altri se non con le parole? perchè essere chiusi?

Quando si dice di parlare di meno, di parlare poco, di tacere del tutto, di dominare la lingua, non si vuole affatto consigliare a divenire tipi chiusi, non comunicativi, solitari, o, peggio, complessi, contorti, reticenti, complicati, pieni di equivoci o di sottintesi. No, davvero. Allora sarebbe meglio essere chiacchieroni, istintivi, con tutte le penose conseguenze che l’esperienza porta con sé ma, certo, meno negative delle altre. Quando si consiglia di tacere, si consiglia la via migliore, si dice di mettere un giusto freno al parlare indiscriminato, un freno sensato come chiunque adoperi l’auto, in maniera che nella discesa non vada a fracassarsi nel primo burrone, tirando dritto. Vi sono ragioni fondamentali per cui è meglio il tacere che il parlare. Quando si sarà compreso a che serva il silenzio, allora si comincerà ad amarlo.

Il silenzio ha le sue ragioni che vanno ben penetrate. Il tacere non è fine a se stesso che, anzi, sarebbe allora sicuramente un regresso rispetto al dono sublime della parola, ma è soltanto un mezzo per realizzazioni più elevate. Si tace solo per motivi più alti, non per altro. (…)

Scopo fondamentale del silenzio è quello di favorire l’attività interiore dell’uomo. Si rinuncia al poco per avere il molto: è un cambio vantaggioso (…)

Le sei regole dello Zend-Avesta per il governo della parola

L’antica saggezza persiana, espressa nello Zend-Avesta, detta alcune regole sul governo della parola. Come tutte le verità che hanno valore universale, sono sempre attuali. L’Arte del silenzio e l’uso della parola, come si è detto, è stato ispirato da queste regole e le pagine che seguono ne sono una parafrasi.

Le sei regole dell’AVESTA per governare la parola:

  1. Non lasciar mai parlare il lato basso del tuo carattere;
  2. Non parlare di un soggetto che non conosci a fondo;
  3. Non parlare di ciò che personalmente non sai essere l’esatta verità;
  4. Non parlare se l’oggetto delle tue parole non è chiaro e definito nel tuo pensiero;
  5. Non parlare se non con intonazione cordiale;
  6. Non parlare se i tuoi uditori non ti ascoltano, giacchè una buona parola è inutile a un cattivo orecchio.

La forma negativa con cui sono espresse non è casuale, anzi è voluta per affermare un concetto fondamentale, quello cioè che la regola prima ed essenziale, base di tutte le altre è… il tacere, non parlare. Si vuole affermare che il parlare è l’eccezione, tollerabile soltanto nei casi espressamente indicati e quando si verificano le condizioni chiaramente significate.

Non parlare è il precetto basilare di tutti i precetti sul governo della parola, il motivo chiave di una composizione musicale, ripetuto all’inizio di ogni prescrizione, quasi ritornello prima di enunciare ogni regola.

Chi vuole derogare al non parlare deve ben ricordarsi a quali condizioni può farlo. Ecco, dunque, che la forma negativa in cui vengono espresse, è essa stessa precetto fondamentale.  (…) L’aspetto positivo scaturisce, naturalmente, rovesciando la forma con la quale sono enunciate. E il lettore lo potrà fare da solo. (…)

Soltanto chi avrà imparato a tacere saprà, quando occorre, ben parlare. E questa rimane una verità basilare. Nel silenzio si matura l’apprendimento dell’arte difficile del governare la parola.

Per questo, il tacere è la prima norma del Saggio.

– Estratto da: L’arte del silenzio e l’uso della parola, Vico di Varo – Ed. A. Rotondi