La percezione della normalità, Paola (2005)

La mente che si apre a una nuova idea
non ritorna mai alla dimensione precedente.”
A. Einstein

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La percezione extrasensoriale ha sempre colpito e affascinato l’immaginazione e, secondo l’epoca o la cultura, è stata vista come segno di divinità, possessione o malattia. Solo negli ultimi decenni la scienza ha riconosciuto che alcune capacità, al momento poco comprese, sono connaturate all’uomo benché latenti.

Chi segue un percorso evolutivo attende la manifestazione di doti ritenute superiori desiderando sperimentare la realtà ampliata che ne deriva. Alcune volte, però, la tenera gemma della loro presenza non è riconosciuta proprio a causa di quanto ci si aspetta, poiché la pienezza di alcune capacità – nell’immaginario – è a tal punto standardizzata da impedire il riconoscimento delle sue espressioni intermedie. È come vedere un albero solo dai frutti o dai fiori, e non d’inverno quando è spoglio di ogni ornamento. Mancando questo riconoscimento, si manca la possibilità di sviluppare più rapidamente proprio quanto maggiormente desiderato.

Chi si accorge del suo iniziale germoglio, ha la felice opportunità di nutrirlo osservandone la crescita in piena consapevolezza. La consapevolezza che permette questo riconoscimento è direttamente proporzionale alla consapevolezza che si ha verso tutte le manifestazioni della vita. All’interno di questo processo, d’altra parte, ci sono atteggiamenti involontari che boicottano quanto si cerca con impegno e passione.

ESTENDERE IL CONFINE DELLA NORMALITA’

La paura che l’uomo ha dell’ignoto e dell’incontrollabile è connessa al suo istinto di conservazione.

La normalità è una linea di demarcazione piuttosto arbitraria che delimita e separa il razionale dall’irrazionale, l’accettabile dall’inaccettabile, il conosciuto dallo sconosciuto.
La normalità è come un campo arato e seminato anno dopo anno, ben sorvegliato e recintato affinché animali selvaggi e piante infestanti non ne mettano a rischio la resa prevista. Il paranormale è tutto quello che si scorge aldilà dello steccato, a perdita d’occhio, oltre la linea dell’orizzonte.

In realtà la normalità è l’Esistere con la sua miriade infinita di trasformazioni e differenze, gli sviluppi imprevedibili, i cambiamenti di stato e le modificazioni genetiche. Quello che si è soliti definire “normale” è un banale e limitato sottoinsieme nel più grande insieme del Tutto.

Estendere il limite del concetto di normalità diventa inevitabile, a un certo punto del cammino, volendo espandere consapevolezza e percezione. La percezione extrasensoriale può svilupparsi solo se non considerata estranea e diversa da una supposta normalità. Per farlo è necessario rivedere quei (pre)concetti individuali su cosa è normale o anomalo, accettabile o inaccettabile, vero o falso all’interno del proprio vissuto. Non può essere semplicemente una comprensione intellettuale, un “credere che …”, ma piuttosto un comportamento nella quotidianità, se si vuole ampliare la percezione nella realtà e non nella fantasia.

Non accettare le differenze della vita e delle sue manifestazioni come realtà normale e legittima, inibisce nell’intimo l’espressione di quella diversità che, in fondo, si desidera promuovere in se stessi. Essendo l’uomo uno in sè e con il Tutto, la paura proiettata ritorna di riflesso – in un gioco di specchi interiori ed esteriori – su ogni aspetto della realtà individuale.

Chi vuole manifestare le proprie potenzialità, deve confrontarsi con l’atavica paura dello sconosciuto/imprevedibile e con il suo parametro di coerenza, allargando poi in modo continuo e costante i limiti dell’accettazione: limiti mascherati dall’abitudine e dalle convinzioni personali, spesso sostenuti da una logica inoppugnabile e perfettamente coerente. Ogni cosa deve essere valutata quale aspetto apparente, temporaneo, non sostanziale e suscettibile di cambiamento, onde non perdere l’opportunità di maggior sperimentazione e saggezza che la Vita sempre offre a chi le si affida con fiducia.

SPOSTARE L’ATTENZIONE

Gli impedimenti all’espansione della percezione sono spesso dati – anche qui – più da un’abitudine mentale che da altro. All’inizio della sua esistenza terrena, il nostro cervello registra i dati in entrata e costruisce con essi un archivio, al quale poi successivamente noi ci limitiamo – anche nel senso di “auto-limitazione” – accettando solo ciò che corrisponde all’archiviato, quando – addirittura – non ne “anticipiamo la conclusione” secondo un copione prestabilito da determinate esperienze. È un meccanismo dell’evoluzione utile per semplificare e rendere sicura una vita impostata sulla ripetizione e l’automatismo, ma che si trasforma in una sfida impegnativa per chi vuole andare oltre.

L’ovvietà è un altro meccanismo che devia il flusso di nuove informazioni verso i reparti del “già lo so”, così del nuovo si vede solo ciò che somiglia al già noto e tutto il resto diventa invisibile. Si dovrebbe tornare bambini per avere la spontaneità dell’osservazione, superando la dipendenza da un’autorità esterna che definisce cosa e come osservare. Si tratta di tornare a osservare smantellando quelle strutture mentali che cultura, educazione e esperienze precedenti hanno – più o meno inconsapevolmente – costruito. Si tratta di ri-verificare la realtà personale costruita dalle nostre strutture mentali individuali.

L’interpretazione procede parallela al condizionamento della percezione. Si dovrebbe riuscire a osservare quanto ci troviamo di fronte senza attribuire significati o motivazioni che vengono spontanee a motivo delle strutture su cui poggiamo, permettendoci invece di non lasciarci ingannare dall’apparenza, laddove l’apparenza è la nostra interpretazione. Quando ci si permette di sospendere momentaneamente ogni aggettivo, concedendo a noi stessi, all’altro o alla cosa in sé, ulteriore tempo e spazio, è possibile notare particolari passati inosservati a una prima occhiata percepire sensazioni interiori che illuminano differentemente ombre e colori dentro e fuori di noi.

Gli inganni ottici sono giochi di prospettiva che rendono bene questa idea. Negli stereogrammi, per esempio, si deve mettere diversamente a fuoco lo sguardo nell’apparente caos di colori e linee, per “vedere comparire”, come per magia, quell’immagine che non esiste affatto all’osservazione normale.

ESTENDERE IL CONFINE DELLA PERCEZIONE

Il termine percezione indica sia l’atto che l’effetto del percepire e è relativo tanto all’aspetto fisico quanto al mentale. È una parola ambivalente e dalle molteplici accezioni, anche se il suo uso è in modo particolare utilizzato nella filosofia e nella fisiologia. E non per caso.

La percezione è data da stimoli mediati sia dai cinque sensi fisici che dai loro corrispondenti sensi sottili. Pertanto è la percezione elaborata che definisce la realtà concepita da ciascuno. Come i cinque sensi fisici sono i sensori che mettono in contatto la coscienza con un mondo definito “esterno e materiale”, così i sensi che definiscono la percezione extra-sensoriale rilevano un mondo altrettanto tangibile tramite sensori dalla differente sensibilità, atti a sconfinare i limiti del primo gruppo.

Chi pratica delle tecniche, sviluppa naturalmente la capacità percettiva, solo che molte volte non ne è consapevole: non riconoscendola, non la esercita – non esercitandola, non la rafforza. Quando si comincia a prendere coscienza di uno stato percettivo, a volte già qualcosa è in atto e è questo qualcosa che va individuato, perché può diventare l’aggancio verso ogni altro sviluppo. È opportuno osservarsi per individuare la propria caratteristica peculiare o di partenza. Tutte sono disponibili, ma – all’inizio in special modo – una o due si mostrano più consone, facili o evidenti.

Per esempio, moltissimi, frugando nella memoria, hanno uno o più ricordi di manifestazioni o stati fuori l’ordinario, poi “dimenticati”. Invece di essere mantenuti nella consapevolezza del proprio vissuto, sono stati etichettati come stranezze accidentali oppure immaginazioni, rifiutati come inspiegabili o irreali, e dunque non riconosciuti come manifeste espressioni di se stessi. Queste esperienze andrebbero ri-vissute, ri-considerate e osservate per rintracciare i meccanismi che le hanno prodotte, cercando di individuare così quella capacità che stava tentando di uscire alla luce del sole.

ABBANDONARE ASPETTATIVA E GIUDIZIO

Ciò che può distrarre la persona dal riconoscimento delle sue capacità è l’aspettativa di una manifestazione eclatante e senza passi intermedi: cosa che in genere non succede a chi opera seguendo un percorso di sviluppo, dovuto appunto al modo di operare progressivo.

Molto si svolge in sordina, nella penombra, in un’area dove la razionalità non ha accesso, ma regnano creatività, imprevedibilità e irrazionalità. e è con questi tre aspetti della nostra natura che occorre entrare in confidenza al fine di nutrire l’espressione delle nostre caratteristiche particolari.

A un certo punto, infatti, non si tratta più di praticare tecniche per lo sviluppo dell’aspetto sensitivo e irrazionale in un “ambiente protetto”, ma di osare nel concreto. Tutti gli sforzi profusi nelle tecniche (aspetto razionale) possono essere inefficaci se non viene dato altrettanto spazio e attenzione a ciò che potrebbe svilupparsi (aspetto irrazionale). Portare alla luce quello che è latente significa trasferirlo nella quotidianità, perché è con il suo uso nella vita ordinaria che può rafforzarsi.

Per esempio, se sembra in via di sviluppo l’intuizione, rafforzarla significa dare credito a quei pensieri o quelle sensazioni che potrebbero provenire da questa facoltà. Certo, si può confondere come intuizione anche un pensiero campato in aria o un desiderio inconscio, ma – di fatto – non si conoscerà la qualità di ciò che ci è passato per la mente finché non l’avremo “manifestato2, rischiando anche grossolani errori e situazioni imbarazzanti. Il paradosso è che se non si mette alla prova quanto sta emergendo, se non gli si dà la possibilità di temprarsi nella manifestazione, non è possibile esercitare e affinare la percezione di ciò che è o non è. In questa fase può aiutare il non prendersi troppo sul serio.

Nello sviluppo della propria percezione, occorre abbandonare ogni forma di giudizio e valutazione dei risultati mentre si tenta di entrare in confidenza con questi aspetti dai contorni indefiniti. Letture sul tema e esempi famosi possono essere di stimolo e offrire spunti operativi, ma tenendo presente che, se l’avvenimento visto da fuori è quello che tutti sembrano osservare, rimane assolutamente individuale come questo è vissuto o sperimentato dalla persona che lo produce.

L’aspettativa e il giudizio poggiano e si determinano in base a dati esterni e, nell’affrontare lo sconosciuto, il conosciuto non ha più la valenza prevalente su cui si basa tutta l’esperienza del mondo “normale”. Solo la normalità ha parametri che la definiscono, al di fuori di essa i termini di paragone sono semplici misure approssimative.

IL TERZO È DATO

Il metodo scientifico poggia sulla “ripetibilità” dell’esperimento: alla logica necessita la ripetibilità per poter analizzare, verificare e confrontare ciò che le sta di fronte, e secondo questa visione solo ciò che è reiterazione rientra nei parametri di “realtà”. Di nuovo, questo concetto non è applicabile durante le fasi iniziali delle capacità latenti, che si generano nell’imprevedibile e nell’estemporaneo, sembrando soggette più alle leggi del caos che a quelle della logica.

La difficoltà nel definire la ‘qualità’ della propria esperienza, si deve proprio alla visione del mondo cui siamo esposti sin dalla nascita. La pretesa di conoscere in modo logico e lineare il perché e il come entra in conflitto con l’espressione della facoltà latente che per molti, all’inizio, è svincolata dallo spazio, dal tempo e – soprattutto – dal controllo cosciente.

Per esempio, molte volte queste facoltà si manifestano spontanee in momenti di necessità o pericolo, altre volte in stati di semi-incoscienza, altre ancora durante intensi sforzi fisici o mentali, cioè situazioni in cui si può dire che la logica e la razionalità ‘collassano’ o vanno ‘in tilt’. In queste occasioni ci si chiede chi o cosa abbia agito, vedendolo come un intervento esterno. In realtà è un avvenimento interno, cioè messo in moto da un aspetto di noi che non conosciamo solo perché nessuno ce l’ha mai presentato.

Lo sviluppo di una percezione ampliata si ottiene accettando volontariamente di “‘contenere” parte della propria razionalità per dare all’irrazionale e alla sensitività quella libertà molto temuta, probabile fonte di sviluppi imprevedibili. La nuova capacità nasce dalla continua interazione tra illogicità e razionalità, e non può formarsi esclusivamente da una delle due. Si genera quando questi due aspetti della mente umana sono entrambi maturi, sviluppati e utilizzati. Per quanto improprio, si potrebbe dire – a titolo di similitudine – che si forma un “terzo cervello”.

Questo terzo è dato e non condensa e non sovrintende i due da cui si è sviluppato: cioè non è una percezione che li riassume o li governa. Ciascuna modalità rimane distinta e autonoma: razionalità e irrazionalità conservano le loro caratteristiche e le loro competenze, mentre la terza modalità esiste a sè stante e provvede in modo autonomo e diretto al funzionamento della percezione extrasensoriale, delle manifestazioni ‘paranormali’ e altro. Chi ha (o ha avuto) modo di vivere una situazione o stato ‘anomalo’ può (o ha potuto) sperimentare questa completa autonomia, dove l’azione interviene direttamente, senza alcun coinvolgimento intellettuale, in assoluta libertà e perfetta conoscenza.

PER CONCLUDERE

Coloro che ci hanno preceduto in questo viaggio hanno sempre definito l’espressione delle facoltà latenti di secondaria importanza. Fare delle facoltà paranormali un indice di evoluzione spirituale è altrettanto limitante come pensare il mondo percepito dai cinque sensi fisici come realtà definitiva e immutabile.

Il desiderio di sviluppare la percezione può essere da sprone per esercitare tecniche i cui benefici si estendono nell’invisibile, ma pensare che le manifestazioni paranormali siano il massimo ottenimento è non avere ben compreso la grandezza della coscienza.

Tutto ciò che la mente umana può pensare come apice dell’esperienza, della comprensione e della conoscenza, è semplicemente un gradino di una scala infinita. La percezione extrasensoriale è utile per una comprensione più profonda e particolare del mondo comunemente inteso, predisponendo il riconoscimento degli aspetti e dei processi sottostanti e generanti la manifestazione, maschera visibile di realtà invisibili.

La percezione extrasensoriale, ben lungi dall’essere il punto d’arrivo, è semplicemente un altro strumento di indagine disponibile a un certo punto del cammino. Come il ricercatore scientifico utilizza e acuisce i suoi sensi/strumenti fisici per approfondire e estendere la conoscenza delle innumerevoli meraviglie del mondo fisico, così il ricercatore metafisico può utilizzare e acuire la sua percezione per vivere sempre più l’esperienza di quella Realtà che trascende i concetti culturali di normalità/paranormalità – regola/eccezione – ordine/caos, e la cui incommensurabile vastità e varietà si dispiega e si concentra nell’ “Esistere”.—

– Estendere i confini, 2