Partecipare o aspettare – Entrare nell’invisibile, FMOO

Essere nel cambiamento offre due possibilità, partecipare o aspettare: partecipare agendo o aspettare subendo.

Subire l’azione vuol dire non cogliere il presente, non capire che si sta perdendo un’opportunità, (in questo caso) irripetibile.

La partecipazione invece rende sincroni con l’azione che venendo incontro determina passaggi che, consentendo approfondimenti, sviluppano capacità nascoste e ancora non considerate. La sincronicità infatti rende accessibile quel che prima non si vedeva; quello che per questo prima non c’era.

Entrare nell’invisibile è un po’ come addentrarsi in un luogo buio (totalmente buio) dove non si vede proprio niente. Inizialmente, perché poi a poco a poco qualcosa comincia a delinearsi. Questione di abitudine.

Abituarsi all’invisibile è innanzitutto accettarlo sapendo che c’è ma non si vede. Capendo che tra dove si guarda e ciò che si vede c’è dell’altro, non focalizzabile per mancanza di percezione.

Cogliere che tra se stessi e quel che si osserva c’è dello spazio (neutro solo perché non si sa che c’è qualcosa), induce a ritrarre lo sguardo come a voler guardare meglio. A cercare gradualmente di stabilire un nuovo approccio visivo.

Questo semplice “gesto” apparentemente insignificante, se coltivato ed applicato con costanza, sposta il centro dell’attenzione visiva (e cioè dove è indirizzato lo sguardo) verso una posizione intermedia tra se stesso (che guarda) e l’oggetto guardato. A prescindere dalla lontananza che esiste tra se e quello che si sta mettendo a fuoco.

Ne consegue che ritrarre lo sguardo, se ci si fa caso, comporta un “aggiustamento” (o perlomeno una variazione) a livello fisico dentro la calotta cranica. Succede che in automatico l’intera struttura attua una variazione, leggera (a livello fisico) ma significativa (a livello morfologico).

Infatti, spostandosi il centro dell’attenzione visiva (la focale) verso l’interno, ne consegue un iniziale sfocamento che, se individuato (centrato), apre la vista in un’altra dimensione.

Cogliere il punto esatto in cui questo avviene è una questione di allenamento visivo. Bisogna infatti concentrarsi non tanto su ciò che si vede che inizialmente destabilizza in quanto (venendo meno i parametri usuali) non si riesce a fissare l’attenzione tra se (che osserva) ed il punto da cogliere, ma sull’assetto cranico da assumere: la visione è una conseguenza.

Inseguendo il risultato attraverso la vista non si ottiene nulla e ci si scoraggia. Anche perché la vista, per sua natura, difficilmente resta fissa ad osservare un punto ben preciso ma è portata a “spaziare”, ad andare oltre per esplorare.

Fissare la vista dipende e presuppone un procedimento diverso. Bisogna adattarla alle esigenze dell’attenzione in modo indiretto: così che “subisca” senza reagire. Così che, docile al controllo, scopra quel che c’è tra il punto di partenza e quello che si vuole osservare. Essendoci sempre spazio, poco o tanto che sia, lo si crede vuoto, neutro per mancanza di riferimenti. E incolore perché non si concepisce ancora l’energia che lo riempie.

Questa energia, vero collante dell’universo, è in ogni cosa, riempie ogni cosa. Dovendo differenziare tra ciò che si concepisce (ormai noto) e quel che pur riempiendo non si concepisce perché non noto.

Scrutare in questo spazio dipende da come ci si pone a livello di struttura fisica. E cioè porsi, fisicamente, nell’esatto modo che lo consente; spostando l’attenzione in un punto ben preciso di modo che la visione diventi una conseguenza non pilotata dagli occhi (come succede ora).

Spostando l’attenzione (la volontà ad essere presente) nella sommità del capo (al centro) si notano immediatamente due aspetti: la calotta cranica assume un assetto diverso dovuto al “sollevamento” dell’attenzione e, per lo stesso motivo, si denota una sospensione del respiro. Come se non ci fosse bisogno di respirare fino a quando, accorgendosene, non si risposta la vigilità più in basso per paure legate alla sopravvivenza: non è possibile vivere senza respirare.

Abituarsi ad entrare in questo stato è una questione di allenamento. Allenamento consequenziale all’individuazione iniziale del punto neutro (che si trova più in basso rispetto alla sommità della testa) che attiva il magnete interiore che, recependo l’attenzione, lentamente la convoglia più in alto (proprio a seguito di dedizione ed allenamento) così da ottenere in seguito l’accelerazione necessaria per raggiungere (dallo interno) la sommità del capo.

I passaggi sono graduali. Progressivi e graduali.

Un’azione, mentre viene concepita, apre a quella successiva. Così che non ci sia solo continuità ma coerenza.

Tutto dipende comunque da come ci si pone nei confronti del nuovo, del non conosciuto.

Se si vuole dare credito alla propria intuizione lasciandole il sopravvento non si conclude nulla. Non si può certo pretendere d’aver capito quando non si sa ancora di cosa si parla.

Pensare d’aver capito frena. Cessa la spinta che porta la mente ad una condizione neutra. Di accettazione verso quel che non sa.

E questo è importante, fondamentale, perché non inibendo la ricezione si continua ad essere canali recepenti attivi.

Partecipare dipende anche ed essenzialmente da questo.—

FMOO