Come cerca lavoro uno stoico?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Al momento sono uno studente prossimo alla laurea e sono curioso di sapere come uno stoico si approccerebbe alla questione della ricerca di un lavoro. Nel cercare un lavoro a tempo pieno, ho preso coscienza della tripartizione del controllo e quindi riconosco che quasi tutto il processo di assunzione (quando/se vengo chiamato per un colloquio, se ricevo l’offerta, ecc.) sono completamente al di fuori del mio controllo. Mi sono anche reso conto che sono pochi i momenti chiave dove sono io ad avere il controllo: uno è la posizione per cui mi candido, e l’altro se accetto o meno l’impiego (se mi viene offerto).

“Dal mio punto di vista, queste sembrano essere delle decisioni totalmente sotto il mio controllo, ma non mi è chiaro come dovrei ragionare su queste decisioni. Il campo di mio interesse (ingegneria elettrotecnica) è fantastico perché pieno di opportunità e molti percorsi diversi di carriera. Tuttavia, la gran quantità di opzioni può essere un bel problema. A quale settore dovrei rivolgermi? Devo candidarmi in una piccola impresa? Oppure in una grande azienda? Devo fare domanda per le posizioni che mi sembrano interessanti o confacenti, oppure dovrei semplicemente candidarmi per una posizione qualsiasi e accettare la prima buona occasione che mi viene offerta?

Il mio Epitteto interiore mi dice di prendere quel che viene più semplice per apprendere e imparare e star bene, ma trovo difficile abbandonare il controllo che ho. Vorrei servire la società al mio meglio, quindi mi sento di dover mirare alto piuttosto che soddisfare le mie sole necessità. Hai qualche suggerimento su come applicare i principi stoici per aiutarmi a chiarire su cosa dovrei focalizzarmi?”

Massimo Pigliucci – Penso che ci siano tre modi per approcciare il tuo problema dal punto di vista stoico. Uno richiama il concetto degli indifferenti preferibili; il secondo riconduce alla disciplina dell’azione e alla correlata virtù della giustizia; e il terzo è quello di cui ho parlato già in questo blog, e su cui sto preparando una serie articoli: l’etica del ruolo di Epitteto.

Iniziamo con l’ovvio: gli indifferenti preferibili [1]. Non soltanto quale lavoro riuscire a ottenere, ma anche con quale lavoro iniziare è, naturalmente, un indifferente preferibile. Come sono certo che tu sappia, ciò non significa che ciò non sia importante, ma solo che la tua professione, o anche l’ottenimento di una professione, non influenzerà la tua integrità morale e la tua pratica delle virtù. Come ho detto, a meno che non tu voglia diventare un cinico, bisogna lavorare e sarebbe preferibile che il tuo lavoro abbia certe caratteristiche, in termini sia di preferenze per te che per la società in generale.

Questo mi porta al secondo punto: la disciplina dell’azione e la virtù della giustizia [2]. Per gli stoici, giustizia significa trattare gli altri con rispetto e cortesia, e più in generale cercare di essere utili alla società in generale. Ecco, per esempio, cosa dice Marco Aurelio:

“Fa’ quanto è necessario, e quanto la ragione d’un individuo nato per vivere in società esige e in quel modo che esige.” (Ricordi, IV.24) [3]

“Dove è il suo fine, là è pure l’utile e il bene di ognuno. Ora, il bene dell’essere ragionevole è la società.” (Ricordi, V.16) [3]

Questo dovrebbe dirti che, le altre cose essendo uguali, un lavoro utile per la società è meglio di uno che non sia socialmente utile in modo particolare. Ciò significa che un approccio di sola soddisfazione non è abbastanza buono. Infatti, tu stesso dici chiaramente che vuoi sentirti socialmente utile. Quindi non desideri semplicemente accettare un lavoro qualsiasi, e neppure vuoi impegnarti in una professione incurante dei suoi effetti sulla società in generale. Ora, stiamo parlando di ingegneria elettrotecnica ed io non sono sufficientemente esperto in questo campo per darti un parere più mirato. Ma per comprendere ciò che intendo, immaginiamo invece che il tuo campo sia la medicina. Qui potresti classificare le diverse specialità secondo un valore sociale, dove – per esempio – la remunerativa chirurgia plastica rivolta alle celebrità finirebbe ai piedi della scala, mentre lavorare sul campo per una ONG come Medici Senza Frontiere starebbe probabilmente molto in alto. Naturalmente, non tutti sono tagliati per lavorare con Medici Senza Frontiere, così potresti cercare alternative che sono più confacenti alla tua personalità e alle tue preferenze, e che siano comunque le più alte possibili in termini di valore sociale. Ha senso per te osservare in tal modo le opzioni disponibili nel tuo campo?

Ora che abbiamo parlato di personalità e preferenze, passiamo al terzo approccio: l’etica del ruolo. Ho appena terminato di leggere un libro affascinante di Brian Johnson, The Role Ethics of Epictetus: Stoicism in Ordinary Life (L’etica del ruolo di Epitteto: lo Stoicismo nella vita quotidiana, ndt) [4]. Sto pianificando una serie di articoli per il blog che trattano alcuni capitoli del libro, ma – se vuoi – nel frattempo puoi dargli un’occhiata.

Il punto principale trattato da Johnson è che se da una parte Epitteto accetta l’etica stoica standard strutturata in termini di virtù, e naturalmente illustra chiaramente la distinzione tra le tre discipline (desiderio, azione e assenso), elabora anche un ulteriore approccio piuttosto originale che si basa sulla molteplicità dei ruoli che interpretiamo nella società.

L’idea della valenza etica dei ruoli non era nuova agli stoici. Per esempio, Cicerone l’ha illustrata nel De Officiis, che si basava su un’opera ora perduta del medio stoico Panezio (maestro di Posidonio, che fu a sua volta un maestro di Cicerone) dal titolo “Sul dovere”.

Cicerone/Panezio propone un’analisi dell’etica in termini di quattro ruoli (personae) che ciascuno di noi può interpretare: 1) in quanto essere umano, 2) in termini di personalità, 3) in funzione dello stato sociale, e 4) in termini di scelta di carriera. Puoi far riferimento al capitolo 8 del libro di Johnson e, in particolare, cosa ha da dire sul ruolo (4).

Tuttavia concordo con Johnson che il valore dei ruoli in Epitteto è molto più ampio e più sofisticato di quello offerto da Cicerone/Panezio, per cui parlerò brevemente di questo, rimandandoti nuovamente al libro o, almeno, ai miei prossimi articoli, per saperne di più.

Per Epitteto, il primo e fondamentale ruolo per noi è quello di essere umano (similmente al ruolo (1) di Cicerone/Panezio). In quanto esseri umani, dobbiamo servirci della nostra facoltà di prohairesis (volizione/volontà) per esprimere giudizi corretti su ciò che è e non è sotto il nostro controllo, così come su ogni altra materia su cui abbiamo delle “impressioni” per le quali dobbiamo dare o negare l’assenso. Per quanto riguarda il tuo problema, ciò conferma fondamentalmente il mio consiglio precedente: pensare al lavoro come indifferente preferibile, e in questo senso cercare di scegliere una carriera che sia la più virtuosa possibile (in termini di giustizia, in modo particolare).

Epitteto, poi – a differenza di Cicerone/Panezio – non prosegue dandoci un elenco di ruoli, poiché ve ne sono molti (es. padre, figlio, collega di lavoro, capo, amico, compagno, funzionario pubblico, e così via). Piuttosto, ci dà dei criteri per individuare i nostri ruoli specifici e giudicare se stiamo “interpretandoli” bene.

I criteri di Epitteto sono: a) le nostre particolari capacità naturali; b) le nostre relazioni sociali (sia naturali, come genitore o figlio, che acquisite, come di coniuge o vicino di casa); c) le nostre scelte personali (che entrano nell’equazione quando le nostre capacità ci consentono di perseguire più di una carriera possibile); e d) il segno “divino” (o, nel linguaggio moderno, la sensazione di avere una particolare “vocazione”).

Presumo che tu abbia già preso in considerazione il punto (a). Dopotutto, uno non cerca di perseguire una carriera nel campo dell’ingegneria elettrotecnica se non è, diciamo, bravo in matematica e fisica, come pure in un ambito pratico. Presumo anche che tu abbia già tenuto conto del punto (c), cioé l’aver scelto questo campo specifico preferendolo ad altre professioni che le tue capacità ti avrebbero permesso di seguire.

Metteremo da parte il punto (d) poiché per Epitteto è chiaro che pochissime persone sentano una “chiamata” e, da quanto scrivi, a me non pare che tu l’abbia sentita (ma potrei sbagliare, naturalmente!). Il classico esempio di qualcuno che ha avuto una vocazione per seguire una vita particolare è Socrate, anche se penso che è così che descriverebbero la cosa molti artisti e scrittori, ed anche degli scienziati (come me).

Quindi ci rimane il punto (b) e pensare alla domanda secondo le tue relazioni sociali. Quest’ultima potrebbe essere utile per te in quanto citi, per esempio, l’alternativa di lavorare per una piccola o per una grande impresa. In entrambi i casi, avresti il ruolo di impiegato (e, alla fine, anche di capo). C’è qualcosa nella tua personalità che ti fa pensare di essere in grado di assumere meglio questo ruolo in un ambiente rispetto all’altro?

Un altro modo di testare il punto (b) è indirettamente. È possibile che a un certo punto desidererai una relazione a lungo termine (se già non ne hai una) e forse dei figli. Ciò aggiunge uno o due altri ruoli al tuo portfolio: partner e padre. Quanto la tua professione influenzerà in meglio (virtuosamente) la tua capacità di interpretare questi ulteriori ruoli? Queste sono tutte buone domande da tenere a mente mentre rifletti sulle tue scelte.

Johnson dice che l’etica del ruolo di Epitteto schiera in prima linea la pratica dell’auto-analisi, e mi sembra che tu sia in un momento della tua vita dove l’auto-analisi è cruciale. Hai già iniziato questo processo, e spero che le considerazioni di cui sopra ti aiutino a proseguire. —-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: How does a Stoic do job hunting?

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Note

[1] The Stoic spectrum and the thorny issue of preferred indifferents

[2] The discipline of action and the virtue of justice

[3] Marco Aurelio, Ricordi, Einaudi (ndt)

[4] The role of ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life