Una nota sulla “chiusura”, Paola

Una nota sulla “chiusura”, Paola (gruppo di studio e pratica AL, 2016)

Pur non finendo proprio nulla, tuttavia questo è un momento che viene considerato come prossimo alla fine di un anno. Quindi, cavalcando l’onda di questa finestra temporale, vorrei condividere alcuni pensieri sull’importanza di una “chiusura“ appropriata.

Nel nostro paradigma il concetto di chiusura non sottintende esclusione ma conclusione. Nella nostra chiusura non c’è l’idea di liberarsi di qualcosa dandogli un calcio, di eliminarlo o cacciarlo via, di disfarcene in quanto sgradevole e indesiderato. Non è così. La nostra chiusura è un momento di riconoscimento del valore di un’esperienza, è un momento in cui noi volutamente e consapevolmente non giudichiamo in senso di positivo o negativo, ma consideriamo l’utilità o il servizio che l’esperienza, il rapporto, l’evento o la cosa che si è chiusa o sta chiudendosi, ci ha donato. Lo andiamo a considerare come un nutrimento che ci è stato dato, che ci ha fatto crescere e comprendere meglio alcuni aspetti di noi.

Nel corso della nostra vita dobbiamo riconoscere e prendere coscienza dei momenti in cui una cosa si trasforma o cambia, che non è più quella che intendevamo, o che non va più bene, per noi o gli altri. Pertanto, quando la cosa finisce per cause esterne, oppure decidiamo di abbandonarla o di togliere noi stessi dalla situazione, prendiamo atto che per noi – ribadisco per “noi” e non necessariamente per le altre parti in causa – la situazione, l’evento, il contesto si sono esauriti.

A volte delle nuove iniziative non partono proprio perché non hanno lo spazio o la libertà necessaria a svilupparsi a causa delle influenze delle esperienze passate. E mi riferisco alle esperienze negative tanto quanto a quelle positive. Generalmente, tendiamo a considerare condizionanti solo gli eventi che riteniamo negativi, mentre di quelli positivi vogliamo farne tesoro. Tuttavia, per quanto riguarda i condizionamenti non si possono usare due pesi e due misure secondo criteri di “piacevolezza” personale. A tal proposito vorrei citare il pensiero di C. G. Jung: “Non dobbiamo soggiacere a nulla, nemmeno al bene. Un cosiddetto bene al quale si soccombe perde il carattere etico. Non che diventi cattivo in sé, ma è il fatto di esserne succubi che può avere cattive conseguenze. Ogni forma di intossicazione è un male, non importa se si tratta di alcol, morfina o idealismo. Dobbiamo guardarci dal considerare il male e il bene come due opposti.

Un’esperienza esaltante o profondamente felice lascia un’impronta condizionante sulle esperienze future tanto quanto un’esperienza tragica. Condiziona la percezione assumendo il carattere di termine di paragone per una felicità futura, crea uno schema altrettanto inficiante a vivere liberamente ogni diversa manifestazione del nuovo e del diverso, bloccando ogni altro diverso godimento.

È per questo motivo che noi riconosciamo l’importanza di operare un qualche atto di chiusura, soprattutto per ciò che si è già dichiaratamente concluso e che fa parte di un passato decisamente alle nostre spalle. Dal punto di vista del nostro paradigma tutto ciò che non ci serve più, che si è ormai esaurito e che vogliamo lasciare, deve essere chiuso in modo appropriato. Abbiamo il compito verso noi stessi di entrare in contatto con queste forze limitanti e scioglierle, così da non restare legati a immagini di noi cristallizzanti e disattivanti.

Quando riconosciamo o consideriamo la conclusione di qualcosa, dobbiamo esprimerla; dobbiamo compiere un atto che in qualche modo lo attesti in modo manifesto e palese nella realtà di consenso. Può essere con un rituale, oppure con una festa, un biglietto, un regalo, un pensiero: azioni e gesti accompagnati da un sincero e reale ringraziamento. Anche se l’esperienza non è stata piacevole, dovrebbe essere portata a buon fine con grazia e in armonia.

Per me, gli elementi di un atto di chiusura sono: 1) Riconoscimento che l’esperienza o l’evento si sono conclusi. 2) Apprezzamento e gratitudine per il dono che l’esperienza o l’evento mi ha lasciato come conoscenza o saggezza. 3) Ringraziamento e congedo senza giudizio.

Questi tre punti dovrebbero essere sentiti sinceramente e non essere azioni o parole dette per formalità.

Anche se è stata vissuta con un senso di profondo dolore o infelicità, se non si vuole che una certa esperienza influenzi il proprio futuro, deve essere congedata con sincera gratitudine, con il pensiero che è solo per suo merito che si è giunti a questo nostro momento di reale (e non immaginario) punto di svolta. La Provvida Sventura di manzoniana memoria, insegna.

Altrettanto vale nel chiudere un’esperienza ritenuta felice, quelle di cui si è portati a dire: “più di così non potrò avere…”, o “ il futuro non sarà mai più così radioso…”, o anche “non troverò più una persona/un lavoro/un contesto migliore di…”. E lo stesso vale quando questa felicità ci è stata data da un profondo affetto che ci ha lasciato: è bene congedarla.

Vorrei sottolineare che oggetto dell’atto di chiusura sono le esperienze o gli eventi, e non le persone. Le persone di per sé sono anime eterne e da esse non ci separeremo mai, le troviamo sempre e comunque nostre compagne di viaggio. Le persone sono gli attori che allestiscono la scena di cui noi siamo protagonisti, e nei loro diversi ruoli danno l’estro alla nostra interpretazione. Pertanto è possibile chiudere appropriatamente qualcosa di nostro: un atteggiamento, un’abitudine, un’esperienza di cui riconosciamo realmente di aver assimilato il valore e che, di conseguenza, sono diventate per noi preziose. In caso contrario ci ritroveremo in breve tempo a riviverle in apparentemente altre diverse scene con differenti attori.

Perché dobbiamo farlo in questo modo? Innanzitutto perché chiudere formalmente con riconoscenza e apprezzamento rompe i ponti e impedisce al passato di protendere i suoi tentacoli nel nostro futuro. Inoltre, con queste tre attenzioni – in particolare con la gratitudine – noi recuperiamo l’energia emozionale che abbiamo immesso in quel vissuto, e la recuperiamo con il valore aggiunto di una saggezza che ci porterà senza fallo a superare con facilità e grazia ogni altra situazione simile. Una volta appresa e assimilata la comprensione diventata nostra, la manifesteremo in modo libero e spontaneo.

Un’ulteriore nota: il distacco. L’esperienza insegna che se eseguito con puro intento e sincerità emozionale, l’atto di chiusura è efficace e spesso pressoché immediato. Tuttavia, ci sono situazioni in cui la persona, pur essendo ormai libera da quel passato, continua a trovarsi in una certa situazione per il bene degli altri partecipanti.

Noi che intendiamo vivere in armonia con tutto e tutti, accettiamo anche il ruolo che interpretiamo per gli altri attori sulla scena per tutto il tempo che serve, perché anch’essi sono a loro volta protagonisti della loro rappresentazione e noi siamo ugualmente, e coerentemente, attori che danno a loro l’estro della loro libera interpretazione. Così può capitare che ci troviamo a continuare a vivere un evento che non ci appartiene più e accorgerci con stupore che, nonostante tutto, lo viviamo e vi agiamo con libertà e senso di impermanenza. In tale situazione, invece di depauperarci, ci apriamo a nuove possibilità. —

Mitopsychia, C. Conti – Video Conferenza

Mitopsychia, Carlo Conti – Video della Conferenza

Carlo Conti – Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, naturopata, iridologo, heilpraktiker, esperto in Energetica degli Organismi Complessi, ricercatore e operatore spagirico. È traduttore e curatore del “Paramirum” di Paracelso (Ed. Enea), coautore del “Manuale di Medicina Spagirica” (Ed. Tecniche Nuove). L’ultimo suo libro è “Fondamenti di Spagyria – come in Cielo così in Terra”. Tiene corsi e conferenze sui temi inerenti questa antica filosofia e metodica di cura e di assistenza rivolti a medici e operatori. Redige articoli per pubblicazioni specialistiche e collabora alla preparazione di materiale scientifico per la divulgazione e la ricerca degli ambiti relativi alla Tradizione Medica. (www.spagyria.info)

Gli ordini dell’aiuto, B. Hellinger (Libri)

Gli ordini dell’aiuto – Aiutare gli altri e migliorare se stessi, Bert Hellinger – Ed. Tecniche Nuove (2010)

Estratto dall’Introduzione

Cosa significa aiutare?
Aiutare è un’arte. Come ogni altra arte implica una capacità che si può acquisire ed esercitare. Ed è anche necessario immedesimarsi in chi cerca aiuto; la prospettiva è dunque ciò che gli corrisponde e ciò che, allo stesso tempo, va oltre, verso qualcosa di più ampio.

Aiutare come compensazione
Noi uomini dipendiamo dall’aiuto degli altri. Solo così possiamo svilupparci. Allo stesso tempo siamo anche predisposti ad aiutare gli altri. Chi non è necessario agli altri, chi non può aiutare, diventa solitario e intristisce. Aiutare non serve dunque solo agli altri, ma anche a noi stessi.

L’aiuto è generalmente reciproco, come ad esempio fra i partner. Viene regolato dal bisogno di compensazione. Chi ha ricevuto dagli altri ciò che desidera e di cui ha bisogno, vuole dare qualcosa e quindi compensare l’aiuto ricevuto.

Spesso le possibilità di compensare restituendo sono limitate, come ad esempio nei confronti dei genitori. Ciò che ci hanno donato è troppo grande per poterlo
compensare dando a nostra volta. Quindi l’unica cosa che ci resta da fare è accettare ciò che ci viene donato ed esprimere il ringraziamento che viene dal cuore. La compensazione, donando a nostra volta, e la conseguente liberazione sono possibili in questo caso solo trasmettendo ad altri, ad esempio ai figli, ciò che abbiamo ricevuto.

Dare e prendere avvengono dunque a due livelli. Fra pari si mantiene sullo stesso livello e richiede reciprocità. Nell’altro caso, fra genitori e figli o fra superiori e bisognosi, esiste un dislivello. Dare e prendere sono dunque un flusso che porta avanti ciò che ha in sé. Questo modo di dare e prendere è più grande. Tiene conto di ciò che viene dopo. Questo tipo di aiuto accresce l’importanza del dono. Colui che aiuta viene trascinato e legato in qualcosa di più grande, ricco e duraturo.

Questo modo di aiutare presuppone che abbiamo prima ricevuto e accettato. Solo così sentiamo l’esigenza e la forza di aiutare gli altri, soprattutto se tale aiuto richiede un grande sforzo. Allo stesso tempo, presuppone che coloro che desideriamo aiutare abbiamo bisogno e desiderino ricevere ciò che siamo in grado di donare. Altrimenti il nostro aiuto finisce nel vuoto. Divide invece di unire.

Primo ordine dell’aiutare
Il primo ordine dell’aiutare consiste dunque nel dare solo ciò che si possiede e nell’aspettarsi e accettare solo ciò di cui si ha bisogno.

Il primo disordine dell’aiutare inizia quando vogliamo dare ciò che non abbiamo e prendere ciò di cui non abbiamo bisogno. Oppure quando ci aspettiamo e pretendiamo dall’altro ciò che non ci può dare, perché non lo possiede. Ma anche quando non dobbiamo dare qualcosa perché sottrarrebbe all’altro qualcosa che può o deve sopportare da solo. Dare e prendere hanno dunque dei limiti. Riconoscere tali limiti e rispettarli fa parte dell’arte dell’aiutare. (…)

Secondo ordine dell’aiutare
L’aiuto serve da una parte alla sopravvivenza e dall’altra allo sviluppo e alla crescita.
Sopravvivenza, sviluppo e crescita sono legati a particolari condizioni, sia interiori che esteriori. Molte condizioni esterne sono predefinite e non possono essere modificate, come ad esempio una malattia ereditaria oppure le conseguenze di determinati eventi o di una colpa propria o altrui. Se l’aiuto non tiene in considerazione le condizioni esterne, è destinato a fallire.

Ciò vale ancora di più per le condizioni interiori. Ne fanno parte lo specifico compito personale, l’irretimento nei destini di altri membri della famiglia e l’amore cieco che, sotto l’influsso della coscienza, resta legato al pensiero magico. Ho spiegato le ripercussioni concrete di tutto ciò nel mio libro Ordini dell’amore (Tecniche Nuove, 2007) al capitolo “L’amore che fa ammalare e l’amore che guarisce: del Cielo e della Terra”. (…)

Il secondo ordine dell’aiutare consiste dunque nel sottomettersi alle circostanze e nell’intervenire solo nella misura in cui esse lo consentono. Questo aiuto è discreto, ha
forza.

In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel negare le circostanze invece di guardarle negli occhi insieme a chi ha bisogno di aiuto. Voler aiutare opponendosi alle circostanze indebolisce sia il facilitatore che colui che si aspetta aiuto, oppure colui a cui viene offerto o addirittura imposto aiuto.

L’immagine primordiale dell’aiutare
L’immagine primordiale dell’aiutare è il rapporto fra genitori e figli, in particolare fra madre e figlio. I genitori danno, i figli prendono. I genitori sono grandi, superiori e ricchi, i figli sono piccoli, bisognosi e poveri. Dal momento che genitori e figli sono legati da un profondo amore, fra loro dare e prendere può essere pressoché illimitato. I figli possono aspettarsi quasi tutto dai genitori. I genitori sono pronti a dare quasi tutto ai propri figli. Nel rapporto fra genitori e figli le aspettative dei figli e la disponibilità dei genitori a soddisfarle sono necessarie e quindi giustificate.

Tuttavia lo sono solo finché i figli sono piccoli. Con il passare del tempo i genitori tracciano dei limiti contro cui i figli possono scontrarsi e maturare. I genitori sono meno affettuosi nei confronti dei figli? Sarebbero genitori migliori se non ponessero dei limiti? Oppure sono bravi genitori proprio perché pretendono dai figli qualcosa che li prepara a diventare adulti? Molti figli si arrabbiano con i genitori perché avrebbero preferito mantenere l’originaria dipendenza. Tutta via è proprio ritraendosi e deludendo le aspettative che i genitori aiutano i propri figli a liberarsi della
dipendenza e ad agire, passo dopo passo, sotto la propria responsabilità. Solo così i figli assumono il proprio posto nel mondo degli adulti e si trasformano da coloro che prendono in coloro che danno.

Terzo ordine dell’aiutare
Molti facilitatori, ad esempio nel campo della psicoterapia e nel sociale, credono di dover aiutare coloro che chiedono aiuto come fanno i genitori con i propri figli. Allo stesso modo, molti di coloro che hanno bisogno di aiuto si aspettano di essere aiutati come fanno i genitori con i figli, per ricevere a posteriori ciò che ancora si aspettano e pretendono dai genitori.

Cosa accade se i facilitatori soddisfano tali aspettative? Si instaura un rapporto duraturo. Dove porta tale rapporto? I facilitatori si trovano nella stessa posizione dei genitori di cui hanno preso il posto mediante questo tipo di aiuto.(…)

Allo stesso tempo un rapporto improntato sul transfert fra figli e genitori impedisce anche lo sviluppo personale e la maturazione del facilitatore. (…)

È proprio l’accettazione del terzo ordine dell’aiutare che maggiormente differenzia il metodo delle costellazioni familiari e il lavoro con i movimenti dell’anima dalla psicoterapia tradizionale.

Quarto ordine dell’aiutare
Sotto l’influsso della psicoterapia classica coloro che aiutano affrontano spesso il cliente come individuo isolato. Anche in questo caso corrono il rischio di creare un transfert fra figli e genitori.

Tuttavia il singolo fa parte di una famiglia. Solo percependolo come membro di una famiglia il facilitatore si rende conto di chi ha bisogno il cliente e nei confronti di chi è in debito. Egli percepisce veramente colui che ha bisogno di aiuto solo nel momento in cui lo vede insieme ai genitori e agli antenati e magari anche con il partner e ifigli. In questo modo si rende conto di chi all’interno della famiglia ha bisogno del suo rispetto e del suo aiuto e a chi il cliente deve rivolgersi per comprendere quali passi deve compiere. (…)

Questo è il quarto ordine dell’aiutare. In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel non tenere in considerazione e non rispettare altre persone importanti che hanno in mano la chiave della soluzione. Ne fanno parte in particolare i membri della famiglia esclusi, ad esempio per motivi di vergogna. Anche in questo caso si corre il rischio che questo modo sistemico di immedesimarsi venga giudicato duro dai clienti, in particolare da coloro che avanzano pretese infantili nei confronti dei facilitatori. Chi invece cerca una soluzione in modo adulto percepisce il metodo sistemico come una liberazione e una fonte di forza.

Quinto ordine dell’aiutare
Il metodo delle costellazioni familiari unisce ciò che prima era diviso. In questo senso è al servizio della riconciliazione, soprattutto con i genitori. Essa viene ostacolata dalla distinzione fra bene e male compiuta spesso da coloro che aiutano sotto l’influsso della coscienza e dell’opinione pubblica imbrigliata nei limiti di tale coscienza. (…)

Il quinto ordine dell’aiutare è dunque l’amore nei confronti di tutti, così come sono, per quanto possano essere diversi da noi. In questo modo il facilitatore apre il proprio cuore. Diventa parte dell’altro. Ciò che si è riconciliato nel suo cuore si riconcilia anche nel sistema del cliente. In questo caso il disordine dell’aiutare è costituito dal giudizio nei confronti degli altri, che è generalmente una condanna ed è legato allo sdegno moralistico. Chi aiuta veramente, non giudica.

– Estratto da: Gli ordini dell’aiuto, Bert Hellinger – Edizioni Tecniche Nuove

 

Nel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi?, J. O’Donohue

OLYMPUS DIGITAL CAMERANel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi? – Estratto da “Anam Cara” di John O’Donohue, Edizioni Corbaccio (attualmente fuori catalogo)

Spazio e tempo sono il fondamento dell’identità e della percezione umana, senza di loro non esiste percezione.

L’elemento spaziale indica che ci troviamo in uno stato di costante separazione. Io sono qui, tu sei lì; persino la persona a cui siamo più vicini, quella che amiamo, rimane un mondo separato da noi. È questo lo strazio dell’amore: due persone si avvicinano al punto da desiderare realmente di divenire una sola, ma i loro spazi separati mantengono la distanza fra loro. Nello spazio siamo sempre lontani.

L’altra componente della percezione e dell’identità è il tempo; anch’esso ci separa costantemente. Il tempo è essenzialmente lineare, non continuo e frammentario. I giorni passati sono scomparsi, svaniti; il futuro non è ancora arrivato; tutto ciò che abbiamo è il minuscolo gradino dell’istante presente.

Quando l’anima lascia il corpo, non è più oppressa dallo spazio e dal tempo; è libera, e distanza e separazione cessano di ostacolarla. I morti sono i nostri più stretti vicini, sono tutt’attorno a noi. Quando domandarono a Meister Eckhart dove va l’anima di una persona dopo la morte, egli rispose che non va da nessuna parte. In quale altro luogo potrebbe andare? In quale altro luogo è il mondo dell’eternità? Non può che trovarsi qui. Abbiamo dato erroneamente una dimensione spaziale all’eternità, l’abbiamo relegata in una sorta di distante galassia.

Il mondo eterno non è un luogo ma un diverso stato di essere; l’anima della persona non va da nessuna parte perché non c’è nessun altro luogo dove andare. Ciò suggerisce che i morti siano qui insieme a noi, nell’aria in cui ci muoviamo quotidianamente. L’unica differenza tra noi e loro è che adesso rivestono una forma invisibile. Lo sguardo umano non riesce a vederli, ma possiamo sentire la presenza di quelli che abbiamo amato e sono morti. Con il raffinamento dell’anima possiamo sentirli, sentire che sono vicini.

Esiste un’intera mitologia irlandese su druidi e sacerdoti dotati di speciali poteri. Mio padre ci raccontava spesso di un suo conoscente che era molto amico del sacerdote del paese. I due uomini erano soliti fare lunghe passeggiate e un giorno il conoscente chiese al sacerdote dove si trovavano i morti. Egli rispose di non fare domande del genere,  ma, poiché l’altro insisteva, gli disse che glielo avrebbe mostrato a patto che non lo raccontasse a nessuno. Inutile dirlo, l’uomo non mantenne parola. Il sacerdote alzò la mano destra e l’uomo vide le anime dei defunti che si affollavano per ogni dove come gocce di rugiada sui fili d’erba.

Spesso solitudine e isolamento sono la conseguenza di una mancanza di immaginazione spirituale, dimentichiamo che uno spazio vuoto non esiste; ma ogni spazio è colmo di presenza, in particolare di coloro che si trovano ora in una forma eterna, invisibile.

Per chi è morto, anche il mondo del tempo è differente. Qui siamo imprigionati in un tempo lineare: il passato è dimenticato, perduto; il futuro ci è ignoto. Per i defunti il tempo è completamente differente, poiché vivono nel cerchio dell’eternità.

Nei capitoli precedenti abbiamo parlato del paesaggio, di come quello irlandese resista alla linearità e di come il pensiero celtico non abbia mai apprezzato la linea ma abbia sempre amato la forma circolare. All’interno del cerchio inizio e fine sono fratelli, nel riparo che l’eterno offre all’unità dell’anno e della terra.

Penso che nel mondo eterno il tempo sia diventato il circolo dell’eternità; forse, quando una persona raggiunge questo mondo può guardare indietro a quello che qui chiamiamo passato e sapere tutto del futuro. Per i morti il presente è presenza totale. Probabilmente i nostri amici defunti ci conoscono meglio di come abbiano mai potuto in vita; sanno tutto di noi, anche cose che possono deluderli. Ma poiché sono trasfigurati, la loro comprensione e compassione sono proporzionate a tutto quanto sono venuti a sapere su di noi.

Credo che i nostri amici defunti si preoccupino e abbiano cura di noi. Spesso il nostro cammino è minacciato da un macigno di sofferenza sul punto di precipitare su di noi, ma i nostri amici tra i morti lo trattengono fino a che non siamo passati.

Uno degli sviluppi che nei prossimi secoli potrebbero verificarsi nell’evoluzione e nella coscienza umana è una nuova relazione globale con il mondo invisibile dell’eternità. Potremmo legarci in modo creativo con i nostri amici nel mondo invisibile.  —

– Estratto da: Anam Cara – Il libro della saggezza celtica, John O’Donohue [Capitolo Sei]

Saturazione delle memorie, P. Manzelli

Saturazione delle memorie, Paolo Manzelli (2004)

La volontà di apprendere oggigiorno viene fortemente inibita dalla troppa informazione non motivante l´EGO, pertanto l’unico modo per riattivare la volontà di sapere risiede nell’essere estremamente concisi ed innovativi nelle forme espressive per generare la curiosità di intendere e significare ulteriormente personalizzando ciò che viene appreso.

Il nostro cervello per la formazione storica dell’EGO individuale e collettivo, necessita di evolversi come un sistema di anticipazioni che utilizza il memorizzato per favorire un pronostico sull’avvenire come è necessario per gestire il presente sulla base di ipotesi sul corso di sviluppo degli eventi.

Ricordo che da studi di Risonanza Magnetica Funzionale (RMF) sull’attività cerebrale, la capacità decisionale che fa parte del sistema volitivo, tende ad attivare alcune zone cerebrali quali l´ACUMEN (zona primariamente responsabile dell’attenzione), e porle in connessione con il Sistema Limbico (che colora la nostra vita di emozioni); tali sezioni cerebrali successivamente integrano le loro informazioni neuronali elaborate dall’intero sistema cerebrale, focalizzandole nella parte posteriore del cosiddetto “Giro del Cingolo”, dove sembra si concentri la capacità di valutazione del beneficio che si ottiene dall’apprendimento, in relazione alla elaborazione delle attese; quest’ultime sono in gran misura il frutto delle capacità di rielaborazione prospettica delle memorie.

Pertanto la crescita fuor di misura di informazioni frammentarie, che spesso vengono giudicate obsolete in relazione al quadro delle prospettive storiche di sviluppo sociale ed individuale, che determinano la Formazione cosciente dell’EGO, conducono il sistema mnemonico verso la saturazione, e di conseguenza la memoria diviene incapace di generare una fertile rielaborazione del sistema di riferimento cognitivo in senso prospettico ed anticipativo.

In tal senso è il valore di anticipazione delle memorie che decade, proprio in quanto la memoria non è facilmente rieleborabile per gestire il presente in una prospettiva di futuro sviluppo e ciò incide fortemente nel demotivare ogni ulteriore apprendimento.

Paolo Manzelli, Università di Firenze

Fonte originale: http://www.neuroscienze.net

La gamma dei cinque sensi, E. Capuano

La gamma dei cinque sensi, Edoardo Capuano (2004)

Noi tutti viviamo su una gamma di frequenza, ovvero la percezione dei nostri cinque sensi, e non in un “mondo”. Siamo convinti, e questo ci è stato inculcato, che la creazione sia strutturata come un grattacielo, ma non è così: il cielo non rappresenta il Paradiso, il cielo è il cielo e basta. L’infinito in realtà è composto da una illimitata gamma di frequenze che condividono il medesimo spazio.

Per rendere meglio l’idea, le frequenze radiofoniche e televisive occupano lo stesso spazio che stiamo occupando, ma in lunghezze d’onda diverse. Ognuna di esse occupa una frequenza a sé come pure il nostro corpo fisico. Siccome le “realtà” o i “mondi” si diversificano, ogni frequenza non sa dell’esistenza delle altre. Solo nel momento in cui le frequenze si avvicinano molto le une alle altre avviene il fenomeno dell’ “interferenza”. Quando ci si sintonizza su una radio, si sente solo quel canale e non altri canali radio in quanto non trasmettono su quella frequenza. Solo quando spostiamo la manopola del ricevitore ci si sintonizzerà su un’altra radio ma ciò non significa che la radio che stavamo ascoltando ha cessato di trasmettere.

Questo è il principio che sta alla base della creazione infinita che ogni essere umano ha dentro di se per il semplice motivo che condivide il medesimo spazio. Il problema sta nel fatto che noi, esseri umani, siamo fortemente limitati dai nostri cinque sensi che operano solo ed esclusivamente su un piano tridimensionale e quindi non possiamo vedere tutto l’infinito anche se esso ci compenetra, come non possiamo udire contemporaneamente tutte le radio sintonizzandoci solamente su una. Quello che i nostri occhi vedono rappresenta solamente una insignificante parte dell’infinito che vibra in questa circostanza dimensionale. I nostri cinque sensi possono captare esclusivamente i densi campi magnetici che riflettono la luce, ma nel momento in cui la vibrazione aumenta essa diventa invisibile in quanto ha superato la gamma di frequenza dei cinque sensi. Tuttavia, anche se scompare dalla sfera tridimensionale essa in realtà non scompare; ha solo lasciato la gamma di frequenza basata sui nostri cinque sensi. Essa non è scomparsa, come non scompare radio 1 quanto ci si sintonizza su radio 2. Le bande di frequenza sono meglio conosciute con il nome di dimensioni.

Recenti ricerche hanno appurato che nella gamma di frequenza dei nostri cinque sensi si può captare ben poco di quello che esiste solo nel nostro universo. La percezione dei nostri occhi è limitatissima, può vedere solamente la materia che riflette la luce, ovvero la materia “luminosa” come la chiamano gli scienziati. Noi vediamo grazie alla luce che riflettendosi sulla materia “luminosa” proietta le varie sagomatura. Ma nel momento in cui la sorgente luminosa si spegne non riusciamo a vedere più nulla. Gli astrofisici sostengono che l’universo è composto per il 99,5 per cento di “materia oscura”, ossia materia che non riflette la luce. Per questo motivo non la possiamo vedere; i nostri occhi sono in grado di vedere solo lo 0,5 per cento della realtà che ci circonda.

Per i motivi che ho esposto in narrativa, non riesco a capire come certi scienziati azzardino a proferire proclami scientifici e giudizi definitivi sulla natura della vita e della creazione, quando in realtà il 99,5 per cento del nostro universo non è visibile. In definitiva, essi presentano delle teorie che alla fin dei conti potrebbero essere vere solo allo 0,5 per cento. Tutti i giorni inoltre si possono sentire persone che ti dicono: «io credo solo a ciò che vedo». Queste persone sono talmente intrappolate in questa realtà dei cinque sensi da credere solo in essa, e quindo solo allo 0,5 per cento di quello che esiste realmente. Per approfondire l’argomento sulla materia oscura suggerisco ai lettori due stupefacenti libri della ricercatrice Giuliana Conforto che si intitolano: “Il gioco cosmico dell’uomo” e “La scienza futura di Giordano Bruno”.

Fonte originale: Ecplanet.net

La pienezza del vuoto, Trinh Xuan Thuan (Libro)

La pienezza del vuoto: dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità – Trinh Xuan Thuan, Casa Editrice Ponte alle Grazie

Dalla Premessa

(…) Come l’infinito, il vuoto non ha mai cessato di manifestarsi sotto le apparenze più varie, in differenti ambiti del pensiero umano. Ha attirato l’attenzione non soltanto di filosofi e teologi, ma anche di matematici, fisici e cosmologi, e ogni volta l’incontro con esso ha consentito all’uomo di crescere e progredire. Come notava giustamente Leonardo da Vinci, di tutti i grandi concetti che ci portiamo dentro, quello di nulla è senza dubbio il più fecondo.

Il vuoto si è manifestato nel mondo della matematica sotto forma di zero. A tal proposito sorge un interrogativo: perché, nonostante i notevoli progressi realizzati dai Greci in campo matematico, lo zero non è nato in Occidente, bensì in Oriente? Perché ha suscitato una così grande paura nei pensatori occidentali, mentre è stato accolto a braccia aperte da quelli orientali? Perché si è dovuto attendere che il genio matematico indiano gli conferisse finalmente, nel Quinto secolo d.C., lo status di numero a pieno titolo? Nel primo capitolo tenteremo di rispondere a tali quesiti. (…)

Nel secondo capitolo analizzeremo i primi tentativi scientifici di definire il concetto di vuoto. In che modo il vuoto ha fatto il suo ingresso nelle scienze fisiche con l’atomismo di Leucippo e Democrito, verso il Quinto secolo a.C.? Perché le voci degli atomisti furono subito soffocate da quelle assai più influenti di Platone e soprattutto di Aristotele, il quale proclamò che «la natura aborrisce il vuoto»? (…)

Nel terzo capitolo prenderemo in considerazione l’idea aristotelica del cosiddetto «etere», una «quintessenza» invisibile, più leggera dell’aria, dell’acqua, della terra e del fuoco, che pervaderebbe l’universo intero. In che modo si è evoluto, nel tempo, questo concetto? Perché grandi scienziati come Newton, con la teoria della gravitazione universale avanzata nel 1687, e Maxwell, con la sua dimostrazione della natura elettromagnetica della luce, effettuata nell’Ottocento, hanno sentito il bisogno di fare riferimento all’etere per corroborare le loro ipotesi? Le teorie scientifiche devono essere sottoposte alla verifica sperimentale o all’osservazione. Come si può dimostrare l’esistenza (o la non esistenza) dell’etere? (…)

Anche la meccanica quantistica, l’altra grande branca della fisica che ai primi del Novecento ha descritto il mondo degli atomi e delle particelle subatomiche, ha elaborato un’idea radicalmente nuova del vuoto. Nel quarto capitolo ci occuperemo di questa sua concezione inedita, chiedendoci, in particolare, se la materia di cui sono composti il nostro organismo e gli oggetti intorno a noi non sia altro, come affermano i fisici, che «quasi vuoto». Supponendo di eliminare tutta la materia dallo spazio, otterremmo un «vero vuoto»? (…)

Nel quinto capitolo parleremo di cosmologia, perché l’universo e il vuoto sono intimamente connessi. Com’è passato, questo universo, dalla non esistenza all’esistenza, dal non essere all’essere, dal nulla al qualche cosa? Qual è il ruolo del vuoto nella sua nascita? Come ha potuto, il vuoto, essere la causa del Big Bang, l’esplosione primordiale avvenuta 13,8 miliardi di anni fa che proiettò l’universo verso una spaventosa espansione a partire da uno stato estremamente piccolo, caldo e denso? Come ha potuto, dal vuoto, generarsi tutta la bellezza e la complessità del mondo? (…)

Infine, nel sesto e ultimo capitolo confronteremo la conoscenza razionale del cosmo con il sapere mistico orientale. Il Vuoto, infatti, svolge un ruolo essenziale nelle visioni taoista e buddista del mondo. Per i taoisti, il Tao è il Vuoto all’origine dell’universo. È identificandosi con il Vuoto originale che l’uomo diventa lo specchio del mondo e può apprendere il ritmo del tempo e dello spazio. Quanto al buddismo, parla in maniera esplicita del Vuoto o della vacuità delle cose. A causa dell’interdipendenza dei fenomeni, afferma, niente può esistere in sé e per sé, né può essere la causa di se stesso, e la realtà è priva di esistenza intrinseca. In che modo le visioni della spiritualità orientale si conciliano con la concezione scientifica del vuoto?

Questo libro si rivolge a tutte le «persone di buona volontà» interessate alle nozioni scientifiche e filosofiche sviluppatesi nel corso dei secoli sul tema del vuoto. Scrivendolo, ho cercato di evitare i discorsi troppo tecnici, in maniera da risultare accessibile anche al lettore privo di una cultura scientifica avanzata. Nel contempo, però, mi sono sforzato di non rinunciare in alcun modo al rigore e alla precisione dell’esposizione. Il testo è accompagnato da illustrazioni che da un lato aiutano a comprendere meglio i concetti, dall’altro allietano la lettura.

Trinh Xuan Thuan Parigi, giugno 2016

– Estratto da: Thuan, Trinh Xuan. La pienezza del vuoto: Dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità – Ponte alle Grazie.