Interiorizzazione, Deng Ming-Dao

La gente pensa di non dover imparare, perchè tante sono le informazioni disponibili. Ma la conoscenza è qualcosa di più del possedere semplici informazioni. Solo i saggi si muovono con sufficiente rapidità.

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La quantità di informazioni disponibili al giorno d’oggi non ha precedenti. Nel Medioevo, pochi volumi potevano racchiudere in un’enciclopedia tutti i fattori noti, e un despota poteva controllare il popolo semplicemente isolando o distruggendo una biblioteca. Oggi la massa di informazioni ha raggiunto proporzioni oceaniche.

Di fronte a una simile enormità, alcuni assumono un atteggiamento letargico. Pensano che, se tante cose sono effettivamente a portata di mano, non c’è alcun serio bisogno di imparare nulla. Queste persone escono e si procurano il necessario solo al momento del bisogno. Ma la vita si muove troppo velocemente perchè possiamo concederci di restare pigri. Così come il flusso di informazioni ha conosciuto una crescita esponenziale, il ritmo delle decisioni è andato enormemente accelerando. Non possiamo restare passivi: dobbiamo interiorizzare le informazioni e situarci in un punto preciso del flusso.

Si dice che l’uomo medio sfrutta solo il dieci per cento delle proprie capacità mentali. Un genio il quindici. Dunque, se soltanto riuscissimo ad attivare per intero il nostro potenziale potremmo restare al passo con i tempi. Essere al passo con i tempi significa infatti possedere cultura, determinazione ed esperienza. Non dovremmo mai smettere di imparare, nè di esplorare o di imbarcarci in nuove avventure. Comportiamoci come gli antichi esploratori: ciò che essi scoprirono per sè supererà sempre di gran lunga ciò che i lettori riescono oggi ad acquisire attraverso le loro testimonianze scritte.

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

Immediatezza, Deng Ming-Dao

Quando ci laviamo il viso, riusciamo a scorgere il nostro vero io?

Quando uriniamo, riusciamo a ricordare cos’è la purezza?

Quando mangiamo, riusciamo a ricordare i cicli di tutte le cose?

Quando camminiamo, riusciamo a sentire la rotazione dei cieli?

Quando lavoriamo, siamo felici di ciò che stiamo facendo?

Quando parliamo, le nostre parole sono prive di malizia?

Quando compriamo, siamo consapevoli dei nostri bisogni?

Quando ci imbattiamo nella sofferenza, offriamo aiuto?

Quando ci troviamo di fronte alla morte, restiamo lucidi e impavidi?

Quando siamo in conflitto, cerchiamo di riportare l’armonia?

Quando siamo con i nostri cari, esprimiamo il nostro affetto?

Quando alleviamo i figli, siamo fermi ma dolci?

Quando affrontiamo i problemi, siamo tenaci e lungimiranti?

Quando finiamo di lavorare, ci concediamo un po’ di riposo?

Quando ci prepariamo a riposare, sappiamo come placare la mente?

Quando dormiamo, scivoliamo nel vuoto assoluto?

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

Plasmare il sé in un mondo disincantato, R. Tarnas (estratto da: Cosmo e Psiche)

Plasmare il sé in un mondo disincantato, R. Tarnas (estratto da: Cosmo e Psiche–Un approccio psicologico alla conoscenza dell’Universo, Edizioni Mediterranee 2012)

(Estratto dal Cap. 1 – La trasformazione del Cosmo)

La nostra concezione del mondo non è semplicemente il modo in cui lo vediamo. Essa si estende all’interno per formare il nostro essere più interiore e all’esterno per costituire il mondo. Rispecchia, ma anche rafforza e perfino crea le strutture, le blindature e le possibilità della nostra vita interiore. Configura profondamente la nostra esperienza psichica e somatica, gli schemi secondo cui percepiamo, conosciamo e interagiamo con ciò che ci circonda. Non meno potentemente tale concezione – le nostre credenze e teorie, le elaborazioni, le metafore, i miti, gli assunti interpretativi – costella la nostra realtà esterna, plasmando e lavorando i malleabili potenziali del mondo in mille forme di interazione sottilmente reciproca. Le visioni del mondo creano mondi.

Forse il modo più sintetico di definire l’attuale concezione del mondo consiste nel concentrarsi su ciò che di fatto la distingue da tutte le altre. Parlando in via molto generale, a caratterizzare il pensiero moderno è la fondamentale tendenza ad affermare e sperimentare una separazione radicale tra soggetto e oggetto, una netta divisione tra il sé umano e il mondo che lo comprende. Tale prospettiva può essere contrapposta a quella che ha finito per essere chiamata visione primitiva del mondo, tipica delle culture indigene tradizionali. Il pensiero primitivo non riconosce questa decisa separazione, non la ammette, mentre quello moderno non solo la sostiene, ma è essenzialmente basato su di essa.

L’uomo delle origini percepisce il circostante mondo naturale come pervaso di significato, la cui portata è al tempo stesso umana e cosmica. Vede spiriti nelle foreste, avverte presenze nel vento e nel mare, nei fiumi, sulle montagne. Ravvisa significati nel volo di due aquile sull’orizzonte, nella congiunzione di due pianeti nel cielo, nei cicli della Luna e del Sole. Al mondo primitivo viene attribuita un’anima. Esso comunica e persegue degli scopi. È pieno di segni e simboli, implicazioni e intenzioni. È animato dalle stesse risonanti realtà psicologiche che gli esseri umani sperimentano dentro di sé. Una continuità si estende dal mondo interiore dell’uomo a quello esterno. Nell’esperienza primordiale quello che posso chiamare “mondo esterno” possiede un aspetto interiore continuo con la soggettività umana. Intelligenza creativa e reattiva, spirito e anima, significa o intento sono ovunque. L’uomo è un microcosmo nel macrocosmo del mondo, partecipe della sua realtà interiore e unito al tutto in modo sia tangibili che invisibili.

L’esperienza primitiva ha luogo, per così dire, all’interno di un’anima mundi, un’anima del mondo, una matrice vivente di significato incarnato. La psiche umana è radicata in una psiche globale, della quale partecipa in maniera complessa e da cui è costantemente definita. Il funzionamento di questa anima mundi, con la sua mutevolezza e diversità, viene espresso con un linguaggio mitico e numinoso. Poiché si ritiene che il mondo parli attraverso simboli, può verificarsi una comunicazione diretta di significati e intenti da esso all’uomo. I tanti particolari del mondo empirico possiedono tutti un significato simbolico e archetipico che fluisce tra interno e esterno, tra il sé e il mondo. In questo stato di consapevolezza relativamente indifferenziato, gli esseri umani percepiscono se stessi come direttamente partecipi – emotivamente, misticamente, consequenzialmente – e in comunicazione con la vita interiore del mondo naturale e del cosmo. Per essere più precisi, questa partecipation mystique implica un complesso senso di partecipazione diretta dell’uomo non solo al mondo, ma anche ai poteri divini, e di questi al mondo in virtù della loro presenza immanente e onnipervasiva.

Per contrasto, il pensiero moderno sperimenta una divisione fondamentale tra un sé umano soggettivo e un mondo esterno oggettivo. Fatta eccezione per l’uomo, il cosmo è considerato totalmente impersonale e inconsapevole. Qualunque bellezza e valore gli esseri umani possano percepire nell’universo, questo è di per sé semplice materia in movimento, meccanicistica e priva di scopo, governata dal caso e dalla necessità. È del tutto indifferente alla consapevolezza e ai valori umani. Il mondo esterno all’uomo manca di intelligenza consapevole, di interiorità e di significato e intento propri. Dalla prospettiva contemporanea, l’individuo primordiale unisce e confonde interiore ed esteriore, e pertanto vive in uno stato di costante illusione magica, in un mondo antropologicamente distorno, speciosamente riempito del significato soggettivo della psiche umana. Per il pensiero moderno, l’unica fonte di significato nell’universo è la consapevolezza umana.

Secondo un altro modo di descrivere la situazione, si potrebbe dire che il pensiero attuale considera il mondo all’interno di una implicita struttura empirica in cui il soggetto è separato e in un certo senso contrapposto all’oggetto. Il nostro mondo è pieno di oggetti che il soggetto umano incontra e in base ai quali agisce dalla sua unica posizione di autonomia consapevole. Viceversa, il pensiero primordiale vede il mondo più come un soggetto inserito in un mondo di soggetti, senza alcun limite assoluto tra loro. In questa prospettiva, il mondo è pieno di soggetti. Il mondo primordiale è impregnato di soggettività, interiorità e di intrinseci significati e intenti.

(…) Il sistematico riconoscimento che la fonte esclusiva di significato e scopo nel mondo è la mente umana e che è un errore madornale proiettare ciò che è umano sul non umano, costituisce uno dei presupposti fondamentali – forse il presupposto fondamentale – del metodo scientifico moderno. La scienza attuale cerca con rigore eccessivo di “deantropomorfizzare” la cognizione. I fatti sono là, i significati vengono trasmessi qui. La realtà è considerata semplice, cruda, oggettiva, non abbellita dall’umano e dal soggettivo, non distorta da valori e aspirazioni. Vediamo emergere questo impulso chiaramente visibile nel pensiero moderno dai tempi di Bacone e Cartesio in poi. Se l’oggetto va adeguatamente compreso, il soggetto deve osservarlo e analizzarlo ponendo la massima cura nel sopprimere l’ingenua tendenza dell’uomo di investirlo di caratteristiche che può attribuire solo a se stesso. Affinché vi sia una conoscenza autentica e valida, il mondo oggetti – la natura, il cosmo – deve essere visto come fondamentalmente privo di tutte quelle qualità soggettivamente e interiormente presenti nella mente umana in quanto suoi fattori costituenti: consapevolezza e intelligenza, senso di scopo e intento, capacità di espressione e comunicazione, immaginazione morale e spirituale. Percepire tali qualità come intrinsecamente esistenti nel mondo vuol dire “contaminare” l’atto di conoscere con quelle che sono in realtà proiezioni umane.

(…) Privare il mondo della soggettività, della sua capacità di esprimere intenzionalmente un significato tramite l’oggettivazione e il disincanto accentua radicalmente il senso di libertà e la soggettività autonoma del sé umano, la sua fondamentale convinzione di poter plasmare e determinare la propria esistenza. Allo stesso tempo, il disincanto intensifica la capacità dell’uomo di vedere il mondo naturale fondamentalmente come un contesto da modellare e una risorsa da sfruttare a proprio vantaggio. Quando il mondo perde le sue strutture tradizionali di significato predeterminato, quando queste vengono successivamente “penetrate” e decostruite, le condizioni dell’esistenza umana – sia esterna che interiore – diventano sempre più aperte al cambiamento e allo sviluppo, sempre più soggette all’influenza, all’innovazione e al controllo umani.

(…) Parlando in termini molto generali, possiamo dire che mentre il sé umano, guidato dalle sue simbolizzazioni in evoluzione culturali, religiose, filosofiche e scientifiche, otteneva una concretezza e una distinzione sempre maggiori rispetto al mondo, progressivamente si appropriava di ogni intelligenza e anima, significato e scopo che in precedenza percepiva nel mondo, tanto da finire per localizzare queste realtà esclusivamente nel proprio interno. Per contro l’uomo, appropriandosi di ogni intelligenza e anima, significato e scopo che in precedenza percepiva nel mondo, acquisiva rispetto a esso concretezza e distinzioni sempre maggiori, accompagnate da una crescente autonomia man mano che tali significati e scopi venivano considerati sempre più plasmabili dalla volontà e dall’intelligenza umane. I due processi – informare il sé e appropriarsi dell’anima mundi – si sono sostenuti e rafforzati a vicenda, con la conseguenza di svuotare gradualmente il mondo esterno di ogni significato e scopo intrinseci.

(…) In realtà, per sintetizzare un processo estremamente complicato, la realizzazione dell’autonomia umana è stata pagata con l’esperienza dell’alienazione. Quanto è preziosa la prima, tanto dolorosa è la seconda.

– Estratto da: Cosmo e Psiche, Richard Tarnas – Edizioni Mediterranee

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– Anima Mundihttps://it.wikipedia.org/wiki/Anima_del_mondo

La psiche è l’espressione Cosmo, Intervista a R. Tarnas

La psiche è l’espressione del cosmo, R. Tarnas (Intervista)

La psiche è l’espressione del cosmo, Intervista a Richard Tarnas (2009)

La storia è piena di esempi di persone che hanno sfidato il paradigma dominante e le cui idee sono state inizialmente liquidate come frutto di ignoranza o di pazzia. Basti pensare al passaggio dal sistema geocentrico tolemaico al sistema eliocentrico di Copernico e Galileo. Oggi la moderna ricerca sulla coscienza e sulla psiche è arrivata a risultati altrettanto radicali, che richiedono un profondo cambiamento del nostro modo di pensare. “La più grande sorpresa che ho sperimentato nel corso di oltre cinquant’anni di ricerca sulla coscienza è stato scoprire lo straordinario potere predittivo dell’astrologia archetipica. A causa della mia lunga formazione scientifica inizialmente ero molto scettico in merito all’astrologia. L’idea che i pianeti e le stelle potessero avere qualcosa a che fare con gli stati di coscienza, per non parlare degli eventi nel mondo, sembrava talmente assurda e ridicola da non poterla neanche prendere in considerazione. Ci sono voluti anni e migliaia di os-servazioni convincenti perché accettassi questa possibilità, un cambiamento che ha richiesto niente di meno che una revisione radicale delle mie ipotesi metafisiche fondamentali sulla natura della realtà. Data la controversia che circonda questo problema, non avrei nemmeno voluto discutere di astrologia se Richard Tarnas non avesse pubblicato tre testi di notevole importanza basati sulla sua meticolosa e innovativa ricerca: ‘La passione della mente occidentale’, ‘Prometeo il risvegliatore’ e ‘Cosmo e Psiche’”[1]. A parlare così di Richard Tarnas è Stanislav Grof, fondatore, insieme ad Abraham Maslow, di una nuova visione della psicologia, che lui chiama transpersonale, e che parte dall’idea che l’uomo non è solo un’unità bio-psichica, ma un insieme aperto e collegato a una dimensione spirituale. Nei suoi lavori Tarnas ha spiegato il ruolo dell’astrologia come strumento per comprendere noi stessi e la nostra relazione con il cosmo. (continua nell’articolo integrale)

Richard Tarnas [1950], laureato all’Università di Harvard e all’Istituto Saybrook, è docente di Filosofia e Storia della Cultura presso l’Istituto di Studi Integrali della California, dove ha creato il programma di specializzazione in Filosofia, Cosmologia e Consapevolezza. Sito: www.cosmosandpsyche.com

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[1] The Passion of the Western Mind, Understanding the Ideas That Have Shaped Our World View (Ballantine, 1991) – Prometheus the Awakener, An Essay on the Archetypal Meaning of the Planet Uranus (Spring Publication, 1995) – Cosmo e Psiche, Un approccio psicologico alla conoscenza dell’universo (Edizioni Mediterranee, 2012)