Gli ordini dell’aiuto, B. Hellinger (Libri)

Gli ordini dell’aiuto – Aiutare gli altri e migliorare se stessi, Bert Hellinger – Ed. Tecniche Nuove (2010)

Estratto dall’Introduzione

Cosa significa aiutare?
Aiutare è un’arte. Come ogni altra arte implica una capacità che si può acquisire ed esercitare. Ed è anche necessario immedesimarsi in chi cerca aiuto; la prospettiva è dunque ciò che gli corrisponde e ciò che, allo stesso tempo, va oltre, verso qualcosa di più ampio.

Aiutare come compensazione
Noi uomini dipendiamo dall’aiuto degli altri. Solo così possiamo svilupparci. Allo stesso tempo siamo anche predisposti ad aiutare gli altri. Chi non è necessario agli altri, chi non può aiutare, diventa solitario e intristisce. Aiutare non serve dunque solo agli altri, ma anche a noi stessi.

L’aiuto è generalmente reciproco, come ad esempio fra i partner. Viene regolato dal bisogno di compensazione. Chi ha ricevuto dagli altri ciò che desidera e di cui ha bisogno, vuole dare qualcosa e quindi compensare l’aiuto ricevuto.

Spesso le possibilità di compensare restituendo sono limitate, come ad esempio nei confronti dei genitori. Ciò che ci hanno donato è troppo grande per poterlo
compensare dando a nostra volta. Quindi l’unica cosa che ci resta da fare è accettare ciò che ci viene donato ed esprimere il ringraziamento che viene dal cuore. La compensazione, donando a nostra volta, e la conseguente liberazione sono possibili in questo caso solo trasmettendo ad altri, ad esempio ai figli, ciò che abbiamo ricevuto.

Dare e prendere avvengono dunque a due livelli. Fra pari si mantiene sullo stesso livello e richiede reciprocità. Nell’altro caso, fra genitori e figli o fra superiori e bisognosi, esiste un dislivello. Dare e prendere sono dunque un flusso che porta avanti ciò che ha in sé. Questo modo di dare e prendere è più grande. Tiene conto di ciò che viene dopo. Questo tipo di aiuto accresce l’importanza del dono. Colui che aiuta viene trascinato e legato in qualcosa di più grande, ricco e duraturo.

Questo modo di aiutare presuppone che abbiamo prima ricevuto e accettato. Solo così sentiamo l’esigenza e la forza di aiutare gli altri, soprattutto se tale aiuto richiede un grande sforzo. Allo stesso tempo, presuppone che coloro che desideriamo aiutare abbiamo bisogno e desiderino ricevere ciò che siamo in grado di donare. Altrimenti il nostro aiuto finisce nel vuoto. Divide invece di unire.

Primo ordine dell’aiutare
Il primo ordine dell’aiutare consiste dunque nel dare solo ciò che si possiede e nell’aspettarsi e accettare solo ciò di cui si ha bisogno.

Il primo disordine dell’aiutare inizia quando vogliamo dare ciò che non abbiamo e prendere ciò di cui non abbiamo bisogno. Oppure quando ci aspettiamo e pretendiamo dall’altro ciò che non ci può dare, perché non lo possiede. Ma anche quando non dobbiamo dare qualcosa perché sottrarrebbe all’altro qualcosa che può o deve sopportare da solo. Dare e prendere hanno dunque dei limiti. Riconoscere tali limiti e rispettarli fa parte dell’arte dell’aiutare. (…)

Secondo ordine dell’aiutare
L’aiuto serve da una parte alla sopravvivenza e dall’altra allo sviluppo e alla crescita.
Sopravvivenza, sviluppo e crescita sono legati a particolari condizioni, sia interiori che esteriori. Molte condizioni esterne sono predefinite e non possono essere modificate, come ad esempio una malattia ereditaria oppure le conseguenze di determinati eventi o di una colpa propria o altrui. Se l’aiuto non tiene in considerazione le condizioni esterne, è destinato a fallire.

Ciò vale ancora di più per le condizioni interiori. Ne fanno parte lo specifico compito personale, l’irretimento nei destini di altri membri della famiglia e l’amore cieco che, sotto l’influsso della coscienza, resta legato al pensiero magico. Ho spiegato le ripercussioni concrete di tutto ciò nel mio libro Ordini dell’amore (Tecniche Nuove, 2007) al capitolo “L’amore che fa ammalare e l’amore che guarisce: del Cielo e della Terra”. (…)

Il secondo ordine dell’aiutare consiste dunque nel sottomettersi alle circostanze e nell’intervenire solo nella misura in cui esse lo consentono. Questo aiuto è discreto, ha
forza.

In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel negare le circostanze invece di guardarle negli occhi insieme a chi ha bisogno di aiuto. Voler aiutare opponendosi alle circostanze indebolisce sia il facilitatore che colui che si aspetta aiuto, oppure colui a cui viene offerto o addirittura imposto aiuto.

L’immagine primordiale dell’aiutare
L’immagine primordiale dell’aiutare è il rapporto fra genitori e figli, in particolare fra madre e figlio. I genitori danno, i figli prendono. I genitori sono grandi, superiori e ricchi, i figli sono piccoli, bisognosi e poveri. Dal momento che genitori e figli sono legati da un profondo amore, fra loro dare e prendere può essere pressoché illimitato. I figli possono aspettarsi quasi tutto dai genitori. I genitori sono pronti a dare quasi tutto ai propri figli. Nel rapporto fra genitori e figli le aspettative dei figli e la disponibilità dei genitori a soddisfarle sono necessarie e quindi giustificate.

Tuttavia lo sono solo finché i figli sono piccoli. Con il passare del tempo i genitori tracciano dei limiti contro cui i figli possono scontrarsi e maturare. I genitori sono meno affettuosi nei confronti dei figli? Sarebbero genitori migliori se non ponessero dei limiti? Oppure sono bravi genitori proprio perché pretendono dai figli qualcosa che li prepara a diventare adulti? Molti figli si arrabbiano con i genitori perché avrebbero preferito mantenere l’originaria dipendenza. Tutta via è proprio ritraendosi e deludendo le aspettative che i genitori aiutano i propri figli a liberarsi della
dipendenza e ad agire, passo dopo passo, sotto la propria responsabilità. Solo così i figli assumono il proprio posto nel mondo degli adulti e si trasformano da coloro che prendono in coloro che danno.

Terzo ordine dell’aiutare
Molti facilitatori, ad esempio nel campo della psicoterapia e nel sociale, credono di dover aiutare coloro che chiedono aiuto come fanno i genitori con i propri figli. Allo stesso modo, molti di coloro che hanno bisogno di aiuto si aspettano di essere aiutati come fanno i genitori con i figli, per ricevere a posteriori ciò che ancora si aspettano e pretendono dai genitori.

Cosa accade se i facilitatori soddisfano tali aspettative? Si instaura un rapporto duraturo. Dove porta tale rapporto? I facilitatori si trovano nella stessa posizione dei genitori di cui hanno preso il posto mediante questo tipo di aiuto.(…)

Allo stesso tempo un rapporto improntato sul transfert fra figli e genitori impedisce anche lo sviluppo personale e la maturazione del facilitatore. (…)

È proprio l’accettazione del terzo ordine dell’aiutare che maggiormente differenzia il metodo delle costellazioni familiari e il lavoro con i movimenti dell’anima dalla psicoterapia tradizionale.

Quarto ordine dell’aiutare
Sotto l’influsso della psicoterapia classica coloro che aiutano affrontano spesso il cliente come individuo isolato. Anche in questo caso corrono il rischio di creare un transfert fra figli e genitori.

Tuttavia il singolo fa parte di una famiglia. Solo percependolo come membro di una famiglia il facilitatore si rende conto di chi ha bisogno il cliente e nei confronti di chi è in debito. Egli percepisce veramente colui che ha bisogno di aiuto solo nel momento in cui lo vede insieme ai genitori e agli antenati e magari anche con il partner e ifigli. In questo modo si rende conto di chi all’interno della famiglia ha bisogno del suo rispetto e del suo aiuto e a chi il cliente deve rivolgersi per comprendere quali passi deve compiere. (…)

Questo è il quarto ordine dell’aiutare. In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel non tenere in considerazione e non rispettare altre persone importanti che hanno in mano la chiave della soluzione. Ne fanno parte in particolare i membri della famiglia esclusi, ad esempio per motivi di vergogna. Anche in questo caso si corre il rischio che questo modo sistemico di immedesimarsi venga giudicato duro dai clienti, in particolare da coloro che avanzano pretese infantili nei confronti dei facilitatori. Chi invece cerca una soluzione in modo adulto percepisce il metodo sistemico come una liberazione e una fonte di forza.

Quinto ordine dell’aiutare
Il metodo delle costellazioni familiari unisce ciò che prima era diviso. In questo senso è al servizio della riconciliazione, soprattutto con i genitori. Essa viene ostacolata dalla distinzione fra bene e male compiuta spesso da coloro che aiutano sotto l’influsso della coscienza e dell’opinione pubblica imbrigliata nei limiti di tale coscienza. (…)

Il quinto ordine dell’aiutare è dunque l’amore nei confronti di tutti, così come sono, per quanto possano essere diversi da noi. In questo modo il facilitatore apre il proprio cuore. Diventa parte dell’altro. Ciò che si è riconciliato nel suo cuore si riconcilia anche nel sistema del cliente. In questo caso il disordine dell’aiutare è costituito dal giudizio nei confronti degli altri, che è generalmente una condanna ed è legato allo sdegno moralistico. Chi aiuta veramente, non giudica.

– Estratto da: Gli ordini dell’aiuto, Bert Hellinger – Edizioni Tecniche Nuove

 

Nel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi?, J. O’Donohue

OLYMPUS DIGITAL CAMERANel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi? – Estratto da “Anam Cara” di John O’Donohue, Edizioni Corbaccio (attualmente fuori catalogo)

Spazio e tempo sono il fondamento dell’identità e della percezione umana, senza di loro non esiste percezione.

L’elemento spaziale indica che ci troviamo in uno stato di costante separazione. Io sono qui, tu sei lì; persino la persona a cui siamo più vicini, quella che amiamo, rimane un mondo separato da noi. È questo lo strazio dell’amore: due persone si avvicinano al punto da desiderare realmente di divenire una sola, ma i loro spazi separati mantengono la distanza fra loro. Nello spazio siamo sempre lontani.

L’altra componente della percezione e dell’identità è il tempo; anch’esso ci separa costantemente. Il tempo è essenzialmente lineare, non continuo e frammentario. I giorni passati sono scomparsi, svaniti; il futuro non è ancora arrivato; tutto ciò che abbiamo è il minuscolo gradino dell’istante presente.

Quando l’anima lascia il corpo, non è più oppressa dallo spazio e dal tempo; è libera, e distanza e separazione cessano di ostacolarla. I morti sono i nostri più stretti vicini, sono tutt’attorno a noi. Quando domandarono a Meister Eckhart dove va l’anima di una persona dopo la morte, egli rispose che non va da nessuna parte. In quale altro luogo potrebbe andare? In quale altro luogo è il mondo dell’eternità? Non può che trovarsi qui. Abbiamo dato erroneamente una dimensione spaziale all’eternità, l’abbiamo relegata in una sorta di distante galassia.

Il mondo eterno non è un luogo ma un diverso stato di essere; l’anima della persona non va da nessuna parte perché non c’è nessun altro luogo dove andare. Ciò suggerisce che i morti siano qui insieme a noi, nell’aria in cui ci muoviamo quotidianamente. L’unica differenza tra noi e loro è che adesso rivestono una forma invisibile. Lo sguardo umano non riesce a vederli, ma possiamo sentire la presenza di quelli che abbiamo amato e sono morti. Con il raffinamento dell’anima possiamo sentirli, sentire che sono vicini.

Esiste un’intera mitologia irlandese su druidi e sacerdoti dotati di speciali poteri. Mio padre ci raccontava spesso di un suo conoscente che era molto amico del sacerdote del paese. I due uomini erano soliti fare lunghe passeggiate e un giorno il conoscente chiese al sacerdote dove si trovavano i morti. Egli rispose di non fare domande del genere,  ma, poiché l’altro insisteva, gli disse che glielo avrebbe mostrato a patto che non lo raccontasse a nessuno. Inutile dirlo, l’uomo non mantenne parola. Il sacerdote alzò la mano destra e l’uomo vide le anime dei defunti che si affollavano per ogni dove come gocce di rugiada sui fili d’erba.

Spesso solitudine e isolamento sono la conseguenza di una mancanza di immaginazione spirituale, dimentichiamo che uno spazio vuoto non esiste; ma ogni spazio è colmo di presenza, in particolare di coloro che si trovano ora in una forma eterna, invisibile.

Per chi è morto, anche il mondo del tempo è differente. Qui siamo imprigionati in un tempo lineare: il passato è dimenticato, perduto; il futuro ci è ignoto. Per i defunti il tempo è completamente differente, poiché vivono nel cerchio dell’eternità.

Nei capitoli precedenti abbiamo parlato del paesaggio, di come quello irlandese resista alla linearità e di come il pensiero celtico non abbia mai apprezzato la linea ma abbia sempre amato la forma circolare. All’interno del cerchio inizio e fine sono fratelli, nel riparo che l’eterno offre all’unità dell’anno e della terra.

Penso che nel mondo eterno il tempo sia diventato il circolo dell’eternità; forse, quando una persona raggiunge questo mondo può guardare indietro a quello che qui chiamiamo passato e sapere tutto del futuro. Per i morti il presente è presenza totale. Probabilmente i nostri amici defunti ci conoscono meglio di come abbiano mai potuto in vita; sanno tutto di noi, anche cose che possono deluderli. Ma poiché sono trasfigurati, la loro comprensione e compassione sono proporzionate a tutto quanto sono venuti a sapere su di noi.

Credo che i nostri amici defunti si preoccupino e abbiano cura di noi. Spesso il nostro cammino è minacciato da un macigno di sofferenza sul punto di precipitare su di noi, ma i nostri amici tra i morti lo trattengono fino a che non siamo passati.

Uno degli sviluppi che nei prossimi secoli potrebbero verificarsi nell’evoluzione e nella coscienza umana è una nuova relazione globale con il mondo invisibile dell’eternità. Potremmo legarci in modo creativo con i nostri amici nel mondo invisibile.  —

– Estratto da: Anam Cara – Il libro della saggezza celtica, John O’Donohue [Capitolo Sei]

Saturazione delle memorie, P. Manzelli

Saturazione delle memorie, Paolo Manzelli (2004)

La volontà di apprendere oggigiorno viene fortemente inibita dalla troppa informazione non motivante l´EGO, pertanto l’unico modo per riattivare la volontà di sapere risiede nell’essere estremamente concisi ed innovativi nelle forme espressive per generare la curiosità di intendere e significare ulteriormente personalizzando ciò che viene appreso.

Il nostro cervello per la formazione storica dell’EGO individuale e collettivo, necessita di evolversi come un sistema di anticipazioni che utilizza il memorizzato per favorire un pronostico sull’avvenire come è necessario per gestire il presente sulla base di ipotesi sul corso di sviluppo degli eventi.

Ricordo che da studi di Risonanza Magnetica Funzionale (RMF) sull’attività cerebrale, la capacità decisionale che fa parte del sistema volitivo, tende ad attivare alcune zone cerebrali quali l´ACUMEN (zona primariamente responsabile dell’attenzione), e porle in connessione con il Sistema Limbico (che colora la nostra vita di emozioni); tali sezioni cerebrali successivamente integrano le loro informazioni neuronali elaborate dall’intero sistema cerebrale, focalizzandole nella parte posteriore del cosiddetto “Giro del Cingolo”, dove sembra si concentri la capacità di valutazione del beneficio che si ottiene dall’apprendimento, in relazione alla elaborazione delle attese; quest’ultime sono in gran misura il frutto delle capacità di rielaborazione prospettica delle memorie.

Pertanto la crescita fuor di misura di informazioni frammentarie, che spesso vengono giudicate obsolete in relazione al quadro delle prospettive storiche di sviluppo sociale ed individuale, che determinano la Formazione cosciente dell’EGO, conducono il sistema mnemonico verso la saturazione, e di conseguenza la memoria diviene incapace di generare una fertile rielaborazione del sistema di riferimento cognitivo in senso prospettico ed anticipativo.

In tal senso è il valore di anticipazione delle memorie che decade, proprio in quanto la memoria non è facilmente rieleborabile per gestire il presente in una prospettiva di futuro sviluppo e ciò incide fortemente nel demotivare ogni ulteriore apprendimento.

Paolo Manzelli, Università di Firenze

Fonte originale: http://www.neuroscienze.net

La gamma dei cinque sensi, E. Capuano

La gamma dei cinque sensi, Edoardo Capuano (2004)

Noi tutti viviamo su una gamma di frequenza, ovvero la percezione dei nostri cinque sensi, e non in un “mondo”. Siamo convinti, e questo ci è stato inculcato, che la creazione sia strutturata come un grattacielo, ma non è così: il cielo non rappresenta il Paradiso, il cielo è il cielo e basta. L’infinito in realtà è composto da una illimitata gamma di frequenze che condividono il medesimo spazio.

Per rendere meglio l’idea, le frequenze radiofoniche e televisive occupano lo stesso spazio che stiamo occupando, ma in lunghezze d’onda diverse. Ognuna di esse occupa una frequenza a sé come pure il nostro corpo fisico. Siccome le “realtà” o i “mondi” si diversificano, ogni frequenza non sa dell’esistenza delle altre. Solo nel momento in cui le frequenze si avvicinano molto le une alle altre avviene il fenomeno dell’ “interferenza”. Quando ci si sintonizza su una radio, si sente solo quel canale e non altri canali radio in quanto non trasmettono su quella frequenza. Solo quando spostiamo la manopola del ricevitore ci si sintonizzerà su un’altra radio ma ciò non significa che la radio che stavamo ascoltando ha cessato di trasmettere.

Questo è il principio che sta alla base della creazione infinita che ogni essere umano ha dentro di se per il semplice motivo che condivide il medesimo spazio. Il problema sta nel fatto che noi, esseri umani, siamo fortemente limitati dai nostri cinque sensi che operano solo ed esclusivamente su un piano tridimensionale e quindi non possiamo vedere tutto l’infinito anche se esso ci compenetra, come non possiamo udire contemporaneamente tutte le radio sintonizzandoci solamente su una. Quello che i nostri occhi vedono rappresenta solamente una insignificante parte dell’infinito che vibra in questa circostanza dimensionale. I nostri cinque sensi possono captare esclusivamente i densi campi magnetici che riflettono la luce, ma nel momento in cui la vibrazione aumenta essa diventa invisibile in quanto ha superato la gamma di frequenza dei cinque sensi. Tuttavia, anche se scompare dalla sfera tridimensionale essa in realtà non scompare; ha solo lasciato la gamma di frequenza basata sui nostri cinque sensi. Essa non è scomparsa, come non scompare radio 1 quanto ci si sintonizza su radio 2. Le bande di frequenza sono meglio conosciute con il nome di dimensioni.

Recenti ricerche hanno appurato che nella gamma di frequenza dei nostri cinque sensi si può captare ben poco di quello che esiste solo nel nostro universo. La percezione dei nostri occhi è limitatissima, può vedere solamente la materia che riflette la luce, ovvero la materia “luminosa” come la chiamano gli scienziati. Noi vediamo grazie alla luce che riflettendosi sulla materia “luminosa” proietta le varie sagomatura. Ma nel momento in cui la sorgente luminosa si spegne non riusciamo a vedere più nulla. Gli astrofisici sostengono che l’universo è composto per il 99,5 per cento di “materia oscura”, ossia materia che non riflette la luce. Per questo motivo non la possiamo vedere; i nostri occhi sono in grado di vedere solo lo 0,5 per cento della realtà che ci circonda.

Per i motivi che ho esposto in narrativa, non riesco a capire come certi scienziati azzardino a proferire proclami scientifici e giudizi definitivi sulla natura della vita e della creazione, quando in realtà il 99,5 per cento del nostro universo non è visibile. In definitiva, essi presentano delle teorie che alla fin dei conti potrebbero essere vere solo allo 0,5 per cento. Tutti i giorni inoltre si possono sentire persone che ti dicono: «io credo solo a ciò che vedo». Queste persone sono talmente intrappolate in questa realtà dei cinque sensi da credere solo in essa, e quindo solo allo 0,5 per cento di quello che esiste realmente. Per approfondire l’argomento sulla materia oscura suggerisco ai lettori due stupefacenti libri della ricercatrice Giuliana Conforto che si intitolano: “Il gioco cosmico dell’uomo” e “La scienza futura di Giordano Bruno”.

Fonte originale: Ecplanet.net

La pienezza del vuoto, Trinh Xuan Thuan (Libro)

La pienezza del vuoto: dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità – Trinh Xuan Thuan, Casa Editrice Ponte alle Grazie

Dalla Premessa

(…) Come l’infinito, il vuoto non ha mai cessato di manifestarsi sotto le apparenze più varie, in differenti ambiti del pensiero umano. Ha attirato l’attenzione non soltanto di filosofi e teologi, ma anche di matematici, fisici e cosmologi, e ogni volta l’incontro con esso ha consentito all’uomo di crescere e progredire. Come notava giustamente Leonardo da Vinci, di tutti i grandi concetti che ci portiamo dentro, quello di nulla è senza dubbio il più fecondo.

Il vuoto si è manifestato nel mondo della matematica sotto forma di zero. A tal proposito sorge un interrogativo: perché, nonostante i notevoli progressi realizzati dai Greci in campo matematico, lo zero non è nato in Occidente, bensì in Oriente? Perché ha suscitato una così grande paura nei pensatori occidentali, mentre è stato accolto a braccia aperte da quelli orientali? Perché si è dovuto attendere che il genio matematico indiano gli conferisse finalmente, nel Quinto secolo d.C., lo status di numero a pieno titolo? Nel primo capitolo tenteremo di rispondere a tali quesiti. (…)

Nel secondo capitolo analizzeremo i primi tentativi scientifici di definire il concetto di vuoto. In che modo il vuoto ha fatto il suo ingresso nelle scienze fisiche con l’atomismo di Leucippo e Democrito, verso il Quinto secolo a.C.? Perché le voci degli atomisti furono subito soffocate da quelle assai più influenti di Platone e soprattutto di Aristotele, il quale proclamò che «la natura aborrisce il vuoto»? (…)

Nel terzo capitolo prenderemo in considerazione l’idea aristotelica del cosiddetto «etere», una «quintessenza» invisibile, più leggera dell’aria, dell’acqua, della terra e del fuoco, che pervaderebbe l’universo intero. In che modo si è evoluto, nel tempo, questo concetto? Perché grandi scienziati come Newton, con la teoria della gravitazione universale avanzata nel 1687, e Maxwell, con la sua dimostrazione della natura elettromagnetica della luce, effettuata nell’Ottocento, hanno sentito il bisogno di fare riferimento all’etere per corroborare le loro ipotesi? Le teorie scientifiche devono essere sottoposte alla verifica sperimentale o all’osservazione. Come si può dimostrare l’esistenza (o la non esistenza) dell’etere? (…)

Anche la meccanica quantistica, l’altra grande branca della fisica che ai primi del Novecento ha descritto il mondo degli atomi e delle particelle subatomiche, ha elaborato un’idea radicalmente nuova del vuoto. Nel quarto capitolo ci occuperemo di questa sua concezione inedita, chiedendoci, in particolare, se la materia di cui sono composti il nostro organismo e gli oggetti intorno a noi non sia altro, come affermano i fisici, che «quasi vuoto». Supponendo di eliminare tutta la materia dallo spazio, otterremmo un «vero vuoto»? (…)

Nel quinto capitolo parleremo di cosmologia, perché l’universo e il vuoto sono intimamente connessi. Com’è passato, questo universo, dalla non esistenza all’esistenza, dal non essere all’essere, dal nulla al qualche cosa? Qual è il ruolo del vuoto nella sua nascita? Come ha potuto, il vuoto, essere la causa del Big Bang, l’esplosione primordiale avvenuta 13,8 miliardi di anni fa che proiettò l’universo verso una spaventosa espansione a partire da uno stato estremamente piccolo, caldo e denso? Come ha potuto, dal vuoto, generarsi tutta la bellezza e la complessità del mondo? (…)

Infine, nel sesto e ultimo capitolo confronteremo la conoscenza razionale del cosmo con il sapere mistico orientale. Il Vuoto, infatti, svolge un ruolo essenziale nelle visioni taoista e buddista del mondo. Per i taoisti, il Tao è il Vuoto all’origine dell’universo. È identificandosi con il Vuoto originale che l’uomo diventa lo specchio del mondo e può apprendere il ritmo del tempo e dello spazio. Quanto al buddismo, parla in maniera esplicita del Vuoto o della vacuità delle cose. A causa dell’interdipendenza dei fenomeni, afferma, niente può esistere in sé e per sé, né può essere la causa di se stesso, e la realtà è priva di esistenza intrinseca. In che modo le visioni della spiritualità orientale si conciliano con la concezione scientifica del vuoto?

Questo libro si rivolge a tutte le «persone di buona volontà» interessate alle nozioni scientifiche e filosofiche sviluppatesi nel corso dei secoli sul tema del vuoto. Scrivendolo, ho cercato di evitare i discorsi troppo tecnici, in maniera da risultare accessibile anche al lettore privo di una cultura scientifica avanzata. Nel contempo, però, mi sono sforzato di non rinunciare in alcun modo al rigore e alla precisione dell’esposizione. Il testo è accompagnato da illustrazioni che da un lato aiutano a comprendere meglio i concetti, dall’altro allietano la lettura.

Trinh Xuan Thuan Parigi, giugno 2016

– Estratto da: Thuan, Trinh Xuan. La pienezza del vuoto: Dallo zero alla meccanica quantistica, tra scienza e spiritualità – Ponte alle Grazie.

 

È possibile, o consigliabile, la compassione per uno stoico?, M. Pigliucci

È possibile, o consigliabile, la compassione per uno stoico?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

J. scrive: “Sono un medico tirocinante e lavoro nel Sistema Sanitario Nazionale del Regno Unito. Come puoi ben sapere, il SSN è attualmente sotto un’intensa pressione. L’inverno è quasi sempre un momento impegnativo per la sanità, ma con una popolazione sempre più anziana, i tagli di spesa del governo, la carenza di personale e mancanza di assistenza sociale, il prossimo inverno sarà probabilmente uno dei peggiori per il SSN. Queste difficoltà hanno un impatto significativo sul personale sanitario, specialmente su quelli che stanno in prima linea. I medici si trovano a dover seguire più pazienti con minori risorse. Oltre a queste pressioni, il Sistema Sanitario Nazionale è un sistema con una sempre maggiore burocratizzazione e i medici si sentono frustrati, trovandosi incapaci di provvedere alle cure che desiderano per decisioni che non dipendono da loro. I medici si trovano a lavorare sempre più in condizioni di litigiosità, e a questo si aggiunge la paura di commettere degli errori, per non dire che ciò costringe i medici a praticare una “medicina difensiva” considerata in contrasto con i loro normali doveri di assistenza. La stessa medicina in sé pone i medici sotto una gran mole di tensioni morali, proprio a causa della sofferenza e della morte che essi vedono giornalmente. Questo per dire che essere medico del SSN è duro.

Per tutti questi motivi, viene detto che i medici devono diventare più forti, avere una maggiore resilienza. L’idea di resilienza come virtù professionale dei medici mi sembra in accordo con lo Stoicismo. Mi domandavo: a quale concetto stoico potrebbe somigliare la resilienza, e gli stoici quali consigli avrebbero dato a un medico per essere più resiliente? Mi preoccupo anche che nel richiedere ai medici di essere più resilienti possa esserci un conflitto con gli altri loro doveri di assistenza o virtù professionali come la compassione. Come si orienterebbe, in questo contesto, uno stoico? Molta della gioia e del piacere di essere medico viene dall’interazione con i pazienti, quelle stesse “esteriorità” che potrebbero anche essere fonte di stress per i medici che necessitano di resilienza. Allora, in che modo uno stoico incoraggia il distacco da quelle stesse “esteriorità” (i pazienti) su cui i medici poggiano la loro personale soddisfazione lavorativa?”

Massimo Pigliucci – Ho una cara amica che considero stoica per natura. Per molti anni ha lavorato sul campo per un’organizzazione umanitaria di soccorso nei casi di catastrofe. Abbiamo discusso spesso su come lei riusciva a sopportare la vista di tali miserie lavorando in condizioni estreme, compresa la cronica mancanza di fondi e forniture, e anche le conseguenze di decisioni prese da altri su cui lei non aveva alcun controllo.

La sua risposta sarebbe potuta venire direttamente da Epitteto: praticare, ogni giorno, una combinazione di distacco interiore ed empatia verso l’esterno, ricordare costantemente a se stessi che ciò che si sta facendo vale a prescindere dalle condizioni terribili, e che si sta veramente facendo la differenza in un mondo che ne ha bisogno. Il distacco interiore è necessario, perché se ci si lascia troppo prendere dalle proprie emozioni nella situazione, si inficia la propria capacità di gestirla. L’empatia verso gli altri è data, naturalmente, perché siamo esseri umani davanti a dei nostri compagni umani in disperata necessità. Rammentare bene perché lo si sta facendo, serve a rinnovare e rafforzare la propria risoluzione nel sopportare la situazione al fine di un maggior bene.

Ecco come Epitteto spiega la combinazione di empatia verso gli altri e distacco interiore:

“Se ti capita di vedere qualcuno che si dispera versando lacrime per un lutto o perché suo figlio è partito per altri lidi o ancora per aver subito un dissesto finanziario, fai bene attenzione a non lasciarti influenzare e travolgere dall’opinione che egli si è formato a proposito della sua sofferenza, come se effettivamente dipendesse da cause esteriori, ma tieni a portata di mano questa considerazione: «Ad affliggerlo non sono gli accadimenti in sé – chi gli sta vicino, altrimenti, ne sarebbe altrettanto colpito – bensì il giudizio che dà di tali eventi». Pertanto, sii pronto a secondare il suo dolore pronunziando parole di consolazione; puoi anche arrivare, se è il caso, a sospirare insieme a lui: ma bada che la tua serenità interiore non venga scalfita da lacrime e sospiri.” [Enchiridion, 16][1]

Questo potrebbe al momento apparire come un’ipocrisia ma, in realtà, è compassione. Lo stoico pratica la sua filosofia ricordando a se stesso che le cose esterne sono indifferenti preferiti o non preferiti, ma è anche attento a non imporre la sua filosofia agli altri, adeguando invece il proprio comportamento a ciò che può essere di maggiore conforto e utile per i suoi compagni umani.

Seneca esprime un sentimento molto simile in questo passaggio:

“Tutte le altre cose che voglio facciano coloro che hanno compassione, egli (l’uomo saggio) le farà spontaneamente e con animo elevato: porgerà aiuto alle lacrime altrui, ma non vi parteciperà; tenderà la mano al naufrago, offrirà ospitalità all’esule, farà l’elemosina all’indigente, non però quell’elemosina umiliante che getta sprezzantemente la maggior parte degli uomini che vogliono apparire misericordiosi, mentre provano disgusto per coloro che aiutano ed hanno paura di esserne toccati: ma donerà come un uomo dà ad un altro uomo qualcosa che appartiene ad un patrimonio comune; donerà un figlio alle lacrime della madre, e ordinerà di sciogliergli le catene e lo sottrarrà ai giochi dell’arena e seppellirà nella terra il cadavere anche se ha commesso dei delitti: ma farà tutto questo con mente tranquilla, con volto immutato.” [Seneca, Sulla clemenza II, 6][2]

Nota il punto in cui dice che non si dovrebbe essere gentile verso gli altri in modo offensivo e nel contempo “aver paura di essere toccati” da coloro che si sta aiutando. Qui stiamo parlando della vera compassione, non una sua spettacolarizzazione per sembrare buoni. Ma parliamo anche dell’atteggiamento interiore stoico alla calma, che viene dal sapere che si può soltanto fare ciò che è sotto il proprio controllo, unito a valutazione realistica di come funziona il mondo.

I medici del SSN dovrebbero ricordarsi dell’ambiente in cui lavorano. Naturalmente, i politici prendono decisioni opportuniste e miopi riguardo ai fondi e alle priorità. Questo è quello che loro fanno, e aspettarsi qualcos’altro è una pia illusione. A questo riguardo, Marco Aurelio è chiaro:

“Cosa ci sarà poi di male o di strano, se l’ignorante agisce da ignorante? Vedi, piuttosto, di non dover accusare te stesso per non aver previsto che la persona avrebbe commesso questa mancanza: perché dalla ragione avevi anche i mezzi per pensare che la persona verosimilmente avrebbe commesso questa mancanza, eppure te ne sei dimenticato e ti sorprende che l’abbia commessa.” [Meditazioni IX, 42][3]

A questo punto, se qualcuno pensa ancora che tutto questo non provi che gli stoici si curavano delle emozioni umane e che invece cercavano di muoversi nella vita come il dottor Spock di Star Trek, vorrei ricordare alcune cose che Seneca ha detto proprio a tal proposito:

“La prima cosa che la filosofia promette è il senso di solidarietà con tutti gli uomini; in altre parole, partecipazione e socialità.” [Lettera a Lucilio V, 4]

“Ti sto forse consigliando di essere insensibile, di volere che tu mantenga un comportamento impassibile alla cerimonia funebre e di non permettere alla tua anima di non sentire neppure un pizzico di sofferenza? Niente affatto. Questo significherebbe mancanza di sentimento più che di virtù.” [Lettera a Lucilio XCIX, 15)

Ed anche:

“È possibile che scorrano lacrime dagli occhi di chi è calmo e sereno. Le lacrime spesso scorrono senza pregiudicare la compostezza dell’uomo saggio… e in misura tale da non mostrare né mancanza di sentimento né di dignità.” [Lettera a Lucilio XCIX, 20]

In conclusione, ammiro ciò che voi giovani fate, e non so immaginare di avere la forza interiore di farlo io stesso. Ho visto medici nel sistema sanitario pubblico italiano prendersi cura dei miei nonni e poi dei miei genitori al meglio delle loro capacità, a dispetto di restrizioni simili imposte dalla mancanza di fondi e dalla burocrazia. Sono davvero lieto che ci siano tali persone al mondo, o come la mia amica stoica per natura, che ha dedicato dieci anni della sua vita, con grande rischio personale, ad aiutare migliaia di stranieri. Continua a fare ciò che stai facendo, pratica l’attenzione cosciente stoica ripetendoti i precetti che ho citato e rileggendo i passaggi rilevanti, e sappi che un numero incalcolabile di persone ti saranno eternamente grate per ciò che fai.

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: Is compassion possible, or advisable, for a Stoic?

————————————-

Note

[1] Traduzione a cura di Francesco Dipalo (ndt)

[2] Traduzione dal sito http://www.sentieridellamente.it

[3] Traduzione a cura di Patrizio Sanasi, Edizioni Acrobat (ndt)

Divinazione e Filosofia/Yin e Yang, Taoist Master A. Huang (estratto) (Libro)

Divinazione e Filosofia/Yin e Yang, Maestro Taoista Alfred Huang – estratto da “Understanding the I Ching” (Edited by Daniel Nesbitt) (Libri)

In origine, l’I Ching era un libro di divinazione appartenente a una civiltà sciamanica. D’altro canto, il Commentario dell’I Ching, che è il libro che spiega l’I Ching dal punto di vista filosofico, s’inserisce di più nella categoria della filosofia confuciana.

Mentre l’I Ching prende forma tra la dinastia Shang e la dinastia Zhou (1100–221 a.C.), quindi circa 3000 anni fa, il Commentario venne scritto da numerosi studiosi confuciani durante l’ultimo periodo degli Stati Combattenti (475–221 a.C.). Pertanto, vi è un periodo di circa cinque-seicento anni tra questi due libri. Nel corso di migliaia di anni nell’esperienza delle persone che studiarono e utilizzarono questo libro, compresa l’opera di innumerevoli studiosi, nel contesto dell’I Ching non si è mai trovata alcuna contraddizione sia come testo di divinazione che di filosofia. Quindi, poichè l’interpretazione dell’I Ching è stata profondamente influenzata dalla mente filosofica degli studiosi confuciani, la divinazione divenne uno strumento per guidare le persone a ricercare le situazioni favorevoli ed evitare quelle sciagurate.

Dato che i testi dell’I Ching indirizzano le persone ad agire in accordo con la situazione e il momento, l’I Ching non viene considerato un libro solo di divinazione, ma anche una guida per correggere il proprio comportamento.

Il Commentario, supportato dalla filosofia dello yin e yang, dice:

Uno yin e uno yang, questo è il Tao. Come sostegno (sustainer) è eccellente. Come compimento (accomplisher) mostra la sua natura. Il buono che l’incontra, lo chiama benevolenza. Il saggio che l’incontra, lo chiama saggezza. La gente lo usa ogni giorno, ma non se ne accorge…”

Questa affermazione intende esporre il Tao dell’I, il principio che yin a yang si alternano. L’alternanza tra yin e yang è il Tao del Cielo, ed anche il Tao dell’I.

La maggior parte delle persone pensa che yin e yang siano contrari, opposti e in conflitto. In realtà, la contraddizione tra opposti è solo un aspetto di yin e yang. L’intento dell’I Ching enfatizza maggiormente l’armonia, la trasformazione e il diminuire e amentare dello yin e yang; e questa modalità tipica di pensare propria dell’I Ching è diventata una caratteristica del modo di pensare dei cinesi. Pertanto, il Commentario dice che per coloro che sono capaci di seguire questo modo di pensare, ciò è favorevole.

Il Commentario ricorda che:

“Nei tempi antichi i saggi santi definirono il Libro dell’I con il fine di comprendere l’ordine della loro natura e destino. Quindi, stabilirono il Tao del Cielo e lo chiamarono yin e yang. Poi determinarono il Tao della Terra e lo chiamarono spezzato e intero. Poi determinarono il Tao dell’Uomo e lo chiamarono benevolenza e rettitudine. I saggi contestualizzarono questi tre Poteri fondamentali e li raddoppiarono, pertanto venne prodotto nel Libro dell’I un simbolo di sei linee e chiamato il Gua Compiuto (The Accomplished Gua).”

Gli occidentali chiamano il simbolo di sei linee “esagramma” in accordo con il loro modo di nominare.

Vale la pena citare che Lao Zi, influenzato dall’I Ching, ha definito il Taoismo che enfatizza il Tao del Cielo. Confucio, influenzato dall’I Ching, ha definito il Confucianesimo, che enfatizza il Tao dell’Umanità. L’I Ching è l’unico libro ad aver influenzato sia Lao Zi che Confucio.

Il Maestro, Confucio, dice nel Commentario:

“Lo scritto non può esprimere le parole pienamente. Le parole non possono esprimere i pensieri pienamente. Siamo forse incapaci di comprendere i pensieri dei saggi santi?”

E lo stesso Maestro risponde:

“I saggi santi definirono delle immagini e dei simboli al fine di esprimere i loro pensieri pienamente; concepirono le sei linee al fine di esprimere il vero e il falso pienamente; poi collegarono delle sentenze così da poter esprimere le loro parole pienamente.”

Attraverso le sei linee – l’esagramma – i cinesi, nel corso di migliaia di anni, si abituarono a rappresentare i pensieri attraverso dei simboli, definito nell’I “pensiero simbolico”. Grazie al “pensiero simbolico” gli antichi inventarono i pittogrammi e i caratteri pittografici. Nella mente dei lettori cinesi, i caratteri pittografici evocano un’immaginario per mezzo del quale arrivano immediatamente a comprendere il significato dei caratteri.

Una volta Ji Lu, uno degli studenti di Confucio, fece una domanda sul servire gli spiriti dei morti. Il Maestro rispose: “Se non sei capace di servire un uomo, come puoi servire il suo spirito?”

Un’altra volta Ji Lu disse: “Oso domandarti sulla morte.” E il Maestro: “Se non sai sulla vita, come puoi sapere sulla morte?” Queste affermazioni chiariscono del tutto che Confucio non si interessava agli spiriti e alla morte.

Se non per chiarire questi argomenti, allora, quale era l’approccio del Maestro per lo studio dell’I Ching? Il Maestro dice: “Nello studiare l’I Ching, smettere di divinare, ecco tutto!” E Xun Zi (313–238 a.C.), un altro famoso studioso confuciano del periodo degli Stati Combattenti, che aveva lo stesso atteggiamento di Confucio per quanto riguarda lo studio dell’I Ching, dice: “Attieniti all’I, e non ci sarà bisogno di alcuna divinazione.”

Così, si può vedere che il maggior contributo del Commentario fu di trasformare l’interpretazione dell’I Ching da stregoneria e superstizione, a filosofia e conoscenza razionale.—

– Estratto da “Understanding the I Ching” cap. 1, Taoist Master Alfred Huang (Edited by Daniel Nesbitt)

Traduzione: Paola

– – – – – – – – – – – –

Altro di Master Huang: The Complete I Ching (estratti) (Libri)