Se le foglie sono morte…, Paola

Se le foglie sono morte…, Paola (nota al gruppo AL)

Cominciano a cadere le foglie e il colore dell’autunno si fa più presente. Tra breve si aprirà quel passaggio tra i mondi che noi celebriamo come le feste di Ognisanti e Commemorazione dei Defunti. Non intendo qui ricollegare le nostre celebrazioni alla festa di Halloween o di Samhain delle antiche popolazioni irlandesi, che celebravano tra il 31 ottobre e il 1° novembre la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno del loro calendario. Tuttavia, in questi giorni si è consapevoli di un’apertura tra il mondo dei “vivi” e quello dei “morti”.

Per quanto mi riguarda, ciascuno di noi apre questo portale con il ricordo di coloro che ci hanno preceduto, ci hanno dato origine e di cui esprimiamo tratti fisici o caratteriali. Molti di noi conoscono le Costellazioni Familiari e hanno avuto esperienza della concretezza di come le energie dei membri della famiglia anche trapassati possono continuare a manifestarsi e interagire nel mondo dei “viventi” tramite noi, spesso inconsapevoli. Sia che si voglia considerare queste manifestazioni come ereditarietà genetica, residui energetici di nostri avi, parti neglette di noi stessi, espressioni di nostre precedenti incarnazioni o, anche, provenienti da vite parallele, questi giorni sono il momento migliore per venire a patti con esse.

Chi ha familiarità con la sua cosmologia interiore può interagire con esse attraverso i vari metodi che alcune tradizioni hanno conservato; coloro che invece non hanno tale dimestichezza, possono operare una guarigione altrettanto profonda con un atto di riconoscimento e di considerazione per i membri della propria famiglia sia viventi che trapassati; soprattutto quelli meno nominati, meno amati o di cui sfugge più facilmente la storia o il ricordo. Infatti, può capitare che siano delle ereditarietà di questi parenti “trascurati” quelle che si celano negli aspetti di noi che tendiamo a non voler mettere in discussione o a compensare. Parafrasando Bert Hellinger, ciò che si tace o che non viene rivelato esercita maggiore influenza di quel che è espresso; e, citando James Mahu: “La dimensione è sempre modellata dalla non-dimensione”.

La visita ai cimiteri è anche occasione d’incontro tra vivi che a volte non si frequentano, e questo – nonostante la brevità del momento – può favorire una guarigione per il solo fatto di essersi “riconosciuti”. Infatti, il ritrovarsi tra parenti e amici (vivi e morti, insieme) può essere occasione di una guarigione grazie a quel momento di pacificazione all’interno dell’“anima familiare”, quell’entità energetica che accoglie e accomuna tutti i più disparati moti dei singoli membri di una stessa famiglia di sangue.

Vorrei invitare – durante il prossimo periodo – a cogliere ogni segnale che l’anima familiare possa inviare, e a vivificare il rituale della visita ai cimiteri per renderlo significativo e proficuo di generosi cambiamenti.

Poichè, anche se a terra le foglie sono morte, l’albero è sempre vivo. —


Aricolo correlato: Nel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi?, John O’Donohue

Come e dove nasce l’immaginazione umana, da Le Scienze.it

Come e dove nasce l’immaginazione umana – da Le Scienze.it (2013)

Identificata per la prima volta la rete diffusa di collegamenti neurali che entra in funzione quando manipoliamo immagini mentali. Comprendendo i meccanismi di questa attività immaginativa, su cui si basa la creatività umana, i ricercatori sperano un giorno di ricreare gli stessi processi creativi nelle macchine.

Per la prima volta un gruppo di ricercatori ha identificato dove e come si sviluppa nel cervello l’immaginazione, lo strumento mentale che permette all’uomo di inventare macchine, creare opere d’arte e, più in generale, avere un’eccezionale flessibilità di comportamenti. Come è illustrato in un articolo pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, si tratta di una rete neurale diffusa su più aree cerebrali, un sottoinsieme delle quali contiene informazioni specifiche relative a particolari e differenti tipi di manipolazioni mentali.

Gli studi neuroscientifici degli ultimi anni si sono concentrati sulle rappresentazioni mentali statiche più che sulle operazioni mentali che le riguardano. Si è così domostrato, per esempio, che il contenuto della percezione visiva, le immagini visive (sogni inclusi) possono essere “decodificate” sulla base dell’attività nella corteccia visiva.

Questi risultati hanno suggerito che le stesse regioni che mediano le rappresentazioni a livello di percezione sensoriale siano coinvolte nei processi di immaginazione che prendono spunto da esse, ma non era ancora chiaro come facesse la mente a manipolare queste rappresentazioni: per esempio, a ottenere l’immagine di un calabrone con la testa di un toro a partire dall’immagine preesistente dei due animali.

Undici aree cerebrali mostrano specifici modelli di attivazione in funzione dei compiti mentali eseguiti. (Cortesia Alex Schlegel)

In questo nuovo studio è stato chiesto a 15 volontari di eseguire quattro differenti tipi di compiti mentali, come immaginare forme visive astratte per poi combinarle mentalmente in nuove figure più complesse o, al contrario, smontare mentalmente un’immagine nelle sue singole parti. L’attività cerebrale dei partecipanti durante i test era analizzata con la risonanza magnetica funzionale.

L’analisi dei risultati ha rivelato l’esistenza di una rete corticale e sottocorticale distribuita su gran parte del cervello responsabile delle manipolazioni immaginate. Inoltre, sulla base del confronto fra i modelli di attivazione delle diverse aree nei differenti tipi di compiti, i ricercatori hanno ottenuto una conferma dell’ipotesi che alcune regioni contengono informazioni relative a specifiche operazioni mentali e che questi modelli sono in grado di evolvere nel tempo, in parallelo con la manipolazione delle rappresentazioni mentali.

“I nostri risultati ci permettono di capire meglio ciò che ci distingue dalle altre specie nell’organizzazione del cervello” dice Alex Schlegel del Dartmouth College a Hanover, e primo firmatario dell’articolo. “La comprensione di queste differenze potrà chiarire da dove viene la creatività umana e forse ci permetterà di ricreare quegli stessi processi creativi nelle macchine.”

Fonte: Le Scienza (18/09/2013)

Coincidenza di linguaggio, Paola

Coincidenza di linguaggio, Paola (2005)

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.” 

Wittgenstein

– – – – – – – – – – –

L’idea comune vede nel linguaggio (verbale, corporeo, musicale, visivo, etc.) il mezzo per il trasferimento delle informazioni dando per scontato che l’appartenere a una specifica cultura o gruppo garantisca la corretta comunicazione.

Quello che si nota a una più attenta osservazione è che nel passaggio da emittente a ricevente spesso avviene una distorsione, se non una perdita, dell’informazione originale. La complessità e le variabili sono tali da determinare in alcuni l’idea dell’incomunicabilità di qualsivoglia informazione. Se questo è un problema nella comunicazione interpersonale in ambito sociale, a maggior ragione sembrerebbe esserlo nell’acquisizione di ciò che si definisce “conoscenza spirituale”.

Ciò che s’intende come spirituale, è una conoscenza alla quale l’uomo sa – in modo innato – di poter accedere, pur percependola come superiore e immanente. Nonostante l’aggettivo “spirituale” abbia un significato ben preciso, succede che – a volte – questa conoscenza non venga considerata come il termine esplicitamente intende, ma affrontata come una qualsiasi materia accademica, trasferibile per via discorsiva o logica, supponendo che una mente allenata e un pensiero educato siano i requisiti necessari.

LA DIMENSIONE DELLA TRASMISSIONE

Il messaggio spirituale rimane nella sua integrità solo restando nella sua dimensione – cioè quella spirituale – pronto a fluire in chi è in grado di riceverlo avendo raggiunto quello stesso piano. Come una radio riceve il segnale solo se sintonizzata sulla frequenza del segnale stesso, così la conoscenza spirituale è ricevibile quando ci si sintonizza sulla sua frequenza d’origine. Quello che si può incontrare sul piano fisico non è una conoscenza o un messaggio spirituale in sé completo ma semplicemente un rimando, un’icona sul desktop inadeguata a esprimere la vastità di cui è segnale.

A volte dimentichiamo che ogni registrazione di conoscenza spirituale con cui si entra in contatto è il tentativo di esprimere qualcosa che, per sua natura, non è confinabile nella limitazione di una forma linguistica e, quindi, dei suoi derivati. Parole e suoni, immagini e visioni, per quanto ricche e dettagliate, sono tracce imperfette che, come vaghi accenni, possono anche confondere ed essere confuse.

La conoscenza, nel suo proiettarsi sulla dimensione fisica, inevitabilmente coinvolge mente e cuore, poiché diversamente non vi sarebbe presa di coscienza e nessun desiderio di approfondimento, ma fermarsi alla comprensione intellettuale (per quanto vasta) e al coinvolgimento emotivo (per quanto intenso) non è centrare lo scopo. L’indagare e frugare significati e associazioni mentali, carichi dell’emozione di un viaggio “pre-fissato”, predispone a una comprensione intellettuale che non garantisce la conoscenza di quello che si sta affacciando.

LA DIMENSIONE DELLA RICEZIONE

La dimensione dove si può raccogliere pienamente la conoscenza spirituale è il suo piano d’esistenza, il piano spirituale. Chi aspira a riceverla deve portarsi coscientemente in quella dimensione dove la mente e l’emozione assistono e registrano senza intervenire, permettendo – nella loro passività consapevole – di essere invase e sensibilizzate a una percezione sempre nuova.

La conoscenza spirituale volge direttamente alla parte spirituale dell’individuo, quella parte immensamente più estesa di quanto è in grado di concepire una mente ancora priva di esperienze trascendenti, quella sola in grado di accogliere e di elaborare pienamente l’intensità dell’esperienza. L’impressione che sul piano fisico viene riconosciuta in termini di pensiero e di emozione, sul piano spirituale è uno stato d’essere dell’essere, in cui le identità dell’osservatore e dell’osservato sfumano nella fusione.

Portarsi nella propria dimensione spirituale libera dai limiti della realtà di consenso e anche dall’idea che si ha dei termini, poiché ciò che non deriva dall’esperienza diretta è una costruzione che, confrontandosi con l’aspettativa, ci auto-preclude a quella conoscenza travolgente e non-intellettuale che è la dimensione spirituale.

Raggiungere lo stato dove si perdono i limiti dei riferimenti acquisiti intellettualmente, significa aprirsi alla vastità di noi stessi per scoprire quella conoscenza già appresa che difficilmente riconosciamo nell’attuale singola personalità con cui ci identifichiamo.

IL LINGUAGGIO DEL GRUPPO

Ci sono due linguaggi particolari che – spesso – vengono tra loro confusi o equiparati: quello utilizzato del gruppo d’appartenenza e il linguaggio personale.

Pur riconoscendo la conoscenza spirituale come universale, senza confini e proprietà, una volta che si procede alla sua trasposizione, l’illimitato viene limitato e caratterizzato. La conoscenza veicolata nel gruppo è una “trasposizione” nella forma comunicativa del piano umano di stati esistenti sul piano spirituale.

Ora, un’organizzazione sul piano fisico non può trasferire alcuna conoscenza spirituale a nessuno, può solo indicare l’esistenza e la fattibilità di una tale esperienza e allenare la persona al suo (della persona) raggiungimento. Questo per quanto anticipato, cioè che la conoscenza spirituale coincide con l’esperienza per chi – per affinità o capacità – la vive riportandone segno indelebile.

Il corpus degli insegnamenti del gruppo non ha la sua ragione d’essere nel trasferirsi pari-pari da una persona a un’altra, ma è lo strumento utilizzato per allenare l’individuo a espandersi consapevolmente nel suo stato spirituale, e grazie a questo sviluppo riappropriarsi della propria capacità di sperimentare. Il concetto è che se uno non vive la propria dimensione interiore sperimentando dentro di sé la sua reale esperienza/conoscenza, difetta dello strumento specifico che gli permette automaticamente l’ampliamento successivo. Come dire che se vedo, vedo e se non vedo, non vedo – non importa cosa ho sotto gli occhi.

Nel riconoscere che gli insegnamenti non sono la conoscenza ma sono solo gli strumenti che allenano a raggiungerla, ci si rende conto che il linguaggio utilizzato nel/dal gruppo è ugualmente uno strumento. Per esempio, in matematica si insegna a svolgere calcoli utilizzando lettere al posto di numeri. Il principio sottinteso è che attribuendo alle lettere un determinato valore il risultato sarà conseguente. Questi esercizi non intendono risolvere nulla di tangibile, essendo il loro scopo allenare la mente a riconoscere, impostare e risolvere problemi della più varia natura: grazie a questo apprendimento in astratto, quando le lettere si trasformano in valori che rappresentano una realtà concreta, l’architetto erige costruzioni di ogni genere mentre l’ingegnere e il fisico lanciano satelliti nel cosmo.

Allo stesso modo concetti, musiche, esercizi e pratiche che sembrano la conoscenza da apprendere, sono i mezzi utili per l’allenamento, sono – nella loro apparente consistenza – le astrazioni che vanno sostituite dall’indicibilità dell’esperienza.

IL LINGUAGGIO PERSONALE

Concomitante è il riconoscere il proprio linguaggio personale, cioè il significato che si attribuisce interiormente alle parole ascoltate o proferite. Molto spesso si ragiona sul significato di concetti e termini senza aver adeguatamente indagato sui collegamenti mentali e le emozioni che determinate parole – concetti o immagini – suscitano dentro di noi per se stesse. Il linguaggio personale si può intendere come quell’intima associazione che lega la parola-significato all’emozione-vissuto in una connessione indissolubile, spesso inconscia.

La costruzione del linguaggio avviene principalmente in famiglia e all’interno di un ambiente sociale legando il significato dei termini al vissuto. In seguito, quando si incontra un insegnamento o si entra in un gruppo, ci si conforma a un linguaggio dove i significati possono assumere differenti sfumature che, nonostante la comprensione intellettuale, permangono secondarie a quelle acquisite per prime. Per fare un esempio, sembra che nel bilinguismo in cui la seconda lingua è acquisita in tempi successi alla lingua madre, le aree cerebrali preposte alla comprensione di ciascuna lingua non sono vicine e avviene una “traduzione” da area a area, cioè da lingua a lingua. Nel bilinguismo acquisito durante l’infanzia le aree cerebrali della comprensione sono sempre distinte per ciascuna lingua ma tra loro adiacenti, e qui non c’è “traduzione” ma un’immediata comprensione, cioè ogni lingua viene gestita in completa autonomia essendo le peculiarità di entrambe completamente interiorizzate.

Il linguaggio personale è quel linguaggio intimo che ciascuno di noi usa inconsciamente, che da un lato si esteriorizza con un vocabolario e delle immagini comuni e dall’altro s’interfaccia con la propria speciale interiorità. È una lingua nascosta a qualsiasi percezione, spesso anche a quella della persona stessa. Questo tipo di linguaggio va distinto, osservato e compreso nel suo duplice aspetto, poiché in esso è possibile rinvenire una chiave di comunicazione tra le nostre dimensioni esteriori e interiori non solo di linguaggio, ma anche nella trasposizione di tutto ciò con cui si entra in contatto e che ci impressiona.

IL LINGUAGGIO DELL’ESPERIENZA

L’esperienza spirituale è uno stato dell’essere che non contempla la comunicazione per il semplice fatto che non c’è separazione delle parti e, quindi, necessità di comunicazione tra le stesse: tutto/tutti istantaneamente/totalmente si è, non essendoci spazio neppure per il pensiero. Poiché si realizza su un piano privo di attributi, colui che sperimenta mentre ancora partecipa di un corpo fisico trasferisce automaticamente secondo il grado di consapevolezza e sensibilità che dispone, per cui l’esperienza si converte in parte in qualcosa che lascia traccia nella mente e nel cuore, e a volte nel corpo fisico stesso (guarigioni, modificazioni fisiche).

Il linguaggio coinvolto in questo processo è il linguaggio personale in quanto – pur essendo l’esperienza disponibile per chiunque – rimane specifica per la persona che l’ha colta e vissuta, che non può che tradurla/ridurla a (e per) se stessa. In questo processo di consapevolezza, la frase di Wittgenstein è pertinente: per quanto l’esperienza spirituale sia sempre completa nella sua dimensione, la sua impressione sul piano fisico viene limitata dalla sensibilità percettiva che ognuno ha della propria parte spirituale, che pure partecipa della dimensione in toto. Per cui non esistono livelli e dimensioni spirituali (attribuzione quantitativa e qualitativa umana), ma livelli e dimensioni di percezione di chi esperisce.

Saper ascoltare, parlare e leggere il proprio linguaggio personale collega direttamente all’esperienza spirituale che esiste dietro – e si manifesta in – ogni avvenimento visibile. Infatti, la dimensione spirituale non è localizzata in confini, ma si è ‘separati’ da essa solo dalla limitazione percettiva. Essere padroni del proprio linguaggio interiore dispiega un’interazione con l’invisibile, permettendo di cogliere la natura più profonda di quanto si esprime nel visibile e così individuare le correlazioni e le influenze che si manifestano nella nostra vita in qualsiasi tipo di forma (insegnamenti, concetti, immagini, sogni, avvenimenti, incontri, coincidenze, etc.).

L’interpretazione di questo linguaggio è impegno del soggetto perché, pur essendoci un’apparente somiglianza nel visibile che induce a attribuire significati comuni, questa comunanza è legata sempre a una osservazione esterna e non dell’essere interiore, cioè il creatore del proprio linguaggio.

OLTRE IL LINGUAGGIO

Chi ha avuto consapevolmente un’esperienza spirituale – non importa di quale natura e intensità – riesce a riconoscere la stessa esperienza nel linguaggio personale di un altro che l’abbia raggiunta, non importa quanto diverso, incomprensibile e stravagante possa sembrare al resto del mondo. La comunicazione tra chi ha vissuto (o vive) l’esperienza spirituale oltrepassa sia gli aspetti esteriori che interiori di un linguaggio personale per stabilirsi sulla dimensione dell’invisibile, dove la comprensione non poggia più sul piano della manifestazione – con tutte le sue particolari sfumature intellettuali, emotive e psicologiche (che permangono e proseguono nella personalità fenomenica) – ma avviene nella dimensione priva di barriere dove “tutti i linguaggi svaniscono coincidendo”. Potendo ben affermare:

I limiti del mio linguaggio non sono i limiti del mio mondo“.

————–

Paola – Estendere i confini, 3

The numerology of the I Ching, Master Taoist Alfred Huang (estratto) (Libro)

alfred-huangThe Numerology of the I Ching, Master Taoist  Alfred Huang – Inner Traditions Publishing (estratto) (Libro)

Se mi fossero dati altri anni di vita, ne dedicherei cinquanta a studiare il Libro dell’I, e allora soltanto potrei forse non commettere grandi errori.

– Confucio all’età di 70 anni

Estratto dalla prefazione

Il mio contributo in questo libro è trattare i misteri della sequenza di Re Wen, il significato nascosto delle yao [linee, ndt], il governatore del gua (la linea che rappresenta il tema centrale del gua [esagramma, ndt]) e i giudizi di fortuna o sventura. Ho prestato particolare attenzione a trattare i trentasei gua più familiari ai cinesi e al significato celato nel gua mutuo [1].

Il metodo di divinazione introdotto in questo libro è completamente diverso da quello presentato in The Complete I Ching. Per i cinesi consultare l’I Ching è tanto una scienza quanto un’arte. In quanto arte, prevede di esercitare la propria intuizione nel meditare i simboli e compredere il testo. Come scienza, richiede che si possegga la conoscenza delle linee e dei gua, i loro nomi, simboli e strutture, e anche le loro posizioni, le relazioni e significati. Si dovrebbe anche conoscere i principi celati nei mutamenti e nella numerologia delle linee e dei gua. In questo modo, una persona può affermare di comprendere veramente l’I Ching ed essere in grado di apprezzarne la profondità e mistero.

Nel corso della storia cinese, sono apparse oltre un centinaio di scuole differenti sul come studiare l’I Ching e applicare la sua saggezza nella vita quotidiana. Ogni scuola ha scritto dei commentari e ha portato i suoi contributi. C’è un numero immenso di commentari sull’I Ching, e i cinesi definiscono la cosa “vasta come il mare”. Nonostante un tale numero di approcci, tutti questi possono essere catalogati in due scuole principali: la Scuola della Morale e della Ragione (The Moral and Reason School), e la Scuola del Simbolo e del Numero (The Symbol and Number School). La Scuola della Morale e della Ragione pone l’enfasi sul significato del testo e il suo messaggio morale. La Scuola del Simbolo e del Numero pone l’attenzione sulle forme delle linee e le loro reciproche relazioni, così come sulla numerologia e i fenomeni naturali rappresentati dai simboli e dai numeri. La Scuola della Morale e della Ragione è nota come la scuola Confuciana dello studio dell’I Ching, mentre la Scuola del Simbolo e del Numero è conosciuta come la scuola Taoista. La Scuola della Morale e della Ragione insegna l’arte del comprendere l’I Ching, mentre la Scuola del Simbolo e del Numero ne insegna la scienza. Il libro The Complete I Ching segue la scuola Confuciana, mentre questo libro segue la scuola Taoista. Attraverso questi due libri uno può conoscere tanto l’aspetto yin dell’I Ching quanto il suo aspetto yang: sono come fratello e sorella. In realtà, secondo il mio piano iniziale, questi erano due volumi di un unico libro.

– Estratto da: The numerology of the I Ching, A sourcebook of symbols, structures and traditional wisdom – Master Taoist Alfred Huang, Inner Traditions Publishing

Traduzione: Paola

Nota – [1] In altre traduzioni: intrinseco o reciproco.


Link: Master A. Huang, Articoli correlati

A scuola di colori, R. L. Wolke

A scuola di colori, Robert L. Wolke

Domanda – A lezione di scienze ci dicevano che i colori primari sono il rosso, il verde e il blu. Ma a lezione di disegno ci dicevano che i colori primari sono il rosso, il giallo e il blu. Perchè artisti e scienziati non sono d’accordo?

Perchè pensano al colore in modo diverso. Gli scienziati descrivono oggettivamente ciò che la natura fornisce; pensano quindi al colore come caratteristica fondamentale della luce: per uno scienziato la luce di diversi colori è una radiazione di differenti lunghezze d’onda. Gli artisti, invece, creano le proprie interpretazioni della natura, e tendono quindi a pensare al colore soggettivamente, come qualcosa che può essere elaborato con vernici e tinture, piuttosto che accettare la luce nel suo stato naturale.

Perchè allora queste due fazioni devono usare colori primari diversi (si chiamano primari tre colori che possono essere combinati in quantità differenti per ottenere tutti gli altri)? In poche parole, si tratta dei colori primari della luce, contrapposti ai colori primari dei pigmenti. Come vedremo, si possono chiamare rispettivamente primari additivi e primari sottrattivi.

Gli scienziati che si occupano di luce (non di lucciole) sostengono di riuscire a produrre ogni colore percepibile combinando luce rossa, verde e blu di varia intensità; d’altro canto, gli artisti che si occupano di pigmenti affermano di poter dipingere un oggetto con qualsiasi colore combinando pigmenti rossi, gialli e blu in diverse quantità. E hanno ragione entrambi, perchè c’è una differenza fondamentale tra il colore della luce e quello di un oggetto.

La luce colorata ha un determinato colore perchè è composta da una miscela di onde luminose di diversa lunghezza d’onda; le componenti dei vari colori si sommano per produrre il colore puro. Ora, la luce rossa, quella verde e quella blu contengono tutte le lunghezze d’onda necessarie che vanno mescolate per ottenere ogni colore percepibile dal nostro occhio, dato il modo in cui questo funziona. Quindi il rosso, il verde e il blu sono definiti colori primari della luce (beninteso, per gli occhi umani).

Un oggetto colorato, invece, ha un certo colore perchè assorbe le lunghezze d’onda dalla luce che lo colpisce; in altre parole sottrae alcune lunghezze d’onda alla luce, e riflette il resto sotto forma del colore che vediamo. Varie mescolanze di pigmenti rossi, gialli e blu sono in grado di assorbire praticamente ogni combinazione di lunghezze d’onda; quindi questi colori sono considerati primari per ottenere vernici e tinture (ma leggete oltre, per un surplus di notizie su questi tre colori).

Il sistema di colori primari basati sulla luce è detto additivo perchè diverse combinazioni di lunghezze d’onda si sommano per produrre i diversi colori della luce. Il sistema di colori primari basato sui pigmenti si chiama sottrattivo perchè diverse combinazioni di lunghezze d’onda sono assorbite, cioè sottratte alla luce, per produrre diversi colori di vernici e tinture.

Consideriamo inizialmente i primari della luce e poi quelli per gli oggetti, o pigmenti.

Luce: l’occhio umano – anche quello di un artista – funziona in base al principio additivo. La retina possiede tre tipi di cellule sensibili al colore (i cosiddetti coni); un tipo è più sensibile alla luce rossa, uno a quella verde e il terzo a quella blu. La nostra percezione dei vari colori dipende dai relativi gradi di stimolo prodotti dalla luce su questi tre tipi di cellule. Il cervello li somma, ricavandone le sensazioni dei vari colori. Ecco perchè gli scienziati – da bravi antropocentrici – scelgono il rosso, il verde e il blu come colori primari della luce (i topi scienziati usano senza dubbio una serie differente di colori primari). I nostri occhi reagiscono solo agli stimoli di questi tre recettori del colore, che sono quindi tutto ciò che serve per produrre ogni sfumatura umanamente percepibile. Ecco perchè vi sono tre e solo tre colori “primari”, o fondamentali, della luce.

Va notato che ogni tipo di cono non è sensibile esclusivamente alla luce rossa, verde o blu pura: ognunuo è sensibile anche agli altri colori, benchè in grado minore. Perciò riusciamo a vedere una luce giallo puro anche se non abbiamo coni sensibili al giallo; la luce gialla stimola leggermente sia le cellule del rosso sia quelle del verde, e il nostro cervello capta come giallo solo questa combinazione. (…)

Pigmenti: la pellicola a colori di una macchina fotografica, d’altro canto, produce i colori con il sistema sottrattivo degli artisti; contiene infatti tre strati di pigmenti che assorbono, cioè filtrano, il rosso, il verde e il blu; e i filtri che assorbono meglio questi colori sono rispettivamente il blu, il rosso e il giallo, per cui i tre colori sottrattivi delle pellicole sono: giallo, rosso e blu.

Ma i filtri delle pellicole sono gli stessi vecchi colori giallo, rosso e blu che il vostro insegnante d’arte vi diceva essere i colori primari dell’artista? Quasi, ma non del tutto. Ecco il surplus di notizie che vi avevo promesso: i tre colori che sono veramente i migliori per assorbire il rosso, il verde e il blu cui i nostri coni risultano più sensibili sono una particolare sfumatura di azzurro detto ciano, un rosso porpora detto magenta, e il giallo. Giallo, magenta e ciano sono quindi i tre veri colori primari sottrattivi che vengono mescolati per produrre l’intero spettro di colori degli inchiostri, della fotografia e delle pitture.

– Estratto da: Al suo barbiere Einstein la raccontava così, Robert L. Wolke– Ed. Feltrinelli

Il neo del creatore, M. Gleiser (Libro)

Il neo del creatore – L’imperfezione nascosta nel miracolo della vita, Marcelo Gleiser – Ed. Rizzoli

La perfezione e l’imperfezione sono in realtà soltanto modi del pensare – Baruch Spinoza

Dall’introduzione

Questo libro è stato scritto per chiunque sia interessato al modo in cui le incredibili scoperte della scienza incidono sulla nostra visione del mondo e danno forma alla nostra cultura. Per illustrare i concetti scientifici, ovunque sia possibile ho fatto ricorso ad analogie e metafore, evitando formule o equazioni di qualsiasi genere. Mi sono rigorosamente astenuto dall’impiego di termini tecnici e quando li ho utilizzati ne ho spiegato il significato mentre li introducevo.

Tuttavia, poichè il testo tratta delle idee più moderne nei campi della cosmologia, della fisica delle particelle, della biologia e dell’astrobiologia, a volte la lettura potrebbe risultare impegnativa. Se vi capitasse, non lasciatevi scoraggiare, saltate il paragrafo o il capitolo e proseguite.

Il libro si divide in cinque parti e dovrebbero tutti cominciare dalla Parte prima, “Unicità”. Se però, inizialmente, dovreste essere riluttanti a immergervi nella scienza, potete saltare alla Parte quinta, “L’asimmetria dell’esistenza”. La mia speranza è che da lì tornerete indietro per leggere le Parti seconda, terza e quarta, e colmare le lacune. Queste sezioni centrali introducono alla magnifica scienza che tenta di descrivere le origini rispettivamente dell’universo, della materia e della vita, sottolineando il ruolo delle asimmetrie e delle imperfezioni in ciascuno dei tre ambiti: dal multiverso al Big Bang; dal Big Bang agli atomi; dagli atomi alle cellule; dalle cellule agli esseri umani e dagli esseri umani alla vita extraterrestre.

Indice – I. Unicità – II. L’asimmetria del tempo – III. L’asimmetria della materia – IV. L’asimmetria della vita – V. L’asimmetria dell’esistenza

– – – – – – – – – – –

Marcelo Gleiser – (Rio de Janeiro, 19 marzo 1959) è un fisico, astronomo e filosofo brasiliano. Attualmente è docente di Fisica e Astronomia presso il Dartmouth College di Hanover (New Hampshire) e conosciuto negli USA per i suoi insegnamenti e la ricerca scientifica mentre in Brasile è più popolare per i suoi articoli divulgativi pubblicati nel giornale Folha de Sao Paulo, uno dei più diffusi quotidiani nazionali. [Wikipedia]

Allegro ma non troppo, C. M. Cipolla (Libro)

Allegro ma non troppo – Le leggi fondamentali della stupidità umana, Carlo M. Cipolla – Ed. Il Mulino, 1988

Dall’introduzione

La vita è una cosa seria, molto spesso tragica, qualche volta comica. I Greci dell’età classica avvertivano profondamente e coltivavano il senso tragico della vita. I Romani, in genere più pratici, non ne facevano una tragedia ma considervano la vita una cosa seria: di conseguenza, tra le qualità umane apprezzavano in modo particolare la gravitas e tenevano in poco conto la levitas.

Cosa sia il tragico non è difficile nè da capire nè da definire, e se a un Tizio gira per la testa di apparire come una figura tragica non gli è difficile riuscirvi anche se Madre Natura non ha già provveduto alla bisogna. La serietà è pure una qualità relativamente facile da capire, da definire e per certi versi da praticare. Quel che è difficile da definire e che non a tutti è dato percepire e apprezzare è il comico. E l’umorismo che consiste nella capacità di intendere, apprezzare ed esprimere il comico è una dote piuttosto rara tra gli esseri umani.

Intendiamoci: l’umorismo grossolano, facilone, volgare, prefabbricato (=barzelletta) è alla portata di molti, ma non è il vero umorismo. È un travestimento dell’umorismo. Il termine umorismo deriva dal termine “umore” e si riferisce a una sottile e felice disposizione mentale di equilibrio psicologico e di benessere fisiologico. Schiere di scrittori, filosofi, epistemologi, linguisti hanno ripetutamente tentato di definire e spiegare l’umorismo. Ma dare una definizione dell’umorismo è cosa difficile per non dire impossibile. Tanto è vero che se una battuta umoristica non è percepita come tale dall’interlocutore è praticamente inutile, se non addiritttura controproducente, cercare di spiegargliela.

Chiaramente l’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà. Ma è anche molto di più. Anzitutto, come scrissero Devoto e Oli, l’umorismo non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana. Inoltre l’umorismo implica la percezione istintiva del momento e del luogo in cui può essere espresso. Fare dell’umorismo sulla precarietà della vita umana al capezzale di un moribondo non è umorismo. D’altra parte quando quel gentiluomo francese che saliva i gradini che lo portavano alla ghigliottina, avendo inciampato in uno dei gradini, rivolgendosi alle guardie esclamò: “dicono che inciampare porti sfortuna”, quel gentiluomo meritava certamente che la sua testa venisse risparmiata.

L’umorismo è così intimamente legato alla scelta accurata e specifica dell’espressione verbale in cui viene prodotto che difficilmente si riesce a tradurlo da una lingua a un’altra. Il che anche significa che è così permeato dei caratteri della cultura in cui viene prodotto che riesce sovente del tutto incomprensibile quando travasato in un ambiente culturale diverso.

L’umorismo va distinto dall’ironia. Quando si fa dell’ironia si ride degli altri. Quando si fa dell’umorismo si ride con gli altri. L’ironia ingenera tensioni e conflitti. L’umorismo quando usato nella misura giusta e nel momento giusto (e se non è usato nella misura giusta e nel momento giusto non è umorismo) è il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane.

È mia profonda convinzione, quindi, che ogniqualvolta si presenti l’occasione di praticare dell’umorismo, sia un dovere sociale far sì che tale occasione non vada perduta. Da questa banale considerazione nacquero i due saggi che seguono. Furono originariamente pubblicati anni addietro (rispettivamente nel 1973 e nel 1976) in lingua inglese e in edizione ristretta riservata per i soli amici. I due saggi ebbero però un insperato successo e mentre talune persone cercarono di procurarsene copia tramite amici o conoscenti, altri più intraprendenti ne fecero copie xero-grafiche o addirittura manoscritte che circolarono più o meno clandestinamente. Il fenomeno assunse proporzioni tali che l’editrice il Mulino e il sottoscritto finalmente decisero di procedere a una edizione ufficiale e pubblica che qui si presenta non priva di sostanziali revisioni rispetto alla prima edizione semi-clandestina.

Nell’occasione di questa edizione ufficiale sento il dovere di fare due precisazioni. Nel saggio sul pepe, il lettore non farà fatica a cogliere qualche puntata ironica. Ma spero mi si conceda che si tratta di ironia bonaria e paciosa, tale da non distanziarsi molto – almeno così mi auguro – dall’umorismo.

Quanto al saggio sulla stupidità umana non è nè più nè meno che quella che gli eruditi settecenteschi avrebbero chiamata “una spiritosa invenzione”. Di fatto il saggio non ha alcuna attinenza con la mia vita personale. Peccherei gravemente di ingratitudine contro i fati che sino a ora hanno presieduto al corso della mia vita se non confessassi di essere stato, nei miei rapporti umani, un essere straordinariamente fortunato nel senso che la stragrande maggioranza delle persone con cui venni in contatto furono di regola persone generose, buone e intelligenti. Spero che leggendo questo pagine non si convincano che lo stupido sono io.—

Carlo M. Cipolla – (1922-2000) è stato uno storico italiano specializzato in storia economica. Ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti. Nelle pubblicazioni viene abitualmente nominato come Carlo M. Cipolla a seguito dell’invenzione, da parte sua, di un inesistente secondo nome, che viene solitamente interpretato, in maniera erronea, come Maria. [Wikipedia]