Un venditore può essere uno stoico?, M. Pigliucci

Un venditore può essere uno stoico?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog How to be a stoic ]

D. scrive: “Come dovrebbe comportarsi eticamente chi pratica lo stoicismo se il suo lavoro implica la retorica, il persuadere gli altri e il vendere, come per esempio un venditore, un pubblicitario, ecc.? E lo stesso vale anche per chi scrive delle richieste di sovvenzioni, per gli avvocati e così via.”

Massimo Pigliucci – Questa è davvero una bella domanda, e penso che vi sia una risposta generale, anche se possono esserci differenze significative su come implementarla tra i professionisti elencati e altri che potrebbero rientrare nella stessa categoria generale.

Il modo più ovvio di affrontarla è attraverso l’etica dei ruoli di Epitteto, come l’ha brillantemente presentata il mio amico Brian Johnson nel suo libro “The role ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life”[1] che ho illustrato in una serie di sei articoli su questo blog [2]. Come puoi ricordare, Epitteto distingue tra i ruoli dati dal caso e dalle circostante (p.e., essere figlio di qualcuno), i ruoli che si scelgono (p.e., la carriera) e il nostro ruolo fondamentale di membri dell’umanità. Consideriamo:

“… Perché, per ogni cosa che facciamo, se non la riferiamo a uno scopo, agiremo a vanvera… Orbene, ci sono due scopi ai quali riferirsi, uno comune a tutti e uno proprio di ciascuno. Innanzitutto, si deve agire da uomini. E ciò, che cosa comporta? Non si deve agire come pecore, per quanto con mitezza, o in modo dannoso, come animali selvaggi. Lo scopo proprio di ciascuno riguarda il tipo di vita di ciascuno e la sua scelta morale. Il suonatore di cetra deve comportarsi come un suonatore di cetra, il carpentiere come un carpentiere, il filosofo come un filosofo, il retore come un retore.” – Epitteto, Diatribe III, 23, 3-5 [3]

Lo scopo “comune” citato sopra è quello che si applica a tutti gli esseri umani in quanto esseri umani. lo scopo “proprio” è quello che si applica al nostro specifico ruolo. Se sei un suonatore di cetra devi esercitarti, prenderti cura del tuo strumento e suonarlo al meglio. Se sei un filosofo devi lavorare con la tue capacità intellettuali e usarle aiutando gli altri a vivere una vita migliore e più significativa. (Nota: sfortunatamente, ciò non è il genere di cose che apprenderai nella maggior parte dei moderni dipartimenti di filosofia, ma questa è un’altra storia.)

Allora, una prima risposta alla tua domanda è che un venditore, un pubblicitario, un avvocato e così via, devono fare quello che i venditori, i pubblicitari e gli avvocati fanno. Vale a dire che se si sceglie una di queste professioni, il modo stoico di fare è di esercitarla bene.

Così dovrebbe essere, a meno che il tuo ruolo specifico nella tua professione entri in conflitto con il ruolo più ampio di essere umano. Come dice Epitteto, non si deve voler agire a casaccio, come una pecora, o distruttivamente, come un animale selvatico. Ciò significa che se il tuo lavoro ti chiede qualcosa che tu sai che non è etico ed è in conflitto con il benessere dell’umanità, allora non devi farlo. Il tuo ruolo come cittadino del mondo surclassa ogni altro ruolo che tu possa interpretare. Perché?

Perché:

“… sei cittadino del mondo e parte di esso, non una delle parti destinate a servire, ma una delle parti principali; sei, infatti, in grado di comprendere l’ordinamento divino del mondo e di meditare su quel che ne consegue. Ora, in che cosa consiste il ruolo di cittadino? Nel non avere nessun utile personale, nel non deliberare su niente come se si fosse indipendenti, ma come farebbero la mano o il piede se avessero la capacità di ragionare e di comprendere l’ordinamento della natura; e certo non avrebbero né impulsi né desideri altrimenti che rapportandoli al tutto.” – Epitteto, Diatribe II, 10, 3-4 [3]

In senso moderno l’“ordinamento divino” citato sopra può essere semplicemente inteso come ciò che ragione e giustizia richiedono, senza particolari accenti metafisici. Quindi, finora abbiamo l’idea che qualunque cosa uno faccia, dal punto di vista stoico il modo è farla bene, con integrità. Inoltre, è imposto un limite dato dal nostro più ampio dovere verso l’umanità stessa. In pratica, come potremmo imbatterci in questo limite?

Prendiamo un venditore, per esempio un venditore di automobili. Rientra nei confini stoici quando fa del suo meglio per vendere quante più auto possibili a potenziali clienti, perché questo è il ruolo di un venditore d’automobili. Ma supponiamo un contesto dove lui è in realtà consapevole che una certa auto usata ha dei difetti che il suo datore di lavoro gli ha chiesto di non rivelare, così da piazzarla in fretta e liberarsene. Qui è dove il suo dovere verso l’umanità in generale si palesa: se procede con la vendita commetterebbe un’ingiustizia verso un altro essere umano, così – stoicamente parlando – dovrebbe cortesemente rifiutarsi. Fino al punto di essere ripreso o di perdere il lavoro.

Questa è un’improba impresa per la maggior parte di noi, ma nessuno ha detto che praticare con coerenza lo Stoicismo sia cosa facile. (Direi anche che praticare una qualsiasi filosofia o religione coerentemente – compreso il Cristianesimo o il Buddismo – non sia facile.) Gli Stoici riconoscono che nessuno di noi è un saggio, e che immancabilmente non saremo all’altezza dell’ideale. Ecco come Epitteto si esprime:

“Considera a che prezzo vendi la tua scelta morale di fondo; se proprio devi venderla, uomo, almeno non venderla a basso prezzo.” – Epitteto I, 2, 33 [3]

L’idea è che dovremmo sforzarci di fare il nostro meglio e allo stesso tempo riconoscere che abbiamo dei limiti. Per esempio, tornando al nostro venditore d’auto, potrebbe non voler contrastare la richiesta del suo capo perché ha una famiglia da mantenere e non può permettersi di perdere il proprio lavoro. Questo è un compromesso comprensibile ma forse potrebbe attuare una strategia alternativa: potrebbe essere di proposito meno convincente per quelle auto che lui sa essere delle carrette, così da minare sottilmente la richiesta non etica del suo capo; e nel contempo potrebbe cercarsi un altro lavoro dove la sua integrità non viene compromessa e così mantenere la sua famiglia.

Come pensiero finale, nota che questo tipo di situazione richiama l’applicazione di tutte e quattro le virtù cardinali: il coraggio di resistere alle richieste non etiche del tuo capo; il senso di giustizia che ti permette di riconoscere che non stai interpretando il tuo ruolo di cittadino del mondo al meglio; temperanza nel rispondere al tuo capo, dato che ci sono altre cose da considerare, come il benessere della tua famiglia; e in particolar modo la saggezza pratica, sapere che le sole cose veramente sbagliate per te non sono le circostanze esterne, come il perdere il lavoro, ma le tue stesse cattive decisioni, come truffare consapevolmente il tuo cliente.—-

Traduzione: Paola (autorizzata e revisionata dall’autore)

Testo originale: Can a salesperson be a Stoic?

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Note

[1] Brian Johnson,  The role ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life

[2] M. Pigliucci,  The role ethics of Epictetus

[3] Epitteto, Opera Omnia a cura di G. Reale e C. Cassanmagnago, Bompiani Editore

La musica primitiva, M. Schneider (Libro)

La musica primitiva, Marius Schneider – Edizioni Adelphi (titolo originale: Le role de la musique dans la mythologie et le rites des civilisations non europèenes) [trad.: S. Tolnay]

Estratti

Un gran numero di informazioni sulla natura della musica e sul suo ruolo nel mondo ci viene dai miti della creazione. Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. Nell’istante in cui un dio manifesta la volontà di dare vita a se stesso o a un altro dio, di far apparire il cielo e la terra oppure l’uomo, egli emette un suono. Espira, sospira, parla, canta, grida, urla, tossisce, espettora, singhiozza, vomita, tuona, oppure suona uno strumento musicale. In altri casi si serve di un oggetto materiale che simboleggia la voce creatrice.

La fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica. L’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, il singing o il supernatural ground degli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanishad o il Tao degli antichi cinesi, da cui il mondo emana “come un albero”, sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percepibile del creatore. Questo suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio. È un monologo il cui corpo sonoro costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile. L’abisso primordiale è dunque un “fondo di risonanza”, e il suono che ne scaturisce deve essere considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie è personificata dagli dèi-cantori. Nei miti, la materializzazione di questi dèi, nella forma di un musicista, di una caverna nella roccia o di una testa (umana o animale) che grida è, evidentemente, soltanto una concessione fatta al linguaggio più concreto e immaginoso del mito. (p. 13-14)

(…) Se il creatore è un canto, è evidente che il mondo a cui dà vita è un mondo puramente acustico. La Chandogya Upanishad ci dice che il ritmo gayatri è “tutto ciò che esiste”. I ritmi o i metri enumerati dai riti vedici sono però molti di più. Tali cerimonie ci dimostrano che il suono e il ritmo peculiari a ciascun essere o il nome loro assegnato costituivano, in effetti, l’essenza degli dèi invocati e degli esseri creati da loro. La radice, la potenza e la forma di tutte le cose esistenti sono costituite dalla loro voce o dal nome che portano, perché tutti gli esseri non esistono se non in virtù del solo fatto di essere stati chiamati per nome.

La natura dei primi esseri è puramente acustica. I loro nomi non sono definizioni, ma nomi o suoni propri: non sono dunque solamente supporti vocali della forza vitale degli esseri, ma gli stessi esseri. È una regola senza eccezioni. (p. 17)

(…) Ora, in un mondo la cui essenza è di natura acustica, il sacrificio* che “dispiega” il mondo è necessariamente un fenomeno acustico. (…) Prajapati si sente “svuotato ed esaurito” dopo avere proferito il suo canto creativo, cioé dopo avere “sacrificato il proprio corpo composto di inni”, poiché “tutto ciò che gli dèi fanno, lo fanno con la recitazione cantata. Ora, la recitazione cantata è il sacrificio.” (Satapatha Brahmana). I Brahmana non si stancano di ripeterci che Prajapati, il canto creatore, é il sacrificio. Il più delle volte il dio, questo dio emette direttamente dal proprio corpo, arto per arto, organo per organo, le diverse categorie di creature. La sua testa fu il cielo, il petto l’atmosfera, la cintola l’oceano, i piedi la terra. Compiuta la sua opera, Prajapati perde il fiato e cade a pezzi. Per ricomporlo, è indispensabile l’aiuto delle sue creature. (p. 31-32)

(…) Fino a che gli dèi sono soli, il sacrificio si svolge dentro di loro e fra di loro; dopo la creazione del mondo, comincia a estendersi e ad aver luogo tra gli dèi e la loro creazione. Come gli dèi vivono del suono delle valli sonore, così queste esistono tramite la voce degli dèi che le fa risonare. Il sole dell’antico Egitto si nutre “del ruggito della terra”, la quale si alimenta dei raggi dell’astro diurno.

Questo sacrificio sonoro della protoumanità doveva essere molto simile a quello degli dèi, dato che (secondo la cosmogonia brahmanica) i primi uomini erano esseri incorporei, trasparenti, sonori e luminosi che si libravano sulle acque. Poiché il linguaggio che aveva creato gli dèi era un canto di luce, tutti gli esseri e tutti gli oggetti di quel mondo, nati da quella musica, non costituivano oggetti o esseri concreti e palpabili, ma inni di luce che riflettevano le idee del loro creatore. Essi costituivano le immagini acustiche che erano l’essenza della loro natura e che solamente nel secondo stadio della creazione si sarebbero rivestite di materia. (p. 32-33).

Indice

Gli dèi sono canti [Il suono creatore del mondo – Il suono-luce] – Una voce divina crea il mondo e la protoumanità [Identificazioni diverse della voce, creatrice della materia – Il sacrificio sonoro] – Un canto e un controcanto danno origine all’umanità [La comparsa dell’uomo – L’essenza sonora dell’uomo] – Natura acustica dei legami fra gli dèi e gli uomini [L’eroe civilizzatore porta la musica all’umanità – La musica, cibo degli dèi – Molteplicità delle funzioni dell’eroe civilizzatore – L’eroe civilizzatore nella mitologia cinese] – Per mezzo della musica gli uomini imitano gli dèi [Posizione cosmica del mago cantore – Il canto del mago – Gli strumenti musicali sono dèi nati dal sacrificio] – I filosofi includono la musica nelle loro speculazioni cosmogoniche (India, Cina) [Il canto individuale – Il rango sociale del musicista – Il simbolismo degli strumenti musicali] – Le cerimonie traggono la loro efficacia dalla musica [L’interdipendenza del cielo e della terra – I riti funebri – I canti rituali della nascita e della circoncisione – I riti stagionali – I riti di matrimonio – I riti di guarigione] – Il pensiero magico sopravvive parzialmente nelle idee estetiche.

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Marius Schneider

Marius Schneider (1903-1982) musicologo e insegnante nelle università di Barcellona, Colonia e Amsterdam. Altre opere: Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura antica (ed. Rusconi); Il significato della musica (ed. Rusconi) e Pietre che cantano: studi sul ritmo di tre chiostri catalani di stile romanico (ed. Rusconi).

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* Sacrifico = atto sacro (ndt)

Come bilanciare vita e carriera? (Consigli stoici), M. Pigliucci

Come bilanciare vita e carriera?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Ho 28 anni e sto studiando per un PhD in biologia evolutiva. Ho da poco famiglia e spesso ho difficoltà a conciliare i diversi aspetti della mia vita con i miei valori personali e, di conseguenza, faccio regolarmente degli sbagli. Ora, si potrebbe pensare che uno scienziato sia per lo più guidato dalla logica e dalla razionalità e, pertanto, questo lo renda ben adatto allo Stoicismo. Tuttavia, la mia impressione è che molti scienziati siano tutt’altro che logici e razionali, e so che io stesso spesso non lo sono. Vi sono moltissime potenziali frustrazioni, per esempio l’insicurezza economica, contratti a breve termine, scarse opportunità d’impiego permanente, giudizi faziosi sulle pubblicazioni, o anche un esperimento che non ha funzionato per la centesima volta.

Tutto quanto sopra potrebbe essere considerato come indifferenti non-preferiti, dato che non ho alcun controllo su molti di questi, o forse solo una piccola parte. Io cerco di accettare i possibili fallimenti e rischi dell’aver scelto di perseguire un PhD e allo stesso tempo cerco di prepararmi al peggio sperando nel meglio. Mi dico che “se intendi proseguire nell’ambito scientifico con un post-dottorato, allora hai certamente bisogno di prendere delle decisioni importanti, per cui preparati, fai conoscenze e scegli il giusto laboratorio”. Tuttavia, mi trovo abbastanza spesso profondamente frustrato dalle circostanze. “Perché devo passare dieci ore a lavorare intensamente in laboratorio senza ottenere alcun beneficio scientifico o personale, e non trascorrerle con mia moglie e mio figlio?” “Se le chance di successo sono scarse e difficili, non sarebbe meglio passare a un impiego normale (qualunque esso sia…)?”

Quindi le mie domande sono: come gestirebbe un proficiens [1] il conflitto interiore tra il fascino esercitato dalla scienza e le (potenziali) conseguenze negative del mondo reale? E quali passi posso intraprendere per controbilanciare e aumentare le probabilità e proseguire nella mia carriera scientifica?

Massimo Pigliucci – Per iniziare, sappi che la tua situazione non è affatto inusuale, ed è in realtà molto simile alla mia agli inizi della mia carriera negli anni ’90. Sono arrivato negli Stati Uniti con una borsa di studio di sei mesi, senza alcuna garanzia di ulteriori fondi. Ottenni una posizione di post-dottorato grazie al mio mentore per il PhD, ma valeva solo per un anno e ciò significava ottenere altri fondi oppure trovare lavoro in quel periodo di tempo. Poi arrivò la posizione poco remunerata di un contratto a termine (ma almeno era un contratto a termine, cosa attualmente difficile per molti giovani colleghi). La serenità mentale arrivò soltanto verso la fine dei trent’anni, dopo aver ottenuto un contratto indeterminato potendo così pianificare meglio sul lungo termine. Anche così, mia figlia è cresciuta lontano da me e il matrimonio finì in parte per motivi collegati con la mia carriera. Di fatto, la mia prima decisione della priorità della qualità della mia vita rispetto al lavoro arrivò solo intorno ai quarantacinque anni, quando decisi di trasferirmi a New York senza alcun lavoro presso un’università locale. Tutto questo per dire che ho una profonda simpatia per ciò che stai passando.

Detto questo, sembra che tu abbia afferrato bene la teoria stoica: sì, carriera, qualità della vita e anche la famiglia sono tutti indifferenti preferiti [2], naturalmente non nel senso che non ti importa di essi, ma che questi non influenzano il tuo valore come persona. Uno può avere tutto quello ed essere un essere umano meschino, mentre un altro può non avere nulla ed essere un essere virtuoso e vivere una vita degna di essere vissuta.

Inoltre, come tu stesso hai notato, queste condizioni esterne sono fuori dal tuo controllo [3], dato che non sei tu a determinare nessuno di questi risultati. Sì, puoi influenzare le probabilità di successo per una carriera come scienziato, e puoi lavorare sulle tue relazioni familiari. Ma, alla fine, puoi avere il controllo solo sui tuoi sforzi e non veramente sui risultati. È per questo che gli stoici consigliano di focalizzarsi sui propri sforzi ma di accettare qualunque risultato con equanimità, dato che arrabbiarsi o sentirsi frustrati per la mancanza di successo aggiunge soltanto un’altra auto-inflitta ferita a quella già presente.

Capire quanto sopra non è complicato; metterlo in pratica è difficilissimo. È per questo che Epitteto dice:

“Se non hai appreso in modo da dimostrare praticamente quel che hai studiato, perché mai hai studiato?” (Diatribe I, 29.35) [4]

Ma spiega anche cosa significa praticare:

“Se uno, quando si alza al mattino, rispetta e conserva questi propositi, si lava da uomo fedele e da uomo rispettoso, mangia allo stesso modo, sforzandosi di attuare praticamente, qualunque circostanza gli si presenti, i principi della sua condotta – come il corridore si comporta in ogni circostanza da corridore e il declamatore da declamatore – ebbene, ecco, in verità chi progredisce, ecco chi non ha inutilmente lasciato il suo paese.” (Diatribe I, 4.20)

Ciò che intende è che non ti puoi permettere di essere, per così dire, uno stoico della domenica. Devi essere presente, in senso stoico, ogni giorno e ogni minuto. Quell’esperimento è fallito per la centesima volta? Ripeti a te stesso: “È soltanto un esperimento, il mio valore come essere umano non dipende da esso.” (Poi, se mi è permesso, cambia esperimento, approccia le cose da un diverso punto di vista, non c’è ragione a sprecare altro tempo e risorse nel perseguire qualcosa che si rifiuta ostinatamente di funzionare.)

Non hai ottenuto quel posto o un’assegnazione di fondi? Ripeti a te stesso: “Era solo un colloquio di lavoro (o una proposta di finanziamento), il mio valore come essere umano non dipende da esso.” (Poi, di nuovo, considera seriamente se vale la pena di sottoporre nuovamente la stessa proposta piuttosto che formularne una nuova; o, più precisamente, se ti stai proponendo per il giusto impiego con il giusto curriculum.)

Come dici, già sapevi che le probabilità erano basse e il sacrificio richiesto alto. Non fraintendermi: non cambierei il mio con nessun altro lavoro al mondo. Ma ho avuto fortuna, perché ci vuole talento, sforzo e fortuna per avere successo in ambito accademico, e sfortunatamente quest’ultima gioca un ruolo ben maggiore. Ai miei tempi, ho considerato percorsi alternativi di carriera, qualora la mia prima scelta si ostinasse a non funzionare. Fortunatamente non sono dovuto ricorrere al piano B, ma è sempre saggio avere un piano B.

Naturalmente, ciò non vale solo in ambito accademico. Se si vuole diventare un attore, uno scrittore, un musicista, un pittore o un atleta, ci si trova davanti peggiori probabilità e anche maggiori sacrifici. Mi rendo conto che sentirsi dire “poteva andare peggio” è una magra consolazione, ma gli stoici devono guardare la realtà così com’è, per come meglio la conoscono, non per come desidererebbero che sia.

Questo mi porta al compromesso tra carriera e il resto della tua vita, in particolare della famiglia. Un’importante risorsa si trova nell’etica dei ruoli di Epitteto, sviluppo di una precedente versione del concetto espresso da Panezio. Ho trattato in sei articoli [5] il libro di Brian Johnson su questo tema, benché valga proprio la pena di leggere il libro.

Fondamentalmente, Epitteto pensava che noi abbiamo tre gruppi di ruoli: il primo e fondamentale è quello di essere un essere umano, un membro della polis umana; poi i ruoli assegnatici dal Logos (essere figlio, essere nato in un certa società); e infine i ruoli che abbiamo scelto in base al nostro carattere e alle nostre preferenze (la carriera ma anche le relazioni).

Il ruolo principale è quello di essere un essere umano, e sopravanza tutti gli altri. Ogni volta che prendi una decisione, stoicamente parlando, dovresti chiederti se stai facendo bene per l’umanità. Dopo di ché, ogni ruolo ti dice cosa fare per sua definizione (permettendo, naturalmente, un’interpretazione personale di ciascun ruolo come ampiamente definito dalla società):

“Se poi sei membro del consiglio di qualche città, non dimenticare che sei consigliere; se sei giovane, che sei giovane; se vecchio, che sei vecchio; se padre, ugualmente. Infatti, sempre, ciascuno di questi nomi, se lo si sottopone ad esame, consiglia gli atti che gli sono propri.” (Diatribe II, 10.10-11)

Né Epitteto né io possiamo dirti che cosa fare. Sta a te orientarti nelle complessità della tua vita. Ma i principi stoici forniscono una struttura, una specie di bussola, che ti aiuta in questa navigazione. Pertanto, devi chiedere a te stesso quanto sei disposto a sacrificare non soltanto a livello personale, ma anche nei termini della tua famiglia, nel perseguire la carriera che hai scelto. Quali sono i doveri che hai verso te stesso, il tuo partner, i tuoi figli (se ne hai)? E mentre rifletti su questo, ricorda:

“Perché sei tu che conosci te stesso, qual è il valore che ti attribuisci e a quanto ti vendi; gli uomini, infatti, si vendono a prezzi differenti. …. Solo, considera a che prezzo vendi la tua scelta morale di fondo. Se proprio devi venderla, uomo, almeno non venderla a basso prezzo.” (Diatribe I, 2.11 e 33)

Ti auguro veramente e sinceramente molta fortuna.—-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: How do I balance career and life?

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Note

[1] Proficiens – una persona che afferma che “la virtù è il massimo bene” e cerca coerentemente di praticarla nella sua vita.[ndt]

[2] Vedi: The Stoic spectrum and the thorny issue of the preferred indifferents

[3] Vedi: Everything you need to know about the dichotomy of control

[4] Tutte le citazioni tradotte sono tratte da Epitteto, Tutte le opere – Traduzione C. Cassanmagnago, ed. Bompiani

[5] Vedi: The role ethics of Epictetus

Il cuore del codice binario, I. T. Quartiroli

Il cuore del codice binario, Ivo Toshan Quartiroli –da indranet.org (2007)

Tutti sanno che i computer operano in base al codice binario 0/1. Esistono progetti per creare computer basati su reti neurali o computer quantici, ma nessuno di essi finora è andato al di là dei modelli teorici. La struttura interna di uno strumento riflette il modo in cui viene usato, così come la struttura molecolare di un materiale ne riflette caratteristiche macroscopiche quali il peso, la tessitura e la resistenza.

Il computer è uno strumento che ragiona e crea il mondo secondo un modello dualista. Nei linguaggi informatici utilizzati per creare il software, una delle principali strutture logiche è il costrutto «if-then-else», che consente di prendere decisioni basate su scelte e dualità.

Il modello binario dualistico è tipico della mente razionale. Il computer, in quanto estensione della mente, non fa che riflettere il modo in cui opera quest’ultima. La psicologia dell’ego ci dice che le strutture della mente si sono formate attraverso il primo evento dualistico, ovvero quando il bambino ha cominciato a distinguere le sensazioni piacevoli (bene, amore, calore, premure) da quelle spiacevoli (male, paura, abbandono, fame).

Queste sono le prime strutture mentali a nascere, e si formano quando dividiamo la nostra esperienza. Il bambino non ha ancora alcuna idea o modo di capire cosa sta succedendo intorno a lui. Ma egli ha già la capacità di avere percezioni e sensazioni. Il mondo indistinto del neonato comincia a differenziarsi tramite quelle strutture primitive, strettamente connesse alla fisiologia. In seguito, questo atteggiamento dualista viene usato per sviluppare altri e più sofisticati tipi di strutture mentali.

Nella tradizione tibetana la mente è definita in questi termini dualistici:

“Ciò che possiede la percezione della dualità – che si aggrappa o rifiuta qualcosa di esterno – è la mente. Fondamentalmente, essa è ciò che si può associare a un “altro”, ovvero a qualsiasi cosa percepita come distinta da colui che percepisce. Questa è la definizione di mente.” – Chogyam Trungpa. The Heart of the Buddha. Shambhala. Boston. 1991

Si potrebbe dire che la nostra mente non è solo uno strumento dualistico basato sulla logica, perché possiamo percepire anche le emozioni. Ma in molte tradizioni spirituali le emozioni non sono considerate qualcosa al di là della mente, anche se normalmente le percepiamo l’una distinta dalle altre. Poiché la definizione di mente nella tradizione tibetana include ciò che conosciamo come emozioni, anche gli stati mentali più piacevoli sono pur sempre contenuti mentali. Le emozioni sostengono l’attività della mente. Dice ancora Chogyam Trungpa:

“I sogni a occhi aperti e i pensieri non sono sufficienti. Da soli, risulterebbero troppo noiosi e l’artificio dualista sarebbe troppo debole. Per questo cerchiamo di creare onde su onde di emozioni: passione, aggressività, ignoranza, orgoglio… Ogni sorta di emozione.” – The Heart of the Buddha. Shambhala. Boston. 1991

Dunque le emozioni sostengono la mente dualista nel suo lavoro di divisione. Il computer stesso non è più uno strumento che incoraggia solo un’arida attività razionale: oggi esso fornisce nutrimento abbondante alle emozioni, tramite informazioni, contatti con le persone, film, email, siti erotici, musica e così via. Comunque, in quanto esseri umani, disponiamo di altre vie per la conoscenza. Se la mente è – come tutti sanno – l’organo dei pensieri, essa non è però l’unica modalità cognitiva di cui gli esseri umani dispongono. Esiste un’altra via, attraverso un “cuore” che non riguarda solo le emozioni, ma anche la ricerca della verità e la conoscenza diretta. Il cuore sa ed è aperto all’intelligenza dell’Essere: è quest’ultimo che lo guida.

Questo cuore è stato considerato dalle tradizioni spirituali un’entità spirituale dotata di connessioni con il corpo in termini energetici, come per esempio attraverso il chakra del cuore localizzato nell’area del petto. Tuttavia, in tempi relativamente recenti la scienza ha scoperto che il cuore fisico ha le sue cellule nervose, le quali si scambiano informazioni tra loro, oltre che con il cervello. Si tratta di un sistema nervoso interno al cuore del quale sappiamo ancora molto poco, ma che forse un giorno scopriremo essere il centro fisico della facoltà di conoscenza sottile. L’istituto Earthmath sta studiando i legami critici tra le emozioni, la comunicazione tra cuore e cervello, e le funzioni cognitive.Se la mente funziona tramite la modalità o/o, o questo/o altro, 0/1, il cuore opera mediante una logica e/e, riunendo ciò che la mente separa, al di là delle dualità: per esempio, noi – in quanto individui distinti – e il resto dell’esistenza.

Lo stato di illuminazione spirituale in alcune tradizioni viene chiamato «stato non-duale»: ciò allude alla cessazione delle dualità mentali. Il cuore può essere uno strumento cognitivo più vasto e profondo della mente. La sua saggezza non è frutto di quella ricerca del sapere tipica della mente. Le modalità di conoscenza del cuore non sembrano derivare dalla divisione e dal ragionamento: giungono in modo intuitivo e visionario. Secondo esse, tanto minore è il ruolo assunto dalla mente ordinaria, tanto più spazio può essere riempito dalla verità. Una mente svuotata delle sue strutture e credenze lascia spazio alle facoltà cognitive del cuore. Qual è il modo per entrare in contatto con questo lato spirituale del cuore? Attraverso l’amore, come è possibile immaginare, ma l’amore di un amante speciale…

“L’amore per la verità fine a se stessa è di fatto l’espressione del cuore essenziale. Quando si percepisce il cuore al livello dell’Essere, si può riconoscere che l’amore è l’espressione della verità. Quando comprendiamo che un requisito necessario per l’oggettività – che in genere è considerata una qualità mentale – è il puro amore per la verità – che è una qualità del cuore – osserviamo la relazione organica tra i vari aspetti dell’Essenza. È interessante ricordare che l’inizio dell’Ego è caratterizzato da una modalità difensiva, e la difesa non è altro che il nascondere una certa verità dell’esperienza. Quindi, il requisito della realizzazione interiore è l’opposto della caratteristica fondamentale dell’ego; la difesa e la resistenza sono le nemiche della verità, e l’amore è il suo alleato. L’amore per la verità, che inverte l’atteggiamento difensivo, conduce direttamente alla verità dell’esperienza, la verità contro cui ci difendevamo.” – A.H. Almaas. The Pearl Beyond Price. Diamond Books. Berkeley. 1988.

La scissione che ha creato la mente dualista è una bugia prodottasi in un’età molto precoce per difendere l’individuo dalla sofferenza intollerabile. È una bugia necessaria, umana e inevitabile che ha plasmato la vita di ognuno. Ciononostante, è pur sempre una bugia che è possibile smascherare e dissolvere tramite l’amore per la verità. La mente può sostenere gran parte del lavoro verso la verità. Ma a un certo punto della ricerca della verità più profonda essa diventerà impotente, perché la sua esistenza dipende dal celare la verità. Il cuore ama svelare quei livelli della verità che la mente non è in grado di indagare.

Anche Rudolf Steiner ha espresso bene le non riconosciute facoltà cognitive del cuore:

“Il terzo passo nella conoscenza superiore, necessario per innalzarsi all’Intuizione, può essere raggiunto solo sviluppando al massimo una facoltà che, nella nostra epoca materialista, non viene riconosciuta in quanto forza cognitiva. Quello che si svela tramite l’Intuizione può essere raggiunto solo sviluppando e spiritualizzando ai massimi livelli la capacità di amare. Un uomo deve saper trasformare questa capacità di amare in una forza cognitiva.” – Rudolf Steiner. The Evolution of Consciousness. Rudolf Steiner Press. Sussex. 1991—

Fonte originale: http://www.indranet.org/the-heart-of-the-binary-code/

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Altri articoli di I. T. Quartiroli:

* Rendendoci incorporei a velocità di banda larga, Ivo Toshan Quartiroli

* Limiti e profondità delle parole, Ivo Toshan Quartiroli

L’allucinazione, L. Watson

L’allucinazione, Lyall Watson – (estratto da “SuperNatura”, ed. Rizzoli (1974), attualmente fuori catalogo)

Le droghe e le pratiche allucinogene rivelano qualcosa che sembra caratteristico dell’uomo. Esse illuminano soltanto le frange di una estensione mentale così vasta che è difficile da comprendere. Sidney Cohen, direttore dell’Istituto di salute mentale nel Maryland, descrive il cervello come «una fabbrica di simboli il cui scopo principale è la gestione del corpo. La sua attività secondaria sembra essere quella di riflettere sulle cose, sul dove vanno e sul che cosa significano. La sua capacità unica di interrogarsi e di essere consapevole è del tutto inutile ai fini della sopravvivenza fisica» (76). Le occhiate che abbiamo incominciato a rivolgere alla sfera cerebrale, sollevano infatti alcuni problemi evoluzionistici senza precedenti. Nessun biologo affermerebbe che le attività straordinarie del cervello siano inutili per la sopravvivenza: il cervello è parte di noi e noi siamo parte dell’ecologia come qualunque altra specie. Quello che abbiamo fatto al nostro ambiente è naturale come il tuono o il lampo. Il nostro cervello ha fatto di noi una grande forza dell’evoluzione, e ci vorrà molta immaginazione e creatività da parte sua per tirarci fuori dalle attuali difficoltà. Ma sono d’accordo con Cohen sul fatto che l’estensione del potenziale umano ispiri sgomento; noi sembriamo avere acquistato capacità al di là dei nostri bisogni attuali e drammatici e sembriamo schiacciati da questo peso.

La natura fa raramente qualcosa senza una buona ragione, eppure ha attraversato qualche difficoltà lungo gli ultimi dieci milioni di anni – un tempo molto breve secondo le sue misure – per rifornirci di un’enorme corteccia cerebrale dalla capacità apparentemente illimitata. Abbiamo acquistato questo organo incredibile a spese di parecchi altri, eppure ne usiamo soltanto una piccola parte. Che fretta c’era? Perché abbiamo corso così in fretta lungo questa linea di sviluppo? Avremmo certamente potuto cavarcela con molto meno. Al momento siamo come una piccola famiglia di inquilini che hanno occupato un vasto palazzo ma non sentono il bisogno di muoversi oltre il comodo e ben fornito appartamento localizzato in un angolo del sottosuolo.

Una consapevolezza quasi subliminare del resto della struttura ci ha sempre tentato. Brevi sguardi gettati nelle altre stanze hanno portato pochi avventurosi individui a fare sforzi più precisi di esplorazione, ma i metodi tradizionali hanno avuto soltanto un parziale successo. Alcuni hanno tentato delle tecniche ritmiche, come i canti cristiani o i movimenti ondeggianti della preghiera indù, o le danze vorticose dei dervisci, onde provocare uno stato di trance che potesse portarli al di là della barriera. Alcuni hanno tentato di alterare la chimica del loro corpo con una profonda respirazione o col digiuno o con la rinuncia al sonno. Alcuni hanno cercato una dissociazione nel dolore fisico attraverso l’auto-flagellazione o la mutilazione o impiccandosi al soffitto. Gli indiani Sioux usavano il caldo e la sete nel loro rituale solare per raggiungere una specie di crudele delirio; gli egizi cercarono l’isolamento sociale nei loro rituali nel tempio. La cosa che tutti questi metodi hanno in comune è che cercano di arrestare il flusso di informazioni con cui l’ambiente circostante cerca di sommergerli; sia eliminando l’afflusso di sensazioni, sia rendendole monotone e prive di significato. Quando questo è fatto, alcune fra le porte della mente cominciano a schiudersi.

La tecnica della deprivazione sensoriale è stata perfezionata in molte recenti ricerche. All’Università McGill i soggetti vennero confinati in una stanzetta acusticamente isolata e portavano occhialoni che ammettevano soltanto una luce diffusa. A Princeton vennero tenuti in un cubicolo piccolo, isolato visivamente e acusticamente, e a temperatura costante. E in Oklahoma e nello Utah essi vennero immersi in una cisterna scura d’acqua mantenuta a temperatura del sangue in modo che essi non ricevessero né luce né suono né sensazioni tattili dal loro ambiente. L’immediata reazione in tutti questi studi fu il ritirarsi da questa monotonia dentro il sonno, ma una volta che questa possibilità di fuga venne impedita ed essi non poterono più dormire, i volontari incominciarono a incontrare nuove difficoltà. Tutti i soggetti persero il senso del tempo e sottovalutarono il suo scorrere; alcuni dormirono per oltre ventiquattr’ore e affermarono che era stato soltanto un’ora o due. Il disorientamento e la mancanza di informazioni da parte dell’ambiente circostante rese loro difficile pensare seriamente e costruire giudizi normali. I sogni incominciarono ad apparire più frequentemente, talvolta con spaventosa intensità, e prima o poi l’assoluta irrealtà della situazione portò la maggior parte dei soggetti all’esperienza dell’allucinazione. Non si tratta solo di «fantasmi» sensoriali come i bagliori di luce o i rintocchi di campana, ma avvenimenti completi, complessi e interamente convincenti (329).

Quello che sembra accadere è che in circostanze normali la grande quantità di informazioni che noi riceviamo è regolata dalla formazione reticolare, che seleziona e lascia passare solo ciò di cui abbiamo bisogno e di cui “possiamo occuparci in quel momento. In condizioni di deprivazione sensoriale noi riceviamo molto poco, cosicché ogni pezzetto di informazione riceve molto di più della quantità solita di attenzione, e diventa enormemente ingrandita. La nostra visione si restringe, cosicché gonfiamo quello che riceviamo fino a riempire l’intero schermo, come un film fatto passare al microscopio. Quindi parte dell’allucinazione è semplicemente un primo piano migliorato della realtà, ma c’è qualcosa di più. Lasciato senza il suo solito sbarramento di stimoli, il cervello abbellisce la realtà e la elabora, attingendo alla sua riserva di inconsce cianfrusaglie per riempire il tempo e lo spazio a disposizione. Eppure neanche questo va abbastanza lontano, perché ci sono aspetti dell’allucinazione che sembrano risiedere al di fuori sia delle possibilità coscienti del cervello sia dì quelle incoscienti.

Quasi ogni sottocultura ha cercato prima o poi una radice, un’erba o una bacca per far avanzare il processo di dissociazione. I persiani avevano una pozione chiamata soma, la quale, secondo gli annali sanscriti «rendeva un uomo simile a un dio». Elena di Troia aveva il nepente. In India e in Egitto hanno sempre usato hashish e marijuana. In Europa e in Asia c’era il magnifico fungo a macchie rosse Amanita, che uccideva le mosche e rendeva furiosi gli antichi cavali scandinavi. Il Messico ha la sua gloria mattutina fiore di cactus, e diversi «funghi divini». Tutte queste piante contengono agenti chimici che provocano stati trascendentali, e molti di essi sono stati usati come additivi in cerimonie magiche e religiose, ma la sostanza psichedelica più sconvolgente e significativa di tutte non cresce spontaneamente in natura ma dev’essere estratta dai grani della segala cornuta. Si tratta dell’acido lisergico dietilamidico, o LSD.

Questo acido è stato provato su molti animali, ma sembra avere avuto un piccolo effetto su di loro a eccezione forse, del ragno, il quale costruisce una ragnatela un po’ più fantasiosa. Esso sembra interessare direttamente i livelli più alti del pensiero, e anche una piccola porzione, circa un trecentimillesimo di oncia, provoca effetti profondi sull’uomo. A seconda di come è preso, gli effetti cominciano entro una mezz’ora, raggiungono il massimo circa un’ora e mezzo dopo, e terminano sei o anche sette ore più tardi. La maggior parte dell’azione cerebrale sembra essere confinata al sistema reticolare e al sistema limbico, che regola le esperienze emotive. Quindi esso lavora direttamente in queste zone di filtraggio e di confronto delle esperienze sensoriali, e in quelle aree che determinano i sentimenti individuali su questo materiale. La parola, la capacità di camminare, e la maggior parte delle attività fisiche restano totalmente non influenzate. La pressione sanguigna e il polso sono normali, i riflessi sono acuti, e non vi sono spiacevoli effetti secondari. Sembra che l’LSD operi soltanto nella zona di più alta consapevolezza del cervello umano, in quella che noi crediamo la nostra personalità.

L’effetto psicologico più considerevole, come nella privazione sensoriale, è un rallentarsi del tempo: le lancette dell’orologio sembrano non muoversi affatto. Questa specie di eterno presente è molto simile a una versione prolungata del modo in cui il tempo può arrestarsi in momenti di grande pericolo personale. Noi abbiamo nella nostra fisiologia la capacità di produrre questo effetto nei casi di emergenza, e l’LSD sembra portarla un passo più in là, ma senza che abbia più a che fare con la sopravvivenza fisica. La separazione fra l’io e il non-io, l’antico, primevo rifugio dell’inconscio, scompare molto presto, e i confini dell’io si dissolvono. Cohen dice : «La sottile protezione della ragione lascia via libera alla fantasticheria, l’identità è sommersa da sentimenti oceanici di unità, e il fatto di vedere perde i significati convenzionali impostici dagli oggetti visti».

È importante a tal proposito rendersi conto che noi di solito percepiamo soltanto quello che possiamo concepire. Noi costringiamo le sensazioni a coincidere con la nostra idea di come le cose dovrebbero essere. L’esperimento classico di dotare la gente di occhiali che invertono ogni cosa lo dimostra in modo definitivo. Entro un giorno o due il cervello incomincia a correggere il campo visivo e questa gente ricomincia a vedere tutto ancora nel modo «giusto», ma quando si tolgono gli occhiali il mondo intero risulta capovolto. Quindi il mondo viene visto non com’è, ma come dovrebbe essere. Parte del problema è che noi riceviamo tante di quelle sensazioni da essere obbligati a scegliere, e a ritrovarci con una visione della realtà attentamente selezionata e molto ristretta. L’LSD ha la capacità di toglierci i paraocchi e di farci vedere le cose con occhi nuovi, come se fosse la prima volta. In questa condizione possiamo ricominciare ad apprezzare i suoni dei colori, il profumo della musica, e le trame degli umori. Le api e i pipistrelli è i calamari del profondo mare, pur senza possedere l’estensione della nostra sensibilità e dei nostri interessi, fanno questo continuamente.

I bambini vedono di solito le cose con enorme chiarezza. E’ possibile che quello che chiamiamo allucinazione sia una parte normale di ogni esperienza infantile (i loro disegni sembrano confermarlo); ma quando diventiamo adulti le nostre visioni si oscurano e alla fine si estinguono, perchè esse di solito hanno un valore sociale negativo. Ogni società si basa su certe regole di condotta che indicano normalità, e per una combinazione di queste pressioni sociali e il nostro bisogno di adattamento la maggior parte di noi finisce dentro questi limiti. Pochi sfuggono a ciò e vengono classificati come pazzi e privati della loro libertà con la scusa che abbisognano di assistenza, ma in realtà il loro confinamento ha soprattutto lo scopo di proteggere la società piuttosto che questi individui da se stessi. L’unione Sovietica non fa misteri a questo proposito e regolarmente incrimina i dissenzienti sostenendo che essi devono essere pazzi se non vanno d’accordo con lo Stato. Pochi individui riescono a scuotere le restrizioni della normalità e a farne a meno, perché fanno questo all’interno di una sfera religiosa nella quale queste attività rivoluzionarie sono consentite in quanto sono state definite «di ispirazione divina».

Ben lontana dall’essere confinata, la maggior parte della gente che ha questo tipo di esperienza trascendentale ritorna alla società con una nuova visione delle cose e comincia a cambiare la propria vita e quella degli altri – non sempre per il meglio. Alcuni santi e profeti sono stati certamente pazzi, ma non ha senso definirli tutti insani. La loro esperienza non è unica. Quasi ognuno di noi, in qualche momento della sua vita, ha un momento di rapimento o di estasi ispirata da un lampo di bellezza, dall’amore, da un’esperienza sessuale o da un intuito. Queste visioni momentanee di perfezione e di godimento estetico sono frammenti di uno stato che i cristiani chiamano «divino amore», i buddisti Zen «satori», gli indù «moksha», e i vedanta «samadhi». Simili esperienze sono così poco comprese da essere tutte ammucchiate nel misticismo e considerate come soprannaturali. Nel senso che essi non possono essere ospitati nella definizione di «sanità» culturale, questi stati sono «insani», ma ci può aiutare a capirli meglio il fatto di rinunciare a questa pesante etichetta e di riferirci a essi come a stati di non-sanità.

Non c’è niente di soprannaturale in essi, e l’importanza di prodotti chimici come l’LSD è di mostrarlo molto chiaramente, semplicemente togliendo gli strati superficiali di «sanità» e facendoci di nuovo diventare naturali. Uno degli effetti più comuni delle sostanze psichedeliche è di acuire la ricettività e di consentire di raccogliere i suggerimenti ambientali con squisita sensibilità. In situazioni sperimentali di laboratorio i soggetti all’LSD spesso sembrano leggere nella testa dell’esaminatore, ma è chiaro dalle analisi che essi stanno semplicemente reagendo, nel modo in cui fanno molti animali, ai più piccoli cambiamenti di tono, di espressione facciale, di posizione. Noi siamo sempre capaci di raggiungere questo genere di percezione subliminare, che è davvero supernaturale se la paragoniamo ai nostri livelli normali di reazione, ma nella più vasta arena biologica questi talenti sono cosa molto comune e del tutto naturale. Il nostro stato di veglia «sana» è uno stato di inibizione.

Parte di questo è necessario per evitare di essere schiacciati dalla quantità di sensazioni sopraggiungenti, ma le barriere erette, dal sistema reticolare a loro volta ci tolgono molto di ciò che è pieno di magia e di ispirazione. Questo è assurdo quando ormai disponiamo di un cervello che per la prima volta è capace di apprezzare queste meraviglie. Non sto raccomandando una dissociazione di massa e una fuga generale dentro queste zone di insanità. Blake, Van Gogh, Verlaine, Coleridge e Baudelaire vissero e lavorarono molto spesso in uno stato di coscienza trascendentale, e soffrirono tremendamente nel loro sforzo di rompere le barriere della ragione e della realtà.

Ora, forse più che in qualsiasi altro momento della nostra evoluzione, abbiamo bisogno di vedere chiaramente i problemi che ci affliggono, ma il nostro sforzo diventa inutile se non impariamo ad apprezzare il fatto di essere diventati padroni del nostro destino. Abbiamo bisogno di sapere dove stiamo andando e come ci arriveremo. Abbiamo già incominciato a fare uso dei nostri talenti coscienti ma abbiamo totalmente trascurato quelli che sono raggiungibili dall’altra parte della mente. La natura ci ha dato tutto l’equipaggiamento necessario a questo scopo, nello spazio che è contenuto tra le nostre orecchie, e le tecniche di ipnosi, di autosuggestione, di sogno e di allucinazione ci danno un’idea dei poteri che possediamo. Tutto quello che dobbiamo fare è usarli saggiamente.

(76) Gohen S.Drugs of Hallucination London: Paladin, 1971 (329) Dernon, I. A. Inside the black room London: Penguin, 1966

Una nota sull’ “Arte dell’Agguato” di C. Castaneda, Paola

Tigre in agguatoSull’ “Arte dell’Agguato”, Paola (nota al gruppo AL)

L’Arte dell’Agguato*  si basa sul concetto di “Guerriero”.

Ciò che definisce una persona come “guerriero” è il suo atteggiamento. Don Juan dice: “Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra: vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti: essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un’assoluta sicurezza, non dovrà rendere conto di nessun errore. Quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità di uno stupido. Se l’uomo sbaglia o subisce una sconfitta avrà perso soltanto una battaglia, e non dovrà pentirsene amaramente”.

Vale a dire che quando una persona ha fatto il meglio possibile in tutta coscienza, non avrà di che pentirsi di nulla e il risultato conseguente nel caso non fosse soddisfacente, sarà tale per circostanze esterne e indirette. Tuttavia, vivere da “Guerriero” è una scelta, è un atto di volontà, è un impegno personale.

Se non si vive da guerrieri, non si accumula abbastanza potere personale per praticare l’Arte dell’Agguato. Tuttavia, nel praticare l’Arte dell’Agguato aumenta anche il potere personale, ed è per questo che Don Juan dice: “Un guerriero è impeccabile quando confida nel suo potere personale senza badare che sia piccolo o enorme”. Il potere personale aumenta nel momento in cui noi riconosciamo di averlo e lo utilizziamo per il fatto stesso che ci impegniamo a servircene. Non è forse quanto scopriamo nella Parabola dei Talenti? E non ricorda i detti: “Aiutati che il ciel ti aiuta” e “Piove sempre sul bagnato”? È una sorta di accumulo per attrazione. Più si pratica e più si acquisisce.

Quindi, definiti queste due punti di base, ecco che l’Agguato, termine proprio di chi va a caccia, acquisisce il significato di “camuffamento” nel senso di agire senza farsi notare, mimetizzandosi nel contesto della sfida. Questo agguato non è volto ad ingannare gli altri, ma a sovrastare il nostro comportamento automatico e abitudinario che ci impedisce di “agire” inducendoci a “reagire” secondo schemi culturali o sociali prestabiliti.

I principi dell’Arte dell’Agguato

L’Arte dell’Agguato consiste in una serie di procedure e atteggiamenti che consentono al Guerriero di trarre il meglio da ogni possibile situazione.

Molte volte ci troviamo in circostanze dentro le quali ci siano sentiti trascinare in modo ineluttabile. Situazioni sgradevoli, difficili, non volute, che si sono misteriosamente concretizzate intorno a noi per un apparente capriccio della sorte. Situazioni dove ci viene chiesto di prendere posizione, prendere una decisione, relazionarci in un particolare modo, o dove le aspettative nei nostri confronti ci bloccano facendoci sentire ingabbiati.

L’Arte dell’Agguato ci offre gli strumenti per agire impeccabilmente e, invece di perdere energia/potere personale, sfruttare proprio l’occasione per acquisirne di più, esercitando uno o più dei suoi principi.

  1. Il Guerriero sceglie il proprio campo di battaglia. Un Guerriero non va mai in battaglia senza conoscere i dintorni.

In qualunque situazione sgradevole ci troviamo, il Guerriero sa come volgere a proprio favore il vento contrario. Il primo principio ci indica di studiare il nostro “campo di battaglia”, cioè prenderci tempo per analizzare la scena dell’azione (quindi, anche noi stessi): qual è l’ambiente in cui viviamo, chi vi è coinvolto, le loro/nostre motivazioni, quali opzioni possono esserci che sfuggono a una visione superficiale, il momento temporale o storico, le aspettative di successo o insuccesso, e così via.

Così facendo, il Guerriero nota i particolari e osserva che esistono sempre delle opzioni: può effettuare la sua scelta.

  1. Scartare ciò che è superfluo. Un Guerriero non complica le cose, mira alla semplicità. Dedica tutta la sua concentrazione a decidere se ingaggiare o meno battaglia, perché ogni battaglia è per la vita.

Ridurre ai minimi termini è il secondo imperativo. La complessità è fonte di confusione, fraintendimento. La semplicità è chiarezza. Spesso è sufficiente riportare le questioni al loro nocciolo essenziale per vederle risolversi da sé. Decidere di entrare in battaglia (come e quando) è una decisione che va oculatamente presa. Non c’è obbligo, ma decisione. Ritengo che qui si possa intendere il combattimento non solo contro qualcosa o qualcuno, ma anche al proprio atteggiamento personale verso la questione che crea il conflitto o la decisione da prendere. Significa mettersi in gioco con la determinazione a voler risolvere in modo definitivo, “per la vita”. Si vuole chiudere la cosa senza strascichi, non in una valutazione di vincitori e vinti ma in modo impeccabile, cioè senza macchia, una volta per tutte.

  1. Un Guerriero deve essere pronto e disposto a prendere posizione “qui e subito”. Ma non all’insegna del caos.

L’azione impeccabile di un Guerriero non prevede “il senno di poi”. Un Guerriero si assume completamente e totalmente la responsabilità delle sue azioni nel momento, nel “qui e ora”. Se si sono osservati i primi due principi, il terzo consegue in un’azione liberata dal caos e dalla confusione, da futuri rimorsi, rimpianti, rancori. E ciò avviene quando, appunto, si conosce il proprio campo di battaglia, che a volte coincide anche con la conoscenza dei propri limiti o delle proprie capacità, riordinando anche il proprio caos emozionale.

  1. Un Guerriero si rilassa, si abbandona, non teme nulla. Solo allora il potere che guida gli esseri umani gli apre la strada e lo sostiene. Solo allora. Questo è.

Questo Guerriero con la “G” maiuscola confida nel suo potere personale, che è anche parte del potere universale. Avendo coordinato le sue scelte e azioni in modo impeccabile, confida e lascia nelle mani di un potere più grande il risultato delle sue azioni. Questa fiducia gli permette di rilassarsi, di abbandonarsi e di non temere nulla. Di essere in pace. In tale pace il potere stesso si manifesta e lo nutre. Cedendo il proprio potere al potere, lo si aumenta e si manifesta.

  1. Di fronte a circostanze impossibili da affrontare, il Guerriero si ritira temporaneamente. Si dedica a qualcos’altro, va bene qualunque cosa.

Non è l’ostinazione a risolvere le battaglie di un Guerriero. La ritirata temporanea è anche un atto di umiltà quando le circostanze sembrano soverchianti. Per un Guerriero, l’umiltà e la capacità di accettare l’inevitabile sono altrettanti nutrienti del potere personale. Ritirarsi temporaneamente non significa rinunciare. Distrarsi temporaneamente dal problema o dal conflitto, facendo qualunque cosa è una tattica che permette di allentare la tensione e distaccarsene totalmente. Ciò può permettere una ridefinizione del “campo di battaglia” e, pertanto, una sua successiva riconsiderazione. Le cose non sono mai identiche a se stesse nel corso del tempo, e nuove possibilità o varianti permetteranno di riaffrontare la sfida con altri strumenti o con maggiore potere personale.

  1. Il Guerriero comprime il tempo. Anche un solo istante conta. In una battaglia per la sopravvivenza un secondo è un’eternità, un’eternità che può decidere l’esito. Il Guerriero mira a riuscire, quindi comprime il tempo. Non spreca neppure un istante.

La valutazione del tempo. Tutto il tempo può essere condensato in un unico istante, così come un istante può dilatarsi in infiniti sotto-istanti. Il Guerriero con sufficiente potere personale è in grado di operare queste trasformazioni temporali, di inserirsi in una condizione di “fuori dal tempo-spazio” dove l’istante e l’azione impeccabile coincidono, precipitano e si concretizzano.

  1. Per applicare questo principio dell’Arte dell’Agguato bisogna applicare gli altri sei. Colui che pratica l’Agguato non si mette mai in mostra. Osserva da dietro le quinte.

Questo settimo principio raccoglie l’essenza dei precedenti: l’agguato è l’atteggiamento per cui chi lo pratica sta nascosto, osserva senza essere visto. Ribadisco, non sta “spiando” per sfruttare a suo favore a discapito degli altri. Non è il burattinaio di ignare marionette.

L’Agguato negli insegnamenti di Don Juan è difficile da spiegare e da capire con la logica comune, che di solito non tende a un’impeccabilità d’azione (senza pecca/macchia, cioè con completa trasparenza)  ma allo sfruttamento egoistico delle circostanze.

Questo stato di “agguato” e l’esercizio dei suoi principi fanno sì che l’azione della persona sia così appropriata al contesto da passare come “naturale” e, di conseguenza, inosservata. Si tratta di un’Arte meravigliosa, quella di esercitare un’azione così efficace e completa da integrarsi armonicamente con l’ambiente circostante portando soluzione duratura. Questa soluzione relativa all’ambiente del “campo di battaglia” può interessare una situazione quotidiana come anche un atteggiamento interiore attivato dal contesto esterno.

Nell’applicare l’Arte dell’Agguato, il Guerriero agisce senza attaccamento all’azione e al risultato, si rilassa confidando nel suo potere personale coerente con il potere universale. Il suo potere personale è tale da influenzare il suo ambiente circostante con grazia.

Il Primo Principio in assoluto dell’Arte dell’Agguato è che il Guerriero ponga l’Agguato a se stesso, e lo faccia spietatamente, con astuzia, pazienza e dolcezza.

L’esercizio di quest’Arte raggiunge lo scopo quando è volto verso se stessi. Dentro di noi ci sono numerosi campi di battaglia nel senso di sentimenti, volontà, egoismi, opportunismi e prevaricazioni, più o meno consapevoli. È verso di essi che il nostro sé Guerriero può esercitare l’Agguato.

A tal fine Don Juan ci esorta a farlo *spietatamente: vale a dire senza indulgenza verso noi stessi, senza compatirsi, riconoscendo che non ci sono reali giustificazioni o scuse per le nostre debolezze o incapacità; *con astuzia: per ingannare le altrettanto astute scappatoie per evitare di assumerci la responsabilità della nostra realtà personale; *con pazienza: non importa quante volte cadiamo, ad ogni caduta possiamo rialzarci e continuare al meglio della nostra impeccabilità, sapendo che è proprio ogni volta che ci rialziamo che accumuliamo un altro po’ di potere personale; *con dolcezza: è l’amore e la comprensione che riserviamo a noi stessi mentre percorriamo questo cammino che ci possono sostenere nel proseguire, non conferme e congratulazioni esteriori.

Concludo con una citazione di Victor Sanchez (da Gli insegnamenti di Don Carlos, ed. Il Punto d’Incontro):

“L’Agguato è in realtà il controllo strategico della propria condotta. Il suo campo privilegiato è quello in cui ha luogo l’interazione con altri esseri umani (guerrieri e no). Per questo il praticante, lungi dal separarsi dal normale contesto sociale, vi resta dentro, nel centro stesso dell’azione, utilizzandolo per temprare il suo spirito, aumentare la sua energia e spingersi oltre i limiti della sua storia personale.”—

Nota

* I principi dell’Arte dell’Agguato sono tratti da “Il dono dell’Aquila” di Carlos Castaneda, ed. SuperBUR Rizzoli

Una nota sull’ “intento”, Paola

Sull’ “intento”, Paola (nota gruppo AL)

Vorrei condividere una riflessione riguardo a come ci poniamo nelle nostre pratiche e, talvolta, nelle nostre azioni.

Praticare delle tecniche ci porta in primo luogo ad essere e poi, per conseguenza, a fare con la capacità raggiunta dal nostro essere attraverso il praticare. Potremmo dire, quindi, che nel nostro paradigma fare ed essere è un unicum, palese testimonianza l’uno dell’altro.

La chiave dell’efficacia delle nostre pratiche e, anche, delle nostre azioni, è l’intento, parola che talvolta non è ben compresa. Cos’è l’intento? Il vocabolario ci offre due accezioni che, per quanto mi riguarda, si rafforzano a vicenda: 1) come sostantivo, è il fine che ci si ripropone di raggiungere, e 2) come participio/aggettivo, è un raccoglimento dell’attenzione verso qualcosa di specifico. Tuttavia, io vorrei aggiungere un’altra valenza: 3) la fiducia che ci permette di agire liberamente.

Quando pratichiamo e agiamo con intento non possiamo avere dubbi sulla riuscita del nostro operato, che si tratti di una tecnica o di un’azione. Quando operiamo nel pieno rispetto del cerchio della vita sia visibile che invisibile – nel rispetto della libertà che ciascun individuo possiede – confidiamo che ciò che si manifesterà non potrà che essere ciò che di meglio può avvenire, per noi e per il tutto.

Quindi l’intento è certamente una profonda convinzione ma anche un’intrinseca fiducia. Se dovesse mancare questa componente, l’insicurezza o il dubbio inficerebbero il risultato. Qualora insicurezza e dubbio dovessero aleggiare intorno noi, ci si dovrebbe chiedere da quale sentimento, tensione o pensiero siano messi in moto. Forse dentro di noi non siamo convinti della reale correttezza della nostra azione? Forse temiamo un ritorno in qualche modo negativo? Se questi sono i pensieri, allora si dovrebbe mettere in questione la propria sincerità e coerenza.

È anche per questo che quando ci accingiamo a intraprendere un’azione per ottenere conoscenza, saggezza o guarigione, dobbiamo distaccarci dalla nostra personalità ordinaria ed entrare con un atto di volontà in un diverso stato di consapevolezza interiore che, per la sua natura di a-spazialità e di a-temporalità, non tiene conto delle aspettative comuni e dei valori di consenso.

Nel momento in cui accettiamo di entrare in una dimensione dove il bene comune prevale su un presunto bene personale, si dovrebbe anche accettare di essere noi per primi a fare un passo indietro rispetto alle nostre aspettative o desideri.

Quando ci predisponiamo a un’azione che riteniamo connessa a valenze più alte, il nostro intento deve condensare tutti i valori superiori di unità e bene comune, la determinazione e la focalizzazione di operare in modo corretto, con la confidenza che si percepisce attraverso l’alleanza con tutta la vita e gli esseri viventi, sia biologici che non.

Il nostro intento, inoltre, dovrebbe anche essere libero da ogni supposizione o aspettativa, poiché le aspettative non sono generate dal futuro ma del passato. Proiettare nel futuro il passato, è impedire a ciò che “ancora non è mai stato” di essere. Quindi, nel momento in cui ci accingiamo a “esprimere l’intento” per una nostra azione, dobbiamo sentirci disponibili a sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo, imprevisto, imprevedibile e che è, talvolta al di là dell’apparenza, sicuramente appropriato e conforme al nostro intento.

Non mi è mai successo e neppure ho conosciuto qualcuno che operando con fiducia, convincimento e apertura non abbia ricevuto ciò che il suo cuore più profondo veramente anelava, che si trattasse di una conoscenza, di una guarigione o anche di un piatto di minestra. —

Paola, Paradigma 4