Il mondo digitale non è sostenibile, A. Giacometti (da Il Tascabile)

(…) Negli anni, le tecnologie informatiche e digitali sono diventate, anzi, per certi versi, parte del problema. Qualche dato: per fabbricare un computer si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili. Internet da sola succhia il 10% dell’elettricità mondiale e rispetto a dieci anni fa inquina sei volte di più, con un monte emissioni che eguaglia oggi quello dell’intero traffico aereo internazionale. Due ricerche su Google rilasciano anidride carbonica al pari di una teiera d’acqua portata a ebollizione, Netflix consuma da sé l’energia di 40mila abitazioni statunitensi. Mezz’ora di streaming emette quanto dieci chilometri percorsi in automobile (secondo altre fonti, non più di un chilometro e mezzo ), mentre un solo ciclo di training linguistico di un algoritmo arriva invece a inquinare come cinque automobili termiche lungo il loro intero ciclo di vita. Complessivamente, i consumi energetici dell’intelligenza artificiale raddoppiano ogni 3,4 mesi, e per risolvere in pochi secondi il cubo di Rubik a un algoritmo serve l’elettricità prodotta in un’ora da tre centrali nucleari.

Ci sono poi i videogiochi: complici la pandemia di coronavirus e le conseguenti restrizioni, il 2020 è stato un anno da record per l’industria videoludica, che nei soli Stati Uniti assorbe il 2,4% dell’elettricità domestica, più di quanto facciano congelatori e lavatrici, generando tante emissioni quante quelle di 55 milioni di automobili a motore termico. Per ridurre consumi ed emissioni Sony e Microsoft hanno introdotto una modalità di utilizzo a risparmio energetico nella loro ultima generazione di console, rispettivamente, e tuttavia la sensazione è che l’intero settore stia rapidamente avanzando verso il più energivoro cloud gaming multipiattaforma. (…)

Testo integrale: https://www.iltascabile.com/scienze/sostenibilita-digitale/

 

Tempo e I Ching, Intervista a T. McKenna

Tempo e I Ching – Terence McKenna, Intervista
(trasmissione televisiva: Thinking Allowed Productions – 1988)


 

Jeffrey MishloveSalve e benvenuti, sono Jeffrey Mishlove. Oggi esamineremo la natura del tempo e la relazione tra tempo e mente umana. In studio con me c’è Terence McKenna, specialista in tradizioni sciamaniche e allucinogeni. Terence è co-autore con suo fratello Dennis di “Psilocybin: The magic mushroom grower’s guide”, e anche di “The invisibile landscape: time, hallucinogenes and the I Ching”. Inoltre, è lo sviluppatore di un software informatico, il Timewave Zero, nonché fondatore di Botanical Dimensions, un’organizzazione non-profit dedicata alla salvaguardia delle piante allucinogene e il loro utilizzo da parte delle popolazioni tribali di tutto il mondo. Benvenuto, Terence.

Terence McKenna – È un piacere essere qui.

JMÈ un piacere essere di nuovo con te. Sapete, i popoli sciamanici e i primi popoli di tutto il mondo sono stati coinvolti in sistemi di ciò che chiamiamo divinazione. Poteva essere lanciando delle ossa, o utilizzando l’I Ching, o guardando le tracce di animali, o le nuvole di fumo, ma ogni sistema sembrava considerare una sorta di modalità unica di collegare la mente umana con la natura stessa del tempo per comprenderne i cicli e conoscere, forse anche predire, il futuro.

TM – Sì, è certamente vero che i popoli primitivi e aborigeni hanno avuto un’ossessione per il tempo, ossessione del resto condivisa anche dalle società storiche. Il tempo sembra essere la dimensione su cui abbiamo la più grande ansia, forse perché è la dimensione in cui vediamo con meno chiarezza. Molte persone in tutto il mondo hanno affrontato questa mancanza di chiarezza riguardo al tempo interessandosene e sviluppando vari metodi di divinazione. I Maya, ancora oggi sugli altopiani del Guatemala, praticano una divinazione molto complicata. I popoli africani hanno complessi sistemi divinatori …

JM: Per non parlare delle enormi vendite dell’I Ching, dei tarocchi e di prodotti astrologici qui negli Stati Uniti.

TM: Sì, l’I Ching è il sistema divinatorio ne plus ultra. Sembra che, molto presto, abbia catturato l’immaginazione degli Orientalisti occidentali James Legge e Richard Wilhelm. Le loro traduzioni lo resero disponibile nella lingua occidentale, e lo psicologo Carl Jung, nell’inventare e trattare il fenomeno che lui chiamava sincronicità, rese popolare l’I Ching usandolo come esempio di questo particolare fenomeno.

JM: So che nella letteratura di oggi, specialmente nella psicologia trans-personale, ci sono molti psicoterapeuti che usano l’I Ching come parte integrante della loro pratica. E i parapsicologi hanno trovato prove schiaccianti che le coincidenze del lancio delle monete nell’I Ching hanno validità psicologica.

TM: Sì, la cosa che mi ha stupito dell’I Ching e mi ha così profondamente coinvolto è che sembra funzionare contro ogni aspettativa razionale. Lo svolgimento di questa casuale attività ritualistica sembra quindi dare una lettura che è, infatti, applicabile a una situazione unica. La spiegazione di Jung era quella che lui chiamava connessione o sincronicità. Cioè semplicemente l’idea che fosse possibile una coincidenza di corrispondenza tra uno stato interno, uno stato psicologico e un evento esterno. Un esempio ovvio di questo è quando si pensa a qualcuno a cui non pensiamo da anni e un’ora dopo, nella posta, troviamo una sua lettera. Jung era affascinato da questo tipo di apparente coordinamento di sfera psichica interiore e mondo esterno, tridimensionale e oggettivo.

Il mio approccio è andato un po’ più in profondità di quello di Jung, in quanto sentivo di aver guardato molti sistemi divinatori con l’idea che stavo guardando delle produzioni di una cultura, produzioni della mente umana che erano in larga misura arbitrarie. Il mio coinvolgimento con l’I Ching mi ha portato molto lentamente e con riluttanza alla conclusione che non si tratta semplicemente del prodotto di una mentalità culturale o della posizione di un particolare popolo in un tempo e in un luogo, ma piuttosto che gli antichi Cinesi avevano in qualche modo acquisito un vantaggio, anche sulla fisica moderna, producendo una teoria sul tempo che poteva realmente e oggettivamente essere correlata alla nostra esperienza. In altre parole, una teoria del tempo molto più simile alla descrizione di un fisico che a quella di uno sciamano. Nella tua introduzione hai fatto riferimento al software Timewave Zero che abbiamo sviluppato. Quello che noi abbiamo fatto è stato semplicemente di formalizzare la nozione di Tao facendo uno studio approfondito della matematica inerente alla struttura della sequenza dell’I Ching.

Vedi, la maggior parte delle persone ha familiarità con il fatto che l’I Ching è composto da esagrammi; gli esagrammi hanno sei linee; possono essere spezzate, possono essere intere. Meno noto è il fatto che vi è una tradizione molto antica, precedente anche alla dinastia Han, di una particolare sequenza come la sequenza corretta. Si chiama sequenza di Re Wen. E mentre tutti gli studiosi hanno concordato che la sequenza di Re Wen è in qualche modo primaria, nessuno ha mai spiegato come fosse stata ordinata.

JM: Intendi, l’ordine degli esagrammi da 1 a 64.

TM: Esatto. Perché il primo esagramma ha tutte le linee intere? Perché il secondo esagramma ha tutte le linee spezzate? E così via, e così via. Ho effettuato un’analisi matematica esaustiva delle proprietà della sequenza di Re Wen e ho raggiunto una serie di conclusioni come, per esempio, che non è una sequenza casuale; è stata costruita molto, molto attentamente, per conservare certi obiettivi matematici. Per esempio, il numero di linee che si spezzano nel passare da un esagramma all’altro è organizzato e controllato in modo tale che alla fine si ha un rapporto di pari a dispari di tre a quattro. Eppure questo si ottiene senza alcuna rottura, un primo ordine di rotture diverse, di magnitudine 5.

JM: Ora, comincio a perdermi ..

TM: Sì, beh… tutto questo significa molto semplicemente che la sequenza di Re Wen è stata costruita da delle menti uguali a quelle dei ricercatori matematici che operano nel mondo di oggi.

JM: Mi ricorda i costruttori dei grandi templi greci che usavano il rettangolo mistico.

TM: Proporzione e simmetria sembrano essere la preoccupazione centrale. Vedi, abbiamo ereditato dalla nostra passione per la filosofia orientale l’idea di Tao. E Tao, in Oriente, è un concetto che precede l’introduzione del buddismo in Cina di molti, molti secoli. Tao è la nozione di flusso, qualcosa che va e viene, un mezzo transitorio che costruisce strutture e le separa secondo la sua dinamica interna. Ora, poiché queste nozioni sono state introdotte in Occidente dai mistici, dai filosofi e da persone con un interesse per la metafisica, non è stato immediatamente capito che una filosofia di questo tipo potrebbe essere un formalismo matematico. Se parliamo di un mezzo che va e viene, parliamo di un fenomeno meccanico-ondulatorio. Ebbene, la scienza occidentale negli ultimi 150 anni ha sviluppato un potente insieme di tecniche per affrontare il fenomeno delle onde.

JM: E a quanto sembra tu suggerisci, quindi, che i 64 esagrammi dell’I Ching, nella loro relazione matematica uno con l’altro del loro movimento sequenziale, descrivono una forma d’onda.

TM: Una forma d’onda che gli esseri umani sperimentano nel mondo come tempo e storia. Vedi, è come nella scienza occidentale, dove siamo abbastanza sicuri che esistano circa 100 elementi fisici della materia.

JM: Esatto, atomi diversi.

TM: Esatto, sono incommensurabili, e sono in qualche modo primari. I Cinesi non hanno guardato al mondo della materia, dell’energia e dello spazio, ma al mondo del tempo e hanno condotto un’analisi molto rigorosa della propria percezione scoprendo con loro stupore che il tempo è effettivamente composto di elementi.

JM: Quindi come noi abbiamo, se posso estrapolare da quello che stai dicendo, la tavola periodica degli elementi nella chimica occidentale, con cui sono definiti non solo gli elementi ma anche la loro relazione, cicli e modelli …

TM: Relazione di legame, esatto.

JM: … come abbiamo famiglie di elementi chimici, abbiamo, in altre parole, famiglie di modi di guardare il tempo…

TM: Ebbene, gli esagrammi sono gli elementi della fisica cinese del tempo. Hanno creato una scienza che rafforza le percezioni primarie che tutti abbiamo, ma per le quali non abbiamo una scienza. Per esempio, sono sicuro che hai notato che ogni giorno è come ogni altro giorno. Tuttavia, sono sicuro che hai anche notato che alcuni giorni sono radicalmente diversi da altri. Ebbene, questa regola di identicità-diversità si applica a tutti i livelli in una gerarchia temporale. I secoli sono un po’ simili tra loro, ma a volte arriva un secolo che è abbastanza anomalo. Questo noi lo chiamiamo “frattale di nidificazione di identicità-diversità”. Questo è un nuovo ramo della matematica; e, molto semplicemente, ciò che i Cinesi scoprirono intorno al 3.000 a. C. era la natura frattale del tempo, come le regole di espressione degli elementi temporali che governano l’ascesa e la caduta delle dinastie governano anche l’ascesa e la caduta degli affari d’amore e degli stati d’animo.

JM: Ora stai descrivendo questo in termini matematici, e vorrei tornare indietro e chiederti di definire il termine frattale, ma sono anche curioso di sapere come tu sembri andare avanti e indietro tra qualcosa di puramente quantitativo e qualcosa di qualitativo.

TM: Questa è la cosa interessante. I Cinesi compresero che questi elementi temporali creavano, in un certo senso, schemi di interferenza l’uno con l’altro, in modo molto simile a come i toni puri prodotti dalle note di una tastiera creano una melodia attraverso la loro interferenza l’uno con l’altro. Quindi, per esempio, se mi trovassi seduto nel risptrante di Adriano a godermi un hamburger, secondo questa teoria ci sarebbe effettivamente una relazione tra questo atto e le campagne dell’imperatore Adriano in Gran Bretagna, prima della caduta dell’Impero Romano.

Questa è la cosa sorprendente che ha capito e di cui si è servito James Joyce nella costruzione delle sue opere letterarie: un uomo, lasciando la sua casa a Dublino in un giorno del 1905 per comprare del rognone da cucinare a pranzo sta, in qualche modo misterioso, ripetendo le peregrinazioni dell’eroe Ulisse intorno al Mediterraneo per tornare dalla sua fedele moglie. Stiamo parlando di allegoria, ma l’allegoria non è mai stata presa seriamente dalla scienza: il ragionamento analogico è stato decisamente declassato nei laboratori importanti. Ma in questo antico modo cinese di guardare le cose, tutto è causato dalle sue risonanze analogiche con eventi passati e futuri che abbiano gli stessi elementi temporali incorporati al loro interno. Ora, è difficile addentrarsi in tutto questo senza ricorrere almeno a grafici e diagrammi, se non a equazioni sconcertanti.

JM: Faccio un passo indietro, perché stiamo parlando molto dell’I Ching, che è “uno” dei sistemi, un sistema molto popolare e profondamente considerato e rispettato, ma ci sono altri sistemi paragonabili: per esempio, l’Astrologia.

TM: Esatto. L’Astrologia è un altro di questi sistemi che cercano di definire le relazioni pre–potenti in natura che possono essere conosciute dall’uomo per facilitare il movimento verso il futuro. Penso che il successo dell’Astrologia sia dato dalla sua persistenza; è, dopo tutto, uno dei più persistenti strumenti intellettuali umani. È stata sviluppata quattro o cinquemila anni fa. Ma penso che ciò che preoccupa gli esseri umani moderni riguardo all’Astrologia, è che si tratta di un sistema meccanicistico… è come un gruppo di ingranaggi e ruote che possono girare tutti a una data velocità e quindi i loro stati finali possono essere predetti.

JM: Allora abbiamo nuovamente a che fare con la natura di cicli nidificati.

TM: Noi abbiamo una forte intuizione del libero arbitrio, ed è per questo che penso che la fisica quantistica, con la sua nozione probabilistica di determinazione, sia così attraente per la mente moderna. Riguardo all’I Ching sono giunto alla conclusione che non è possibile conoscere il futuro, perché se fosse possibile conoscerlo la vita sarebbe un determinismo e il pensiero si separerebbe dal significato, e tanto varrebbe chiudere bottega. Tuttavia, ciò che è possibile sapere sul futuro sono i livelli di novità che gli stati futuri realizzeranno con l’avvento di eventi imprevedibili. Ora, questo è un modo formale per dire che “sappiamo dove la strada va, ma non il panorama”. Penso che, per quanto riguarda il futuro, possiamo sapere dove va la strada ma non sapere quale sarà lo scenario. Le persone che hanno considerato la mia teoria hanno detto: “Ebbene, con queste mappe temporali che il tuo computer disegna, stai cercando di sbarazzarti del futuro”. Ma, di fatto, una mappa del tempo non elimina il futuro più di quanto una mappa del Sud America elimina la necessità di andare lì. Semplicemente permette una migliore gestione della propria destinazione.

JM: Poco fa hai menzionato la fisica quantistica, e nella fisica quantistica c’è un certo numero di nozioni diverse relative al futuro. Una nozione è quella di universi multipli, un’altra è probabilistica e sebbene non possiamo sapere con certezza cosa accadrà, possiamo affermare con differenti probabilità quali siano le possibilità. Come si collega questo alla tua visione del tempo e del futuro?

TM: Ebbene, penso che a livello macro-fisico le cose siano piuttosto rigidamente determinate con l’eccezione per gli organismi viventi. Quindi, la mia interpretazione di ciò che è la biologia e di come si relaziona alla fisica quantistica e al tempo è, in realtà, che i sistemi biologici sono amplificatori di indeterminazioni quantistico-meccaniche. Sono un modo di prendere il pizzico di indeterminatezza che esiste a livello micro-fisico e indurlo in una sorta di precipitato macro-fisico che è la vita, la coscienza e l’auto-riflessione.

JM: E tu questo lo vedi descritto nell’I Ching?

TM: Sì, penso che l’I Ching sia un sistema di modellazione astratto di scomposizione fino ai suoi elementi più semplici per poi vedere come funziona. Ora, siamo abituati a pensare alla scienza come un progresso lineare dal lontano passato al presente. Quello che io sto suggerendo è che, almeno in termini di tempo, i Cinesi del periodo pre-Han avevano una nozione del tempo molto più vera e formalmente applicabile di quella che noi stessi abbiamo. Abbiamo fallito nel nostro sforzo di assimilare il tempo nella nostra fisica a causa della nostra ossessione per la materia e la liberazione dell’energia.

JM: Ci sono alcuni studiosi che suggeriscono che il popolo africano degli Yoruba, il cui sistema di divinazione si chiama Ifa, che ha un ciclo, credo, di 244 o 264 vari miti e storie, è ancora più sofisticato dell’I Ching. Hai indagato su questo?

TM: Ho indagato. Ciò che rende l’I Ching così potente, secondo me, è che sembra essere in un’esatta analogia con il meccanismo del DNA. Ci sono 64 codoni che codificano per gli amminoacidi nel DNA e ci sono 64 esagrammi; ci sono 8 esagrammi primari e ci sono 8 amminoacidi indispensabili. Secondo me l’I Ching è veramente la migliore possibilità per l’umanità, perché ha un riflesso nella matrice biologica da cui è emersa la coscienza.

JM: In altre parole, i vari sistemi antichi di divinazione possono tutti riflettere lo sforzo degli esseri umani verso quest… verso una comprensione intuitiva della natura ciclica del tempo e del rapporto tra la mente e lo scorrere del tempo, e l’I Ching potrebbe aver centrato il bersaglio meglio degli altri.

TM: Beh, è come osservare una descrizione del XVII secolo del moto dei pianeti o una descrizione del XX secolo; ci sono miglioramenti fondamentali, ma, sì, penso che l’I Ching rappresenti una percezione primaria dell’organizzazione della mente, del tempo e della materia. E ti dirò anche in qual modo penso che abbia un vantaggio. Credo, in sostanza, che ci sia una tradizione nell’Asia centrale delle cosiddette tecniche per “fermare il cuore”. Queste sono tecniche in cui le funzioni vitali sono soppresse: la respirazione diventa minima, tutti gli input esterni sono sospesi, per cui penso che i saggi cinesi che praticavano questa forma di meditazione abbiano notato un flusso al centro dell’immobilità, e lo hanno chiamato Tao dandone una descrizione fenomenologica, non sapendo se fosse fisica, fisiologia o una divinità.

E non si sono espressi con pre-giudizio. Hanno semplicemente dato una descrizione fenomenologica del flusso trascendentale incontrato in stati di profonda estasi yogica. Ora si scopre che questa è la tecnica perfetta per studiare il tempo. Il tempo non è un fenomeno per il quale costruire macchine di otto chilometri di diametro che costano miliardi di dollari. Il tempo è un fenomeno da studiare andando a cena, forse, o vivendo delle relazioni d’amore, o guardando il passare delle stagioni, attività molto più umili rispetto alla nostra visione del saggio taoista piuttosto che dello scienziato dal camice bianco di quell’attuale religione mondiale che è la scienza. Quindi, in realtà, penso che si sia trattato di un coinvolgimento fisiologico e all’interno dell’esperienza umana.

JM: In altre parole, il laboratorio per studiare il tempo non sarebbe tanto nei nostri osservatori o nei nostri sistemi di orologi al quarzo, ma guardando dentro di noi, osservando il nostro organismo.

TM: Esattamente così. E riguardo al funzionamento della nostra psicologia, secondo me il più grande commentatore del tempo del ventesimo secolo, dopo Albert Einstein, dovrebbe certamente essere Marcel Proust. Proust ha capito molto sul tempo che sperimentiamo, ed è stato in grado di comunicarlo, più di qualsiasi altra persona vissuta prima. E ciò sta dentro i confini di quello che la maggior parte delle persone considera una produzione letteraria piuttosto effemminata ed elitaria.

JM: “La strada di Swann”?

TM: L’insieme di “Alla ricerca del tempo perduto“.

JM: Ebbene, non l’ho letto, quindi qui brancolo nel buio. Abbiamo ancora cinque minuti, potresti riassumere questo punto o approfondirlo un poco?

TM: Penso che il punto che stiamo cercando di sottolineare e che mi ha coinvolto negli ultimi anni, è che una revisione del tempo potrebbe placare gran parte di quella che viene chiamata l’ansia moderna. Inoltre, noi abbiamo limitato le categorie che eravamo disposti a considerare nell’affrontare questo problema, dobbiamo inginocchiarci agli antichi Cinesi e apprendere da loro in questa materia. L’I Ching, come sistema divinatorio di grande antichità, riflette le dinamiche del nostro materiale genetico, e inoltre, anche se non l’ho menzionato questa sera, ha anche profonde proprietà calendaristiche: può essere usato per tenere traccia del tempo e pone le basi per una comprensione di questo curioso fenomeno chiamato sincronicità, l’intreccio casuale di eventi psichici interiori ed eventi esteriori nel mondo reale. Pone le basi per comprendere l’unità di noi stessi con il mondo reale il cui discernimento è reso difficoltoso dal nostro attuale approccio.

JM: Quindi, Carl Jung, il grande psichiatra svizzero che ha scritto – tra l’altro – la prefazione al Libro dell’I Ching di Richard Wilhelm e che ha postulato la teoria della sincronicità, in realtà non ne ha fornito alcun meccanismo. Ha semplicemente detto che funziona in quel modo, cioè che la mente sembra essere collegata a questi eventi, trovando enorme beneficio terapeutico da quella comprensione. Quello che tu stai suggerendo è che il meccanismo potenziale dietro la nozione junghiana di sincronicità ha a che fare con la struttura del tempo stesso, e stai suggerendo, quindi, che la mente umana, proprio a questo livello profondo che i saggi hanno scoperto fermando le loro funzioni fisiologiche, che la mente ha una struttura parallela, una struttura isomorfica.

TM: Questo è esattamente il punto centrale: la mente emerge dalla materia. È per questo che l’I Ching lavora in entrambi i mondi: uno è il riflesso dell’altro. La chiave per guarire questo apparente dualismo sta nello studio della meccanica temporale indicata dall’I Ching. E credo che l’abbiamo fatto, formalmente, in modo matematico.

JM: Terence Mckenna, stai provocatoriamente presumendo che l’I Ching, che alcuni vedono come una religione e altri considerano una superstizione, è in realtà una scienza. E, mi sembra di capire che il vostro software Timewave Zero si propone di dimostralo.

TM: Crediamo che lo dimostri. Naturalmente, alla fine, spetterà ai nostri colleghi giudicare il valore del nostro… caso.

JM: Terence è stato un piacere. Grazie mille per essere stato con noi.

TM: È stato un piacere essere qui, Jeffrey, e parlarne con te. Non è un argomento facile, credimi.––

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Fonte originale: video …. https://www.youtube.com/watch?v=Fxrt4IraHEo
Trascrizione … https://www.asktmk.com/talks/Time+and+the+I+Ching
Traduzione dalla trascrizione: Paola

Chi non traduce rinuncia a pensare, L. Canfora (da Corriere della Sera, 2013)

Tradurre è la più vitale delle attività umane. Il cammino della civiltà è una incessante traduzione. Lo capì, ad esempio, un greco d’Asia, che si chiamava Erodoto, il quale vide quanto dal mondo religioso egizio fosse passato nel pantheon greco. I popoli che non traducono, in propria lingua, la civiltà (letteraria, artistica, filosofica, religiosa, scientifica) degli altri o diventano pericolosi o, se non possono essere aggressivi, si condannano al sottosviluppo. Prima o poi se ne renderà conto (al di là dell’attuale suo euforico monolinguismo) il mondo anglosassone, nonostante la forza economico-militare con cui impone agli altri il proprio idioma. Cioè il proprio modello.

Ad Alessandria, nel III secolo a.C. convergevano le culture del mondo conosciuto e schiere di traduttori furono all’opera, come narra un bene informato dotto bizantino, per tradurre da ogni idioma in greco. Non si comprenderebbe la portata di quell’immenso fenomeno che fu l’Ellenismo — in cui si collocano le grandi «letterature di traduzione», da quella latina a quella araba — se non si tenesse conto dell’autentico «dialogo del genere umano» che è, da sempre, il tradurre. E non è un caso che «l’unità del genere umano» e la visione della Terra come «patria comune di tutti gli uomini» fossero i capisaldi delle principali filosofie ellenistiche, quantunque tra loro contrapposte su altri piani.

Almeno dall’Umanesimo in avanti, il tradurre fu pratica fondativa e formativa non più solo nel contatto vivente tra «mondi» concomitanti e persino rivali, bensì, e in pari misura, verso i «mondi» del passato: cioè verso gli antichi e il formidabile loro lascito scritto, scampato all’usura del tempo. L’Umanesimo divenne moderno interrogando, e perciò traducendo, gli antichi greci e romani. Una interrogazione, tutt’altro che tranquilla e passiva, temprata nell’esercizio del comprendere a fondo ciò che l’attività di copia, sulla scala dei millenni, aveva portato a salvazione. Fu quella una interrogazione che, avendo generato e nutrito il Principe e i Discorsi del Machiavelli, il Novum Organum di Bacone e il Sidereus Nuncius di Galilei, può considerarsi a buon diritto l’architrave della modernità. Che ci riguarda tuttora, direttamente.

Un tale imponente fenomeno non si sarebbe dato senza lo sforzo di attrezzarsi a comprendere — cioè a tradurre — quegli antichi nostri interlocutori.

Ma dove nasceva la difficoltà? Non solo nella profondità del pensiero di cui appropriarsi, ma soprattutto nella lontananza. Ed è appunto tale lontananza che fece e fa tuttora di quell’esercizio, di quello sforzo di interrogazione, un cantiere sempre aperto, sempre provvisorio, sempre passibile di prospettive prima non viste. La lontananza infatti comporta che quel lavorio sempre provvisorio del tradurre, consistente nel «colmare i silenzi del testo» (per dirla con Ortega y Gasset), divenga — proprio in ragione della distanza epocale — di gran lunga più arduo e soggettivo che nel tradurre da un contemporaneo. Il quale condivide o combatte le nostre stesse passioni e convinzioni, ha con noi necessariamente tanti presupposti in comune, e perciò, pur in altro idioma, parla non di rado il nostro linguaggio. «Non si può comprendere fino in fondo quella stupenda realtà che è il linguaggio — scriveva Ortega — se non si parte dalla consapevolezza che la lingua è fatta soprattutto di silenzi. Un essere che non fosse capace di rinunciare a dire molte cose sarebbe incapace di parlare. Ogni lingua è una equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi». E prosegue: «Ogni popolo tace alcune cose per poterne dire altre. Perché sarebbe impossibile dire tutto. Da questo deriva l’enorme difficoltà della traduzione: essa consiste nel dire in una lingua proprio ciò che l’altra tende a tacere. Ma allo stesso tempo si intravede quell’aspetto del tradurre che può costituire una magnifica impresa: la rivelazione dei mutui segreti che popoli ed epoche si nascondono reciprocamente». E perciò egli conclude il saggio, felicemente intitolato Miseria e splendore della traduzione, con le parole di Goethe: «Ciò che è umano è vissuto completamente soltanto da tutti gli uomini nel loro insieme».

In questa straordinaria sintomatologia e diagnosi dell’atto del tradurre è racchiusa la spiegazione di ciò che vediamo così spesso sfuggire alla miopia utilitaristica dei falsi riformatori, da sempre protesi a scacciare «l’aoristo passivo» (vedi Andrea Ichino, «Corriere», 21 ottobre) dal Liceo: cioè dalla scuola più completa e perciò davvero utile.

Non sarà sfuggito quel cenno di Ortega a «popoli ed epoche». Lo sforzo di tradurre gli antichi, infatti, è quello che comporta il massimo di capacità intuitiva. Chi ha avuto, o per avventura tuttora conserva, una qualche familiarità col patrimonio scritto greco-latino, sa quanto il valore del singolo termine (spesso polisemico e passibile persino di sfumature opposte di senso) si chiarisca solo se si è prodotta l’intuizione di ciò che l’intera frase significhi. E per converso la frase prenderà piena luce soprattutto dalla comprensione delle parole principali che la compongono. È in questa circolarità che si produce il salto verso la comprensione- intuizione. È in questa circolarità che si comprende cos’è il conoscere. È grazie a questa circolarità che si approda al sapere scientifico. In questo senso un promettente linguista approdato alla militanza politica, Antonio Gramsci, scrisse nei Quaderni del carcere che si studia il latino non già per imparare a parlare latino ma per imparare a studiare.

Chi ebbe la felice opportunità di cimentarsi nella comprensione del lascito scritto di quei remoti nostri interlocutori sa che un siffatto processo interpretativo non è mai dato una volta per tutte. Ovviamente è proprio nel cimento scolastico che si mette in moto quel processo. Nel suo nascere e man mano affinarsi nella testa degli scolari esso ha efficacia, forse incomparabile, per il continuo trapassare dall’intuizione alla sintesi. A questo «serve» il tradurre gli antichi a scuola.

Fonte originale: http://lettura.corriere.it/chi-non-traduce-rinuncia-a-pensare/

Addomesticare le emozioni distruttive, intervista a D. Goleman (da Innernet, 2008)

La meditazione può cambiare il cervello? Daniel Goleman, autore del best seller Intelligenza emotiva, dà delle risposte sorprendenti. Recenti ricerche ci dicono che il cervello è estremamente plastico, a patto che attraversiamo esperienze sistematiche e ripetute; in questo senso le pratiche meditative sembrano le migliori per trasformare le emozioni distruttive.

Nel suo libro Emozioni Distruttive, in collaborazione con il Dalai Lama, riporta le ricerche sul cervello e sulla meditazione e suggerisce una via per lavorare sulle emozioni distruttive.

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Nel tuo nuovo libro, Emozioni distruttive, scrivi che “riconoscere e trasformare le emozioni distruttive è il cuore della pratica spirituale”. Puoi dirci cosa intendi con “emozioni distruttive”?

Daniel Goleman: Esistono due punti di vista: uno orientale, l’altro occidentale. Secondo il punto di vista occidentale – quello della scienza e della filosofia moderne – le emozioni distruttive sono quelle che provocano un danno a se stessi o agli altri. E “danno”, qui, è inteso nel senso più ovvio: fisico, affettivo, sociale. Il punto di vista orientale è più sottile. La concezione buddista, così come è emersa dalle conversazioni con il Dalai Lama alla conferenza intitolata “Mind and Life” nel marzo 2000, è che le emozioni distruttive sono quelle che disturbano il proprio equilibrio interiore, mentre quelle sane favoriscono l’equilibrio della mente. (continua)

Articolo completo: http://www.innernet.it/addomesticare-le-emozioni-distruttive/