Il neo del creatore, M. Gleiser (Libro)

Il neo del creatore – L’imperfezione nascosta nel miracolo della vita, Marcelo Gleiser – Ed. Rizzoli

La perfezione e l’imperfezione sono in realtà soltanto modi del pensare – Baruch Spinoza

Dall’introduzione

Questo libro è stato scritto per chiunque sia interessato al modo in cui le incredibili scoperte della scienza incidono sulla nostra visione del mondo e danno forma alla nostra cultura. Per illustrare i concetti scientifici, ovunque sia possibile ho fatto ricorso ad analogie e metafore, evitando formule o equazioni di qualsiasi genere. Mi sono rigorosamente astenuto dall’impiego di termini tecnici e quando li ho utilizzati ne ho spiegato il significato mentre li introducevo.

Tuttavia, poichè il testo tratta delle idee più moderne nei campi della cosmologia, della fisica delle particelle, della biologia e dell’astrobiologia, a volte la lettura potrebbe risultare impegnativa. Se vi capitasse, non lasciatevi scoraggiare, saltate il paragrafo o il capitolo e proseguite.

Il libro si divide in cinque parti e dovrebbero tutti cominciare dalla Parte prima, “Unicità”. Se però, inizialmente, dovreste essere riluttanti a immergervi nella scienza, potete saltare alla Parte quinta, “L’asimmetria dell’esistenza”. La mia speranza è che da lì tornerete indietro per leggere le Parti seconda, terza e quarta, e colmare le lacune. Queste sezioni centrali introducono alla magnifica scienza che tenta di descrivere le origini rispettivamente dell’universo, della materia e della vita, sottolineando il ruolo delle asimmetrie e delle imperfezioni in ciascuno dei tre ambiti: dal multiverso al Big Bang; dal Big Bang agli atomi; dagli atomi alle cellule; dalle cellule agli esseri umani e dagli esseri umani alla vita extraterrestre.

Indice – I. Unicità – II. L’asimmetria del tempo – III. L’asimmetria della materia – IV. L’asimmetria della vita – V. L’asimmetria dell’esistenza

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Marcelo Gleiser – (Rio de Janeiro, 19 marzo 1959) è un fisico, astronomo e filosofo brasiliano. Attualmente è docente di Fisica e Astronomia presso il Dartmouth College di Hanover (New Hampshire) e conosciuto negli USA per i suoi insegnamenti e la ricerca scientifica mentre in Brasile è più popolare per i suoi articoli divulgativi pubblicati nel giornale Folha de Sao Paulo, uno dei più diffusi quotidiani nazionali. [Wikipedia]

Allegro ma non troppo, C. M. Cipolla (Libro)

Allegro ma non troppo – Le leggi fondamentali della stupidità umana, Carlo M. Cipolla – Ed. Il Mulino, 1988

Dall’introduzione

La vita è una cosa seria, molto spesso tragica, qualche volta comica. I Greci dell’età classica avvertivano profondamente e coltivavano il senso tragico della vita. I Romani, in genere più pratici, non ne facevano una tragedia ma considervano la vita una cosa seria: di conseguenza, tra le qualità umane apprezzavano in modo particolare la gravitas e tenevano in poco conto la levitas.

Cosa sia il tragico non è difficile nè da capire nè da definire, e se a un Tizio gira per la testa di apparire come una figura tragica non gli è difficile riuscirvi anche se Madre Natura non ha già provveduto alla bisogna. La serietà è pure una qualità relativamente facile da capire, da definire e per certi versi da praticare. Quel che è difficile da definire e che non a tutti è dato percepire e apprezzare è il comico. E l’umorismo che consiste nella capacità di intendere, apprezzare ed esprimere il comico è una dote piuttosto rara tra gli esseri umani.

Intendiamoci: l’umorismo grossolano, facilone, volgare, prefabbricato (=barzelletta) è alla portata di molti, ma non è il vero umorismo. È un travestimento dell’umorismo. Il termine umorismo deriva dal termine “umore” e si riferisce a una sottile e felice disposizione mentale di equilibrio psicologico e di benessere fisiologico. Schiere di scrittori, filosofi, epistemologi, linguisti hanno ripetutamente tentato di definire e spiegare l’umorismo. Ma dare una definizione dell’umorismo è cosa difficile per non dire impossibile. Tanto è vero che se una battuta umoristica non è percepita come tale dall’interlocutore è praticamente inutile, se non addiritttura controproducente, cercare di spiegargliela.

Chiaramente l’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà. Ma è anche molto di più. Anzitutto, come scrissero Devoto e Oli, l’umorismo non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana. Inoltre l’umorismo implica la percezione istintiva del momento e del luogo in cui può essere espresso. Fare dell’umorismo sulla precarietà della vita umana al capezzale di un moribondo non è umorismo. D’altra parte quando quel gentiluomo francese che saliva i gradini che lo portavano alla ghigliottina, avendo inciampato in uno dei gradini, rivolgendosi alle guardie esclamò: “dicono che inciampare porti sfortuna”, quel gentiluomo meritava certamente che la sua testa venisse risparmiata.

L’umorismo è così intimamente legato alla scelta accurata e specifica dell’espressione verbale in cui viene prodotto che difficilmente si riesce a tradurlo da una lingua a un’altra. Il che anche significa che è così permeato dei caratteri della cultura in cui viene prodotto che riesce sovente del tutto incomprensibile quando travasato in un ambiente culturale diverso.

L’umorismo va distinto dall’ironia. Quando si fa dell’ironia si ride degli altri. Quando si fa dell’umorismo si ride con gli altri. L’ironia ingenera tensioni e conflitti. L’umorismo quando usato nella misura giusta e nel momento giusto (e se non è usato nella misura giusta e nel momento giusto non è umorismo) è il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane.

È mia profonda convinzione, quindi, che ogniqualvolta si presenti l’occasione di praticare dell’umorismo, sia un dovere sociale far sì che tale occasione non vada perduta. Da questa banale considerazione nacquero i due saggi che seguono. Furono originariamente pubblicati anni addietro (rispettivamente nel 1973 e nel 1976) in lingua inglese e in edizione ristretta riservata per i soli amici. I due saggi ebbero però un insperato successo e mentre talune persone cercarono di procurarsene copia tramite amici o conoscenti, altri più intraprendenti ne fecero copie xero-grafiche o addirittura manoscritte che circolarono più o meno clandestinamente. Il fenomeno assunse proporzioni tali che l’editrice il Mulino e il sottoscritto finalmente decisero di procedere a una edizione ufficiale e pubblica che qui si presenta non priva di sostanziali revisioni rispetto alla prima edizione semi-clandestina.

Nell’occasione di questa edizione ufficiale sento il dovere di fare due precisazioni. Nel saggio sul pepe, il lettore non farà fatica a cogliere qualche puntata ironica. Ma spero mi si conceda che si tratta di ironia bonaria e paciosa, tale da non distanziarsi molto – almeno così mi auguro – dall’umorismo.

Quanto al saggio sulla stupidità umana non è nè più nè meno che quella che gli eruditi settecenteschi avrebbero chiamata “una spiritosa invenzione”. Di fatto il saggio non ha alcuna attinenza con la mia vita personale. Peccherei gravemente di ingratitudine contro i fati che sino a ora hanno presieduto al corso della mia vita se non confessassi di essere stato, nei miei rapporti umani, un essere straordinariamente fortunato nel senso che la stragrande maggioranza delle persone con cui venni in contatto furono di regola persone generose, buone e intelligenti. Spero che leggendo questo pagine non si convincano che lo stupido sono io.—

Carlo M. Cipolla – (1922-2000) è stato uno storico italiano specializzato in storia economica. Ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti. Nelle pubblicazioni viene abitualmente nominato come Carlo M. Cipolla a seguito dell’invenzione, da parte sua, di un inesistente secondo nome, che viene solitamente interpretato, in maniera erronea, come Maria. [Wikipedia]

Sette consigli agli abitanti della Terra del 2088, K. Vonnegut

Sette consigli agli abitanti della Terra del 2088, Kurt Vonnegut [da Chronicles from the Holocene Blogspot, 2014]

Nel 1988 la Volkswagen, come parte di una campagna pubblicitaria su Time Magazine, chiese ad un certo numero di influenti pensatori di scrivere una lettera aperta agli abitanti della Terra del 2088, esattamente cent’anni dopo. La lettera che segue è di Kurt Vonnegut, tra coloro i quali risposero positivamente all’appello. (…)
(Un’altra lettera di Vonnegut, piena di imperdibili consigli a dei giovani studenti, può essere letta qui).

Vonnegut esamina con innegabile anticipo quelli che sono dei temi attualissimi: la preoccupazione per il destino del pianeta, il disinteresse verso questo destino che hanno alcune aree della società e la volontà di cambiare le cose. Come comportarsi, una volta che ci si è assunta la responsabilità di agire?

“Signori e Signore del 2088,

“Ci è stato suggerito che voi potreste apprezzare delle parole sagge provenienti dal passato, e che molti di noi del ventesimo secolo avremmo dovuto mandarvele. Conoscete il consiglio di Polonio nell’Amleto di Shakespeare: “Questo sopratutto: sii sincero verso te stesso”? Oppure che dire delle istruzioni da parte del Divino San Giovanni: “Abbi timore di Dio e rendigli Gloria; per il momento in cui il Suo giudizio arriverà.” Il miglior consiglio da parte della mia era per voi o per chiunque in qualunque tempo, credo, è una preghiera usata in principio dagli ex-alcolisti che sperano di non toccare mai più il bicchiere: “Dio mi ha dato la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso, e la saggezza per conoscere la differenza tra le due.”

“Il nostro secolo non è stato così liberale con la saggezza come alcuni altri, ed io penso che sia perché siamo stati i primi a poter ottenere informazioni affidabili sulla situazione dell’uomo: quanti di noi c’erano, quanto cibo potevamo coltivare o raccogliere, quanto velocemente ci stavamo riproducendo, cosa ci faceva ammalare, cosa ci faceva morire, quanti danni stavamo facendo all’aria e all’acqua e al suolo su cui la maggior parte delle forme di vita dipendeva, quanto violenta e senza cuore la natura può essere, e così via. Come potevamo diventare saggi con così tante brutte notizie che si accumulavano?

“Per me, la notizia più paralizzante è stata che la Natura non è conservazionista. Non aveva bisogno di nessun aiuto da parte nostra per smontare il pianeta e rimetterlo a posto in una maniera diversa, non necessariamente migliorandolo dal punto di vista degli esseri viventi. Dava fuoco alle foreste con i fulmini. Ricopriva vasti tratti di terra arabile con la lava, che non poteva supportare la vita meglio di quanto lo farebbe un parcheggio in una grande città. Nel passato aveva permesso la discesa dei ghiacciai giù dal Polo Nord macinando vaste porzioni dell’Asia, dell’Europa e del Nord America. Ne c’è una qualche ragione per cui non potrebbe rifarlo un giorno o l’altro. In questo momento sta trasformando le fattorie Africane in deserto, e si può prevedere che scaglierà maremoti o piogge di meteoriti dallo spazio in ogni momento. Non ha solo sterminato specie squisitamente evolute in un batter di ciglia, ma anche ha asciugato oceani e affogato continenti. Se le persone pensano che la Natura sia loro amica, allora non hanno bisogno sicuramente di una nemica.

“Sì, e come voi, persone che vivono a cent’anni da noi, dovreste sapere molto bene, e come i vostri nipoti sapranno ancora meglio: la Natura è  spietata quando si tratta di far corrispondere la quantità di vita in ogni posto e  in ogni momento alla quantità di cibo disponibile.

“Così, cosa avete fatto voi e la Natura per il sovrappopolamento? Qui nel 1988, ci stiamo vedendo come una sorta di nuova glaciazione, dal sangue caldo e intelligente, implacabile, sul punto di divorare avidamente tutto e poi far l’amore- per raddoppiare nuovamente di dimensione.In seconda istanza, non sono sicuro di poter sopportare di sentire cosa voi e la Natura abbiate potuto fare per lo squilibrio troppe persone – poca disponibilità di cibo. E qui vi propongo un’idea un po’ pazza: è possibile che ci siamo puntati contro missili con testate nucleari all’idrogeno, pronti al lancio, in modo da distoglierci la mente dal problema più profondo -quanto crudelmente possiamo aspettarci che la Natura ci tratti, la Natura essendo la Natura, nel futuro prossimo?

“Ora che possiamo discutere il caos in cui ci troviamo con un po’ di precisione, spero che voi abbiate smesso di scegliere degli ottimisti atrocemente ignoranti come vostri leader. Essi sono stati utili fino a quando nessuno aveva idea di ciò che stava succedendo, durante i passati sette milioni di anni. Nel mio tempo essi sono stati catastrofici come capi di sofisticate istituzioni con del vero lavoro da svolgere.

“Il tipo di leader di cui abbiamo bisogno non è quello che promette la sconfitta finale della Natura attraverso la perseveranza nel vivere come viviamo al giorno d’oggi, ma quelli con il coraggio e l’intelligenza di presentare al mondo un’austera ma ragionevole resa alla Natura:

  1. Riducete e stabilizzate la popolazione
  2. Basta con l’inquinamento di aria, acqua e suolo
  3. Basta prepararsi alla guerra e iniziate ad occuparvi dei veri problemi
  4. Insegnate ai vostri bambini, e anche a voi stessi, mentre lo fate, come abitare un piccolo pianeta senza ucciderlo
  5. Smettete di pensare che la scienza possa sistemare tutto se le fornite un trilione di dollari
  6. Smettete di pensare che i vostri nipoti staranno bene, non importa quanto spreconi o distruttivi voi siate, dal momento che potranno andare su un nuovo e bel pianeta su una navicella spaziale. Questo è veramente meschino, e stupido
  7. E così via. O ancora.

“Sono troppo pessimista sulla vita tra cent’anni? Forse ho speso troppo tempo con scienziati e poco con chi scrive i discorsi ai politici. Per quello che so, anche i portaborse avranno i propri elicotteri e i propri razzi personali nel 2088. Nessuno dovrà lasciare casa propria per andare al lavoro o  a scuola, o fermarsi per guardare la televisione. Tutti siederanno tutto il giorno schiacciando le chiavi di un computer connesso a tutto quanto ci sia, e berranno aranciata con le cannucce come gli astronauti.”

Saluti,

Kurt Vonnegut

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Fonte originale: http://chroniclesfromtheholocene.blogspot.com/2014/05/7-consigli-di-kurt-vonnegut-agli.html

Quando essere vecchi significava saggezza, U. Galimberti

Quando essere vecchi significava saggezza, Umberto Galimberti [ da La Repubblica, 29/02/2008]

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La vecchiaia non è solo un destino biologico, ma anche storico-culturale. Quando il tempo era ciclico e ogni anno il ritmo delle stagioni ripeteva se stesso, chi aveva visto di più sapeva di più. Per questo “conoscere è ricordare”, come annota Platone nel Menone, e il vecchio, nell’accumulo del suo ricordo, era ricco di conoscenza. Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante. Per questo Max Weber già nel 1919 annotava: “A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi”. Per questo la vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni che qui proviamo ad elencare.

La prima è tra l’Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione, si crea quella seconda destrutturazione tra l’Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l’affettività. Nel vecchio, infatti, l’amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con “amore” qui intendo eros e sessualità, di cui c’è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa il loro Io dalla pulsione d’amore. Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l’inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio. Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo: “Onora la faccia del vecchio”, perché se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hillman può scrivere che, per il bene dell’umanità, “bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità” perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte.

A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è: il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all’inutilità, e l’inutilità all’attesa della morte. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenìa. La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia. Se smascheriamo il mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del “carattere” e quella dell’”amore”.

La prima ce la segnala Hillman ne La forza del carattere: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama “faccia” perché la “faccio” proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato. E poi l’amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell’età, non cerca ripari, non si rifugia nella “giovinezza interiore” che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla “sacra carne del vecchio” che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. “L’eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso”. Una sessualità totale succede alla sessualità genitale. Qui si annida il segreto dell’età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire.

Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.—

Un venditore può essere uno stoico?, M. Pigliucci

Un venditore può essere uno stoico?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog How to be a stoic ]

D. scrive: “Come dovrebbe comportarsi eticamente chi pratica lo stoicismo se il suo lavoro implica la retorica, il persuadere gli altri e il vendere, come per esempio un venditore, un pubblicitario, ecc.? E lo stesso vale anche per chi scrive delle richieste di sovvenzioni, per gli avvocati e così via.”

Massimo Pigliucci – Questa è davvero una bella domanda, e penso che vi sia una risposta generale, anche se possono esserci differenze significative su come implementarla tra i professionisti elencati e altri che potrebbero rientrare nella stessa categoria generale.

Il modo più ovvio di affrontarla è attraverso l’etica dei ruoli di Epitteto, come l’ha brillantemente presentata il mio amico Brian Johnson nel suo libro “The role ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life”[1] che ho illustrato in una serie di sei articoli su questo blog [2]. Come puoi ricordare, Epitteto distingue tra i ruoli dati dal caso e dalle circostante (p.e., essere figlio di qualcuno), i ruoli che si scelgono (p.e., la carriera) e il nostro ruolo fondamentale di membri dell’umanità. Consideriamo:

“… Perché, per ogni cosa che facciamo, se non la riferiamo a uno scopo, agiremo a vanvera… Orbene, ci sono due scopi ai quali riferirsi, uno comune a tutti e uno proprio di ciascuno. Innanzitutto, si deve agire da uomini. E ciò, che cosa comporta? Non si deve agire come pecore, per quanto con mitezza, o in modo dannoso, come animali selvaggi. Lo scopo proprio di ciascuno riguarda il tipo di vita di ciascuno e la sua scelta morale. Il suonatore di cetra deve comportarsi come un suonatore di cetra, il carpentiere come un carpentiere, il filosofo come un filosofo, il retore come un retore.” – Epitteto, Diatribe III, 23, 3-5 [3]

Lo scopo “comune” citato sopra è quello che si applica a tutti gli esseri umani in quanto esseri umani. lo scopo “proprio” è quello che si applica al nostro specifico ruolo. Se sei un suonatore di cetra devi esercitarti, prenderti cura del tuo strumento e suonarlo al meglio. Se sei un filosofo devi lavorare con la tue capacità intellettuali e usarle aiutando gli altri a vivere una vita migliore e più significativa. (Nota: sfortunatamente, ciò non è il genere di cose che apprenderai nella maggior parte dei moderni dipartimenti di filosofia, ma questa è un’altra storia.)

Allora, una prima risposta alla tua domanda è che un venditore, un pubblicitario, un avvocato e così via, devono fare quello che i venditori, i pubblicitari e gli avvocati fanno. Vale a dire che se si sceglie una di queste professioni, il modo stoico di fare è di esercitarla bene.

Così dovrebbe essere, a meno che il tuo ruolo specifico nella tua professione entri in conflitto con il ruolo più ampio di essere umano. Come dice Epitteto, non si deve voler agire a casaccio, come una pecora, o distruttivamente, come un animale selvatico. Ciò significa che se il tuo lavoro ti chiede qualcosa che tu sai che non è etico ed è in conflitto con il benessere dell’umanità, allora non devi farlo. Il tuo ruolo come cittadino del mondo surclassa ogni altro ruolo che tu possa interpretare. Perché?

Perché:

“… sei cittadino del mondo e parte di esso, non una delle parti destinate a servire, ma una delle parti principali; sei, infatti, in grado di comprendere l’ordinamento divino del mondo e di meditare su quel che ne consegue. Ora, in che cosa consiste il ruolo di cittadino? Nel non avere nessun utile personale, nel non deliberare su niente come se si fosse indipendenti, ma come farebbero la mano o il piede se avessero la capacità di ragionare e di comprendere l’ordinamento della natura; e certo non avrebbero né impulsi né desideri altrimenti che rapportandoli al tutto.” – Epitteto, Diatribe II, 10, 3-4 [3]

In senso moderno l’“ordinamento divino” citato sopra può essere semplicemente inteso come ciò che ragione e giustizia richiedono, senza particolari accenti metafisici. Quindi, finora abbiamo l’idea che qualunque cosa uno faccia, dal punto di vista stoico il modo è farla bene, con integrità. Inoltre, è imposto un limite dato dal nostro più ampio dovere verso l’umanità stessa. In pratica, come potremmo imbatterci in questo limite?

Prendiamo un venditore, per esempio un venditore di automobili. Rientra nei confini stoici quando fa del suo meglio per vendere quante più auto possibili a potenziali clienti, perché questo è il ruolo di un venditore d’automobili. Ma supponiamo un contesto dove lui è in realtà consapevole che una certa auto usata ha dei difetti che il suo datore di lavoro gli ha chiesto di non rivelare, così da piazzarla in fretta e liberarsene. Qui è dove il suo dovere verso l’umanità in generale si palesa: se procede con la vendita commetterebbe un’ingiustizia verso un altro essere umano, così – stoicamente parlando – dovrebbe cortesemente rifiutarsi. Fino al punto di essere ripreso o di perdere il lavoro.

Questa è un’improba impresa per la maggior parte di noi, ma nessuno ha detto che praticare con coerenza lo Stoicismo sia cosa facile. (Direi anche che praticare una qualsiasi filosofia o religione coerentemente – compreso il Cristianesimo o il Buddismo – non sia facile.) Gli Stoici riconoscono che nessuno di noi è un saggio, e che immancabilmente non saremo all’altezza dell’ideale. Ecco come Epitteto si esprime:

“Considera a che prezzo vendi la tua scelta morale di fondo; se proprio devi venderla, uomo, almeno non venderla a basso prezzo.” – Epitteto I, 2, 33 [3]

L’idea è che dovremmo sforzarci di fare il nostro meglio e allo stesso tempo riconoscere che abbiamo dei limiti. Per esempio, tornando al nostro venditore d’auto, potrebbe non voler contrastare la richiesta del suo capo perché ha una famiglia da mantenere e non può permettersi di perdere il proprio lavoro. Questo è un compromesso comprensibile ma forse potrebbe attuare una strategia alternativa: potrebbe essere di proposito meno convincente per quelle auto che lui sa essere delle carrette, così da minare sottilmente la richiesta non etica del suo capo; e nel contempo potrebbe cercarsi un altro lavoro dove la sua integrità non viene compromessa e così mantenere la sua famiglia.

Come pensiero finale, nota che questo tipo di situazione richiama l’applicazione di tutte e quattro le virtù cardinali: il coraggio di resistere alle richieste non etiche del tuo capo; il senso di giustizia che ti permette di riconoscere che non stai interpretando il tuo ruolo di cittadino del mondo al meglio; temperanza nel rispondere al tuo capo, dato che ci sono altre cose da considerare, come il benessere della tua famiglia; e in particolar modo la saggezza pratica, sapere che le sole cose veramente sbagliate per te non sono le circostanze esterne, come il perdere il lavoro, ma le tue stesse cattive decisioni, come truffare consapevolmente il tuo cliente.—-

Traduzione: Paola (autorizzata e revisionata dall’autore)

Testo originale: Can a salesperson be a Stoic?

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Note

[1] Brian Johnson,  The role ethics of Epictetus: Stoicism in ordinary life

[2] M. Pigliucci,  The role ethics of Epictetus

[3] Epitteto, Opera Omnia a cura di G. Reale e C. Cassanmagnago, Bompiani Editore

La musica primitiva, M. Schneider (Libro)

La musica primitiva, Marius Schneider – Edizioni Adelphi (titolo originale: Le role de la musique dans la mythologie et le rites des civilisations non europèenes) [trad.: S. Tolnay]

Estratti

Un gran numero di informazioni sulla natura della musica e sul suo ruolo nel mondo ci viene dai miti della creazione. Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. Nell’istante in cui un dio manifesta la volontà di dare vita a se stesso o a un altro dio, di far apparire il cielo e la terra oppure l’uomo, egli emette un suono. Espira, sospira, parla, canta, grida, urla, tossisce, espettora, singhiozza, vomita, tuona, oppure suona uno strumento musicale. In altri casi si serve di un oggetto materiale che simboleggia la voce creatrice.

La fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica. L’abisso primordiale, la bocca spalancata, la caverna che canta, il singing o il supernatural ground degli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanishad o il Tao degli antichi cinesi, da cui il mondo emana “come un albero”, sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percepibile del creatore. Questo suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio. È un monologo il cui corpo sonoro costituisce la prima manifestazione percepibile dell’Invisibile. L’abisso primordiale è dunque un “fondo di risonanza”, e il suono che ne scaturisce deve essere considerato come la prima forza creatrice, che nella maggior parte delle mitologie è personificata dagli dèi-cantori. Nei miti, la materializzazione di questi dèi, nella forma di un musicista, di una caverna nella roccia o di una testa (umana o animale) che grida è, evidentemente, soltanto una concessione fatta al linguaggio più concreto e immaginoso del mito. (p. 13-14)

(…) Se il creatore è un canto, è evidente che il mondo a cui dà vita è un mondo puramente acustico. La Chandogya Upanishad ci dice che il ritmo gayatri è “tutto ciò che esiste”. I ritmi o i metri enumerati dai riti vedici sono però molti di più. Tali cerimonie ci dimostrano che il suono e il ritmo peculiari a ciascun essere o il nome loro assegnato costituivano, in effetti, l’essenza degli dèi invocati e degli esseri creati da loro. La radice, la potenza e la forma di tutte le cose esistenti sono costituite dalla loro voce o dal nome che portano, perché tutti gli esseri non esistono se non in virtù del solo fatto di essere stati chiamati per nome.

La natura dei primi esseri è puramente acustica. I loro nomi non sono definizioni, ma nomi o suoni propri: non sono dunque solamente supporti vocali della forza vitale degli esseri, ma gli stessi esseri. È una regola senza eccezioni. (p. 17)

(…) Ora, in un mondo la cui essenza è di natura acustica, il sacrificio* che “dispiega” il mondo è necessariamente un fenomeno acustico. (…) Prajapati si sente “svuotato ed esaurito” dopo avere proferito il suo canto creativo, cioé dopo avere “sacrificato il proprio corpo composto di inni”, poiché “tutto ciò che gli dèi fanno, lo fanno con la recitazione cantata. Ora, la recitazione cantata è il sacrificio.” (Satapatha Brahmana). I Brahmana non si stancano di ripeterci che Prajapati, il canto creatore, é il sacrificio. Il più delle volte il dio, questo dio emette direttamente dal proprio corpo, arto per arto, organo per organo, le diverse categorie di creature. La sua testa fu il cielo, il petto l’atmosfera, la cintola l’oceano, i piedi la terra. Compiuta la sua opera, Prajapati perde il fiato e cade a pezzi. Per ricomporlo, è indispensabile l’aiuto delle sue creature. (p. 31-32)

(…) Fino a che gli dèi sono soli, il sacrificio si svolge dentro di loro e fra di loro; dopo la creazione del mondo, comincia a estendersi e ad aver luogo tra gli dèi e la loro creazione. Come gli dèi vivono del suono delle valli sonore, così queste esistono tramite la voce degli dèi che le fa risonare. Il sole dell’antico Egitto si nutre “del ruggito della terra”, la quale si alimenta dei raggi dell’astro diurno.

Questo sacrificio sonoro della protoumanità doveva essere molto simile a quello degli dèi, dato che (secondo la cosmogonia brahmanica) i primi uomini erano esseri incorporei, trasparenti, sonori e luminosi che si libravano sulle acque. Poiché il linguaggio che aveva creato gli dèi era un canto di luce, tutti gli esseri e tutti gli oggetti di quel mondo, nati da quella musica, non costituivano oggetti o esseri concreti e palpabili, ma inni di luce che riflettevano le idee del loro creatore. Essi costituivano le immagini acustiche che erano l’essenza della loro natura e che solamente nel secondo stadio della creazione si sarebbero rivestite di materia. (p. 32-33).

Indice

Gli dèi sono canti [Il suono creatore del mondo – Il suono-luce] – Una voce divina crea il mondo e la protoumanità [Identificazioni diverse della voce, creatrice della materia – Il sacrificio sonoro] – Un canto e un controcanto danno origine all’umanità [La comparsa dell’uomo – L’essenza sonora dell’uomo] – Natura acustica dei legami fra gli dèi e gli uomini [L’eroe civilizzatore porta la musica all’umanità – La musica, cibo degli dèi – Molteplicità delle funzioni dell’eroe civilizzatore – L’eroe civilizzatore nella mitologia cinese] – Per mezzo della musica gli uomini imitano gli dèi [Posizione cosmica del mago cantore – Il canto del mago – Gli strumenti musicali sono dèi nati dal sacrificio] – I filosofi includono la musica nelle loro speculazioni cosmogoniche (India, Cina) [Il canto individuale – Il rango sociale del musicista – Il simbolismo degli strumenti musicali] – Le cerimonie traggono la loro efficacia dalla musica [L’interdipendenza del cielo e della terra – I riti funebri – I canti rituali della nascita e della circoncisione – I riti stagionali – I riti di matrimonio – I riti di guarigione] – Il pensiero magico sopravvive parzialmente nelle idee estetiche.

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Marius Schneider

Marius Schneider (1903-1982) musicologo e insegnante nelle università di Barcellona, Colonia e Amsterdam. Altre opere: Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura antica (ed. Rusconi); Il significato della musica (ed. Rusconi) e Pietre che cantano: studi sul ritmo di tre chiostri catalani di stile romanico (ed. Rusconi).

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* Sacrifico = atto sacro (ndt)

Come bilanciare vita e carriera? (Consigli stoici), M. Pigliucci

Come bilanciare vita e carriera?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Ho 28 anni e sto studiando per un PhD in biologia evolutiva. Ho da poco famiglia e spesso ho difficoltà a conciliare i diversi aspetti della mia vita con i miei valori personali e, di conseguenza, faccio regolarmente degli sbagli. Ora, si potrebbe pensare che uno scienziato sia per lo più guidato dalla logica e dalla razionalità e, pertanto, questo lo renda ben adatto allo Stoicismo. Tuttavia, la mia impressione è che molti scienziati siano tutt’altro che logici e razionali, e so che io stesso spesso non lo sono. Vi sono moltissime potenziali frustrazioni, per esempio l’insicurezza economica, contratti a breve termine, scarse opportunità d’impiego permanente, giudizi faziosi sulle pubblicazioni, o anche un esperimento che non ha funzionato per la centesima volta.

Tutto quanto sopra potrebbe essere considerato come indifferenti non-preferiti, dato che non ho alcun controllo su molti di questi, o forse solo una piccola parte. Io cerco di accettare i possibili fallimenti e rischi dell’aver scelto di perseguire un PhD e allo stesso tempo cerco di prepararmi al peggio sperando nel meglio. Mi dico che “se intendi proseguire nell’ambito scientifico con un post-dottorato, allora hai certamente bisogno di prendere delle decisioni importanti, per cui preparati, fai conoscenze e scegli il giusto laboratorio”. Tuttavia, mi trovo abbastanza spesso profondamente frustrato dalle circostanze. “Perché devo passare dieci ore a lavorare intensamente in laboratorio senza ottenere alcun beneficio scientifico o personale, e non trascorrerle con mia moglie e mio figlio?” “Se le chance di successo sono scarse e difficili, non sarebbe meglio passare a un impiego normale (qualunque esso sia…)?”

Quindi le mie domande sono: come gestirebbe un proficiens [1] il conflitto interiore tra il fascino esercitato dalla scienza e le (potenziali) conseguenze negative del mondo reale? E quali passi posso intraprendere per controbilanciare e aumentare le probabilità e proseguire nella mia carriera scientifica?

Massimo Pigliucci – Per iniziare, sappi che la tua situazione non è affatto inusuale, ed è in realtà molto simile alla mia agli inizi della mia carriera negli anni ’90. Sono arrivato negli Stati Uniti con una borsa di studio di sei mesi, senza alcuna garanzia di ulteriori fondi. Ottenni una posizione di post-dottorato grazie al mio mentore per il PhD, ma valeva solo per un anno e ciò significava ottenere altri fondi oppure trovare lavoro in quel periodo di tempo. Poi arrivò la posizione poco remunerata di un contratto a termine (ma almeno era un contratto a termine, cosa attualmente difficile per molti giovani colleghi). La serenità mentale arrivò soltanto verso la fine dei trent’anni, dopo aver ottenuto un contratto indeterminato potendo così pianificare meglio sul lungo termine. Anche così, mia figlia è cresciuta lontano da me e il matrimonio finì in parte per motivi collegati con la mia carriera. Di fatto, la mia prima decisione della priorità della qualità della mia vita rispetto al lavoro arrivò solo intorno ai quarantacinque anni, quando decisi di trasferirmi a New York senza alcun lavoro presso un’università locale. Tutto questo per dire che ho una profonda simpatia per ciò che stai passando.

Detto questo, sembra che tu abbia afferrato bene la teoria stoica: sì, carriera, qualità della vita e anche la famiglia sono tutti indifferenti preferiti [2], naturalmente non nel senso che non ti importa di essi, ma che questi non influenzano il tuo valore come persona. Uno può avere tutto quello ed essere un essere umano meschino, mentre un altro può non avere nulla ed essere un essere virtuoso e vivere una vita degna di essere vissuta.

Inoltre, come tu stesso hai notato, queste condizioni esterne sono fuori dal tuo controllo [3], dato che non sei tu a determinare nessuno di questi risultati. Sì, puoi influenzare le probabilità di successo per una carriera come scienziato, e puoi lavorare sulle tue relazioni familiari. Ma, alla fine, puoi avere il controllo solo sui tuoi sforzi e non veramente sui risultati. È per questo che gli stoici consigliano di focalizzarsi sui propri sforzi ma di accettare qualunque risultato con equanimità, dato che arrabbiarsi o sentirsi frustrati per la mancanza di successo aggiunge soltanto un’altra auto-inflitta ferita a quella già presente.

Capire quanto sopra non è complicato; metterlo in pratica è difficilissimo. È per questo che Epitteto dice:

“Se non hai appreso in modo da dimostrare praticamente quel che hai studiato, perché mai hai studiato?” (Diatribe I, 29.35) [4]

Ma spiega anche cosa significa praticare:

“Se uno, quando si alza al mattino, rispetta e conserva questi propositi, si lava da uomo fedele e da uomo rispettoso, mangia allo stesso modo, sforzandosi di attuare praticamente, qualunque circostanza gli si presenti, i principi della sua condotta – come il corridore si comporta in ogni circostanza da corridore e il declamatore da declamatore – ebbene, ecco, in verità chi progredisce, ecco chi non ha inutilmente lasciato il suo paese.” (Diatribe I, 4.20)

Ciò che intende è che non ti puoi permettere di essere, per così dire, uno stoico della domenica. Devi essere presente, in senso stoico, ogni giorno e ogni minuto. Quell’esperimento è fallito per la centesima volta? Ripeti a te stesso: “È soltanto un esperimento, il mio valore come essere umano non dipende da esso.” (Poi, se mi è permesso, cambia esperimento, approccia le cose da un diverso punto di vista, non c’è ragione a sprecare altro tempo e risorse nel perseguire qualcosa che si rifiuta ostinatamente di funzionare.)

Non hai ottenuto quel posto o un’assegnazione di fondi? Ripeti a te stesso: “Era solo un colloquio di lavoro (o una proposta di finanziamento), il mio valore come essere umano non dipende da esso.” (Poi, di nuovo, considera seriamente se vale la pena di sottoporre nuovamente la stessa proposta piuttosto che formularne una nuova; o, più precisamente, se ti stai proponendo per il giusto impiego con il giusto curriculum.)

Come dici, già sapevi che le probabilità erano basse e il sacrificio richiesto alto. Non fraintendermi: non cambierei il mio con nessun altro lavoro al mondo. Ma ho avuto fortuna, perché ci vuole talento, sforzo e fortuna per avere successo in ambito accademico, e sfortunatamente quest’ultima gioca un ruolo ben maggiore. Ai miei tempi, ho considerato percorsi alternativi di carriera, qualora la mia prima scelta si ostinasse a non funzionare. Fortunatamente non sono dovuto ricorrere al piano B, ma è sempre saggio avere un piano B.

Naturalmente, ciò non vale solo in ambito accademico. Se si vuole diventare un attore, uno scrittore, un musicista, un pittore o un atleta, ci si trova davanti peggiori probabilità e anche maggiori sacrifici. Mi rendo conto che sentirsi dire “poteva andare peggio” è una magra consolazione, ma gli stoici devono guardare la realtà così com’è, per come meglio la conoscono, non per come desidererebbero che sia.

Questo mi porta al compromesso tra carriera e il resto della tua vita, in particolare della famiglia. Un’importante risorsa si trova nell’etica dei ruoli di Epitteto, sviluppo di una precedente versione del concetto espresso da Panezio. Ho trattato in sei articoli [5] il libro di Brian Johnson su questo tema, benché valga proprio la pena di leggere il libro.

Fondamentalmente, Epitteto pensava che noi abbiamo tre gruppi di ruoli: il primo e fondamentale è quello di essere un essere umano, un membro della polis umana; poi i ruoli assegnatici dal Logos (essere figlio, essere nato in un certa società); e infine i ruoli che abbiamo scelto in base al nostro carattere e alle nostre preferenze (la carriera ma anche le relazioni).

Il ruolo principale è quello di essere un essere umano, e sopravanza tutti gli altri. Ogni volta che prendi una decisione, stoicamente parlando, dovresti chiederti se stai facendo bene per l’umanità. Dopo di ché, ogni ruolo ti dice cosa fare per sua definizione (permettendo, naturalmente, un’interpretazione personale di ciascun ruolo come ampiamente definito dalla società):

“Se poi sei membro del consiglio di qualche città, non dimenticare che sei consigliere; se sei giovane, che sei giovane; se vecchio, che sei vecchio; se padre, ugualmente. Infatti, sempre, ciascuno di questi nomi, se lo si sottopone ad esame, consiglia gli atti che gli sono propri.” (Diatribe II, 10.10-11)

Né Epitteto né io possiamo dirti che cosa fare. Sta a te orientarti nelle complessità della tua vita. Ma i principi stoici forniscono una struttura, una specie di bussola, che ti aiuta in questa navigazione. Pertanto, devi chiedere a te stesso quanto sei disposto a sacrificare non soltanto a livello personale, ma anche nei termini della tua famiglia, nel perseguire la carriera che hai scelto. Quali sono i doveri che hai verso te stesso, il tuo partner, i tuoi figli (se ne hai)? E mentre rifletti su questo, ricorda:

“Perché sei tu che conosci te stesso, qual è il valore che ti attribuisci e a quanto ti vendi; gli uomini, infatti, si vendono a prezzi differenti. …. Solo, considera a che prezzo vendi la tua scelta morale di fondo. Se proprio devi venderla, uomo, almeno non venderla a basso prezzo.” (Diatribe I, 2.11 e 33)

Ti auguro veramente e sinceramente molta fortuna.—-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: How do I balance career and life?

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Note

[1] Proficiens – una persona che afferma che “la virtù è il massimo bene” e cerca coerentemente di praticarla nella sua vita.[ndt]

[2] Vedi: The Stoic spectrum and the thorny issue of the preferred indifferents

[3] Vedi: Everything you need to know about the dichotomy of control

[4] Tutte le citazioni tradotte sono tratte da Epitteto, Tutte le opere – Traduzione C. Cassanmagnago, ed. Bompiani

[5] Vedi: The role ethics of Epictetus