Il “Wyrd”, estratto da Wikipedia

Deriva dal protogermanico *wurdís, “fato”, radice dell’alto tedesco antico wurt e del norreno urðr, che si ritrova nel nome di una delle Norne e del pozzo sacro Urðarbrunnr (il termine norreno per “fato” era Ørlog). (…)

Il significato basilare del Wyrd si riferisce a come le azioni passate influenzino e condizionino continuamente il futuro. Ma anche come il futuro influenzi il passato. Tutte le azioni di tutti i tempi si influenzano a vicenda.

Si ipotizza che, al contrario del Fato, il Wyrd sia tutt’altro che immobile ed immutabile: non si ripete mai allo stesso modo, non è il destino individuale, ma piuttosto una rete che collega ogni elemento ed ogni creatura dell’universo, e non conosce distinzioni tra passato e futuro. Niente veniva escluso da questa visione, e ciò che fosse ritenuto negativo o distruttivo, pur essendo allontanato o combattuto, era considerato in ogni caso parte del Wyrd.

Ne deriva che qualsiasi azione personale va ad influire direttamente sul wyrd degli altri individui: ogni decisione, presa nel presente, genera un’eco che si propaga non solo nel futuro, ma anche nel passato, giacché nell’essere umano coesistono passato, presente e futuro.

Ogni azione che è, influenza ciò che sarà e ciò che è stato; ogni azione che è stata, influenza ciò che è e ciò che sarà; ogni azione che sarà, influenza ciò che è stato e ciò che è. Ma non solo: ogni azione influirà sul wyrd altrui, e quindi su presente, passato e futuro altrui. Tutto l’universo di tutti i tempi, in questo modo, sarebbe stretto nella medesima, inestricabile, rete.  (…)

Fonte: Wikipedia

Tao Te Ching, Augusto Shantena Sabbadini (conversazione) (audio)

Tao Te Ching, conversazione con Augusto Shantena Sabbadini – Registrazione audio dal programma “Uomini e Profeti” / Radio 3, 6/02/2010

Augusto Shantena Sabbadini – è un traduttore, fisico e scrittore italiano. Ha lavorato come fisico teorico presso l’Università di Milano e l’Università della California. A Milano si è dedicato ai fondamenti della fisica quantistica, concentrandosi sulla descrizione del processo di quantum di osservazione, un problema che mantiene il suo fascino fino ad oggi. In California ha contribuito all’identificazione del primo buco nero. Nel 1990 è stato consulente scientifico per la Fondazione Eranos, un centro di ricerca est-ovest fondato sotto la guida di C.G. Jung nel 1930. In questo contesto ha studiato i classici cinesi sotto la guida del sinologo olandese Rudolf Ritsema e prodotto varie traduzioni e commenti, tra cui il Yijing e la Daodejing. Dal 2002 è direttore associato del Centro Pari per New Learning, un istituto di istruzione alternativa situato nel piccolo borgo medievale di Pari, Toscana, Italia. Insegna corsi brevi presso la Schumacher College e conduce workshop sul Taoismo, la fisica quantistica e il Yijing come strumento di introspezione. [da Wikipedia.it]

Riferimenti: http://www.shantena.com

Vedi anche: L’I Ching, A.Shantena Sabbadini –  conversazione (audio) 2011

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Origine e senso della Storia, K. Jasper (Libro)

Origine e senso della Storia, Karl Jasper – Ed. Mimesis

Estratto dall’Introduzione

Uno dei più importanti contributi contenuti in quest’opera è l’introduzione del concetto di Età Assiale (Achsenzeit). Con questa espressione Jaspers indica una realtà empirica, un periodo lungo seicento anni che va dall’800 a. C. al ‘200 a. C.. Cinquecento anni prima di Cristo, in cinque luoghi differenti dell’Eurasia nascono una serie di profeti, filosofi e sapienti capaci di imporre una nuova visione del mondo, figure religiose o politiche che, con il loro pensiero, hanno contribuito a imprimere una svolta al corso della storia. Cinque luoghi di irruzione: Grecia, Palestina, Persia, Cina, India. Confucio e Lao-tse in Cina, le Upanishad e Buddha in India, Zarathustra in Iran, i profeti di Israele nel Medio Oriente, Omero, i filosofi, i tragici in Occidente, ne rappresentano i vertici.

L’Età Assiale coincide con la nascita spirituale dell’umanità. È un periodo in cui si sviluppò la coscienza di sé dell’uomo e la scoperta dello spirito, quelle che si sarebbero chiamate più tardi ragione e personalità. Da quel momento l’uomo seppe anche di avere una storia. Un’epoca in cui si crearono grandi conflitti, una grande inquietudine, a cui sopravvenne storicamente il collasso da cui nacquero i grandi imperi storici. Jaspers scopre come un “asse” della storia, nel senso che sta in mezzo tra la preistoria, la prima parte della storia delle civiltà millenarie e la storia mondiale moderna, un asse rispetto a cui tutto lo svolgimento precedente appare come una preparazione e quello successivo come una nuova coscienza. Un asse anche nel senso della sua verticalità, nel senso che esso indica una dimensione trascendente, una struttura di auto comprensione storica per tutti i popoli il cui vertice è ipotizzabile intorno al 500 a. C.. “Lì c’è come una linea di demarcazione della storia”. Lì sorse l’uomo come lo conosciamo, lì sorse la modalità in cui all’uomo è ancora data la sua autocomprensione fondamentale. Jaspers riprende in questa nozione di assialità un’espressione che già Hegel aveva usato nelle Lezioni di filosofia della storia per indicare il “punto di svolta” e il “cardine” costituito, nella sua visione della storia universale, dall’avvento del Cristianesimo. “Questo nuovo principio è il cardine intorno al quale gira la storia mondiale. Fin qui arriva la storia e a partire di qui riprende il suo corso”, così scriveva Hegel a proposito del punto di svolta Cristiano-centrico e Euro-centrico.

La novità introdotta da Jaspers, e che rappresenta una delle ragioni di attualità del suo discorso, è che la svolta assiale coinvolge quasi simultaneamente almeno cinque visioni del mondo o religioni che stanno all’origine di altrettante civiltà. “E questo contemporaneamente ma senza che nessuno sapesse delle altre”. La nascita è simultanea e parallela e non c’è nessuna gerarchia tra le diverse civiltà. Esse hanno, come vedremo più avanti, una parentela profonda ma sviluppi diversi e indipendenti. Questa apertura rende l’analisi jaspersiana molto utile di fronte alla società globalizzata. Che cosa si annuncia nell’Età Assiale? L’uomo prende coscienza dell’essere nella sua interezza, prende coscienza dei suoi limiti e anela alla completezza e alla trascendenza. Questa tensione dette vita a conflitti spirituali. In questo caos vennero elaborate le categorie fondamentali secondo cui pensiamo ancora oggi. “In ogni senso fu compiuto il passo nell’universale” (21). Le tradizioni e i costumi vennero messi in discussione, eliminati e trasformati. L’epoca mitica con la sua quiete era alla fine. Le concezioni nuove erano in lotta contro i miti, per questo ne furono creati di nuovi e nacquero le religioni del Dio unico. Ci fu una nuova spiritualizzazione: dalla calma dell’essere-dentro-della-vita si passa all’inquietudine della polarità degli opposti e delle antinomie. L’uomo non è più chiuso in se stesso ma incerto e aperto a nuove infinite possibilità. Per la prima volta compaiono i filosofi. Degli uomini osarono contare su se stessi come individui. Altri, eremiti e pensatori vaganti, diffusero i loro semi spirituali. L’uomo si mostrò capace di contrapporsi interiormente all’universo intero. Il pensiero speculativo e la ricerca dell’uomo autentico, il ritiro e la fuga dal mondo, esaltarono la ragione e misero al mondo la personalità. La distanza tra le vette raggiunte da alcuni e le masse era enorme. L’esserci umano diviene oggetto di analisi come storia. Ci si vede di fronte ad una catastrofe e si vuole fare qualcosa con la perspicacia, l’educazione, la riforma. L’ascesa comportò anche distruzione oltre che creazione. L’esito della rivoluzione assiale fu politico, fu, secondo Jaspers, la creazione di grandi imperi secolari che presero il posto di regni frantumati. Ma prima che cosa c’era?

Nel profilo della storia universale disegnato dal filosofo tedesco all’inizio c’è la lunga preistoria umana che fa emergere la coscienza dell’unicità dell’uomo sulla terra. Alla lunga preistoria segue la storia pre-assiale che abbraccia circa cinquemila anni e si articola nelle antiche alte civiltà che però vissero come delle storie separate da cui scaturì “il balzo in avanti” verso l’universale rappresentato dal periodo assiale. Ora, ovvero quando l’autore scrive (1949), ovvero all’inizio della seconda metà del secolo scorso, si sta dispiegando una nuova era planetaria, una vera e propria storia mondiale che comincia in Occidente ma si diffonde su tutta la terra. Jaspers scrive che questa terza fase appartiene essenzialmente ancora al futuro. Ora, che quel futuro si è in parte compiuto, possiamo dire che la spinta verso la globalizzazione si va realizzando e Jaspers non si era sbagliato. Nella terza fase si va verso l’unità del tutto, la chiusura dello spazio oltre la quale non si può andare. Siamo in una nuova Età assiale oppure siamo al compimento di premesse fondate proprio nell’Età assiale? Vedremo più avanti la portata di questa domanda.

– Estratto da: Origine e senso della storia, Karl Jasper – Mimesis Edizioni

Dimostrazione, Deng Ming-Dao

Osservavo un combattimento, e qualcuno mi disse: “Questa tradizione ha seicento anni.” Fu un’esibizione appesantita da rituali, come se, in seicento anni, nulla al mondo fosse più accaduto. Dobbiamo onorare la tradizione senza farci accecare.

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I seguaci del TAO attribuiscono grande importanza alle antiche tradizioni. Una tradizione valida e vitale è come un lungo corso d’acqua: porta energia, ricchezza e fertilità. Se un luogo arido non può produrre frutti, chi è privo di tradizioni è ancora più sfavorito.

Ma che cosa tiene in vita una tradizione? La capacità di chi la segue di dimostrarne la grandezza nella realtà contemporanea. Chi dice di essere esperto in medicina tradizionale, deve essere in grado di curare oggi. Chi dice di essere abile nella calligrafia tradizionale, deve essere capace di disegnare magnifiche lettere oggi. Chi dice di conoscere alla perfezione le tradizioni spirituali esoteriche, deve essere in grado di dimostrare la loro forza oggi.

Non dovremmo mai scimmiottare gli usi e le teorie di popoli ed epoche scomparsi: su questo punto non bisogna scendere a compromessi. Se una tradizione non ha forza sufficiente per esprimere la propria grandezza, non esiste motivo di tenerla in vita.

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

La mistica del linguaggio, G. Scholem (Libro, estratto)

La mistica del linguaggio, Gershom Scholem – estratto da “Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio”, Ed. Adelphi

… La rivelazione, secondo la dottrina della Sinagoga, è un evento acustico, non visivo, o per lo meno ha luogo in una sfera connessa metafisicamente con la dimensione acustica, sensoriale. Questo carattere viene sottolineato di continuo richiamando le parole della Torah (Dt 4,12): “Non avete visto alcuna immagine, soltanto una voce.” Quale significato abbia questa voce e che cosa in essa venga a espressione, è la domanda che il pensiero religioso ebraico non si è mai stancato di riproporsi.

Il legame inscindibile che unisce il concetto di verità della rivelazione e quello di linguaggio – poichè la parola di Dio, se mai l’uomo possa farne esperienza, si rende percepibile proprio nel medium del linguaggio umano – è certo una delle eredità più importanti, anzi forse la più importante, che l’ebraismo abbia lasciato nella storia della religione.

Nelle pagine che seguono ci proponiamo di interrogare la letteratura e il pensiero dei mistici ebrei per apprendere che cosa hanno da insegnarci al riguardo. Il punto di partenza di tutte le teorie mistiche del linguaggio, e perciò anche di quelle cabbalistiche, è la convinzione che il linguaggio, ossia il medium in cui si compie la vita spirituale dell’uomo, possieda un lato interno, un aspetto, che non si lascia ridurre alla pura comunicazione fra gli esseri.

L’uomo si esprime, cerca di farsi intendere dai suoi simili, ma in tutti questi tentativi vibra qualcosa che non è soltanto segno, comunicazione, significato ed espressione. Il suono che è alla base di ogni lingua, la voce che le dà forma, che la forgia elaborandone il materiale sonoro, in questa prospettiva sono già prima facie assai più di quanto entri nella comunicazione.

L’antico problema che da Platone ad Aristotele ha poi diviso i filosofi – se cioè il linguaggio si fondi su una convenzione, un accordo, o sulla natura interna degli esseri – ha sempre avuto sullo sfondo questo aspetto indecifrabile del linguaggio. Ma se il linguaggio è più della comunicazione ed espressione verbale, per come l’intendono i linguisti, se l’elemento sensibile, grazie alla cui pienezza e profondità esso prende forma, possiede quell’aspetto ulteriore che ho chiamato il suo lato interno, sorge allora la domanda: che cos’è questa dimensione “segreta” del linguaggio sulla quale da sempre i mistici concordano, da quelli dell’India e dell’Islam fino ai cabbalisti e a Jakob Boehme? La risposta è chiara: questa dimensione è determinata dal carattere simbolico del linguaggio.

Nel definire questo aspetto simbolico le teorie mistiche percorrono spesso strade divergenti. Che però qui, nel linguaggio, venga comunicato qualcosa che oltrepassa la sfera che rende possibili espressione e forma – qualcosa di inespresso che vibra in fondo a ogni espressione, qualcosa che si mostra solo per simboli e che traspare, per così dire, attraverso le fessure del mondo espressivo – è questa le tesi di fondo che ritorna in tutte le teorie mistiche del linguaggio, ed è insieme l’esperienza da cui esse hanno tratto alimento, rinnovandosi fino alla nostra generazione. (In questo senso Walter Benjamin è stato a lungo un puro mistico del linguaggio.)

Il mistico scopre nel linguaggio una dignità, una dimensione immanente o, come si direbbe oggi, un aspetto strutturale che mira non tanto a comunicare qualcosa di comunicabile, quanto piuttosto – e su questo paradosso si fonda il simbolismo – a comunicare qualcosa di non-comunicabile, qualcosa che rimane inespresso e che, se mai si potesse eprimere, non avrebbe comunque un significato, un “senso”, comunicabile. (…)

I mistici si sono sempre arrovellati su come possa il linguaggio degli dèi o di Dio intrecciarsi con la lingua parlata e come si possa districarlo da quell’intreccio. Da sempre essi hanno avvertito nella lingua un abisso, una profondità, e si sono prefissi di misurarli, di attraversarli e di superarli. (…)

– Estratto da: Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, Gershom Scholem, ed. Adelphi