Il numero: l’archetipo dell’ordine, M. Teodorani

Il numero: l’archetipo dell’ordine, Massimo Teodorani [estratto da: Sincronicità, Macro Edizioni]

Il numero stesso è un archetipo. Del resto se ne era accorto bene lo stesso Jung proprio quando studiava l’I Ching e le sue caratteristiche sincroniche. I numeri hanno un significato profondo, ed è questa la ragione per la quale essi apparivano così frequentemente nelle pratiche divinatorie dell’I Ching. Essendo il numero un archetipo, esso è connesso direttamente alla sincronicità. Dal momento che lo scopo del numero è quello di portare ordine, Jung lo denominò “archetipo dell’ordine”. Il numero inoltre appare in quei simboli del “sé” – ovvero di quella parte di noi che ci ricollega all’inconscio collettivo – che sono i mandala, i quali hanno spesso la struttura quaternaria, oppure fatta da multipli di 4.

Come si vedrà in seguito, proprio la struttura quaternaria del mandala giocherà un ruolo predominante nel porre le basi della psicofisica sognata da Pauli e da Jung. Il numero sembra essere usato dall’inconscio proprio per creare ordine. Non è dunque un artefatto dell’uomo, bensì la manifestazione di una realtà superiore che noi possiamo usare come strumento sia per metterci in collegamento sincronico con la dimensione superiore che per costruire le leggi della scienza che hanno alla loro base una formulazione matematica.

I numeri servono come mediatori tra la realtà esterna e quella mentale. Pauli era completamente d’accordo con Jung al punto tale che riteneva che il concetto di archetipo dovesse essere compreso in maniera tale da includere le idee delle serie continue dei numeri interi in aritmetica e il concetto di continuo in geometria. Questo potrebbe aiutare a capire per quale ragione le teorie matematiche, proprio come quelle su cui lavorava Pauli, che sono nate solo ed esclusivamente da intuizioni provenienti dal profondo della psiche, possano poi essere messe in pratica per spiegare la realtà fisica.

L’inconscio stesso è infatti in grado di produrre spontaneamente strutture matematiche consistenti di numeri naturali e in certi casi anche di “matrici” (proprio come quelle che usò Pauli per descrivere quantitativamente certi importanti concetti della meccanica quantistica), al fine di esplicitare palesemente e alla luce della coscienza delle forme di ordine. I numeri, dunque, sembrano rappresentare sia un attributo della materia che il fondamento inconscio dei nostri processi mentali. Per questa ragione, sia per Jung che per Pauli, le forme rappresentate dai numeri sono quel particolare elemento che unisce i regni della materia e della psiche. (…)

Il numero è sia un veicolo di conoscenza che un legante tra due mondi tra loro complementari e costituenti quella totalità che si esplica nel mondo quantico.

Noi sappiamo che quel linguaggio simbolico che è la matematica rappresenta le fondamenta della fisica moderna. Ma allora ci si potrebbe chiedere: quali sono le fondamenta della matematica e per quale ragione funzionano così bene? Se non siamo in grado di rispondere a questa domanda, allora la scienza che riusciamo a padroneggiare così bene è basata su cose che ancora non capiamo. In sostanza lo scopo di Pauli era di rispondere anche a questa domanda, e la risposta la si trova solo concependo una nuova fisica che unisca la materia alla mente.

L’ipotesi archetipica del numero fu particolarmente sviluppata da  un’altra importante analista della scuola di Jung che ebbe in cura Pauli, la dottoressa Marie-Louise von Franz. Questa studiosa, sicuramente la massima divulgatrice del pensiero di Jung, arrivò a fissare con chiarezza i concetti di archetipo studiati come una sonata di piano a quattro mani da Pauli e da Jung. Von Franz arrivò a capire che tutti i fenomeni mentali e fisici sono aspetti complementari della stessa realtà unitaria trascendentale.

Alla base di essi esistono certe fondamentali forme dinamiche chiamate “archetipi”. Ogni specifico processo, sia esso fisico o mentale, è una particolare rappresentazione di alcuni di questi archetipi. In modo particolare, gli archetipi del numero forniscono la base per tutte le possibili espressioni simboliche. È dunque possibile, in linea di principio, che un “linguaggio neutro”, costruito sulla base di queste rappresentazioni simboliche astratte che sono gli archetipi del numero, possa fornire una descrizione altamente unificata di tutti i fenomeni mentali, psichici, parapsichici e fisici. (…)

Estratto da: Sincronicità, il legame tra Fisica e Psiche da Pauli e Jung a Chopra – Macro Edizioni

Massimo Teodorani è un astrofisico e divulgatore scientifico. Dopo la laurea in Astronomia ha conseguito il dottorato di ricerca in fisica stellare. Ha lavorato presso gli osservatori di Bologna e al radiotelescopio del CNR di Medicina (BO). Svolge tuttora ricerche teoriche nel campo del progetto SETI e prosegue la sua ricerca sulla fisica dei fenomeni luminosi anomali. Per Macro Edizioni ha pubblicato numerosi libri tra cui: Tesla, lampo di genio; Bohm, la Fisica dell’Infinito; Marco Todeschini, spaziodinamica e psicobiosifica; Entanglement; e Teletrasporto.

Esaminare la natura della recinzione, un apologo

Esaminare la natura della recinzione, un apologo

C’era una volta un leone, che venne catturato e rinchiuso in una grande gabbia: con sua grande sorpresa, trovò dei leoni che vi erano rinchiusi da anni, alcuni persino da tutta la vita, essendo nati e cresciuti là dentro. Presto imparò a conoscere le attività sociali che si svolgevano all’interno del recinto.

I leoni si riunivano in gruppi. Un gruppo, ad esempio, era costituito da leoni desiderosi più che altro di stare in compagnia; un altro gruppo si dava la pena di organizzare spettacoli; un altro ancora si occupava di attività culturali, avendo per scopo la conservazione dei costumi, delle tradizioni e della storia del tempo in cui i leoni erano liberi; altri gruppi erano religiosi, e usavano riunirsi prevalentemente per comporre e cantare canzoni commoventi, che parlavano di una futura giungla senza recinzioni; altri gruppi attiravano i leoni con velleità artistiche, o leoni letterati; altri ancora avevano intenti rivoluzionari, e si riunivano per complottare contro i carcerieri o contro altre associazioni di ribelli; v’erano poi gli adoratori della gabbia, ed altri, infine, che ne contestavano la stessa esistenza.

Ogni tanto scoppiava una rivoluzione, un gruppo veniva sopraffatto da un altro, oppure venivano uccise tutte le guardie e poi sostituite da altre.

Guardandosi attorno, il nuovo venuto osservò un leone che stava in disparte, assorto nei propri pensieri, e che non sembrava appartenere a nessun gruppo. La sua presenza destava impressioni contrastanti, dall’ammirazione alla diffidenza.

Egli disse al nuovo arrivato: «Non unirti stabilmente a nessuno di questi gruppi. Si danno da fare per molte cose, alcune anche buone, ma ne trascurano una ch’è davvero essenziale».

«E quale sarebbe?», domandò l’altro.

«Esaminare la natura della recinzione».

Fonte: Paulus.2 (https://letterepaoline.net/verbarium/esaminare-la-natura-della-recinzione/)

Tre sottili desideri, J. Mahu

TRE SOTTILI DESIDERI, James Mahu (da: Vivere dal Cuore)

Ora arriviamo a tre sottili desideri che stanno dietro a quasi tutto ciò che ci impegniamo a raggiungere: la gratificazione immediata, il controllo e la cosa-successiva. Questi tre sottili desideri influenzano anche le nostre aspettative nel campo dello sviluppo e della crescita spirituale, ed è per questo motivo che accendo i riflettori su di essi.

IL DESIDERIO DI GRATIFICAZIONE IMMEDIATA

C’è una frase di William Gibson: “Il futuro è già accaduto; solo che non è distribuito molto bene.” Questo sentimento sembra appropriato in un mondo dove le scorciatoie sono acclamate dagli esperti in ogni campo d’impresa. Accelerazione è lo slogan del giorno, e il fine di questa accelerazione è fare tutto più in fretta e minor tempo; essere più produttivi; essere un impiegato migliore; essere uno studente migliore; essere tutto meglio, e farlo o acquisirlo più in fretta e più facilmente.

Quello che manca a questo approccio è la destinazione o, altrimenti detto, “dove vi porta questa accelerazione”: a un’automobile più lussuosa, una casa più grande, all’illuminazione, un inesauribile conto in banca, una posizione più prestigiosa nella vita, una migliore salute o, semplicemente, a uno stile di vita relativamente comodo? Qualunque sia la destinazione, il concetto di gratificazione immediata incombe come un catalizzatore di questo raggiungimento. Ma che cosa succede se la destinazione è la maestria emozionale di sé? In questo caso, quali sono gli indicatori per l’accelerazione? Quali sono le scorciatoie e come sappiamo se stiamo accelerando, decelerando o stiamo segnando il passo, andando velocemente da nessuna parte?

La gratificazione immediata presume una cosa fondamentale: che per ogni sforzo umano ci siano l’ascensore o le scale, ed è meglio scegliere l’ascensore. Arrivare a destinazione o raggiungere in fretta la propria meta è più importante che valutare quale destinazione o meta sia meglio. È precisamente questa necessità di sbrigarsi a raggiungere la meta che spinge spesso a prendere una mal calcolata deviazione invece di valutare quale destinazione o quali mete sono più essenziali per il raggiungimento del proprio obiettivo.

Ora potete chiedervi: se la maestria emozionale di sé è una meta fondamentale per il vostro proposito spirituale, qual è il sentiero migliore da prendere per raggiungerla? La mia risposta sarebbe di vivere dal cuore esprimendo le sei virtù del cuore con autenticità e artisticità, e considerare la velocità con cui viaggiate verso la maestria come insignificante o di nessuna importanza. Forse è uno strano monito, ma il bisogno di andare veloci è di per se stesso un padrone che infiamma l’ego come poche cose sanno fare.

IL DESIDERIO DI CONTROLLO

Il secondo sottile desiderio che spesso ci fa porta fuori rotta è il nostro insaziabile desiderio di controllo. Il desiderio di controllare la propria vita è posto dentro di noi fin da piccoli e poi coltivato nel corso della nostra integrazione sociale. Ci viene insegnato a controllare le nostre emozioni, specialmente ai maschietti. Una volta arrivati all’età adulta ci insegnano che controllare il nostro ambiente equivale ad avere successo come contribuente sociale per quella macchina da soldi che chiamiamo economia del libero mercato.

Molte persone vedono nel controllo lo strumento principale del successo in tutti i campi della vita, compreso l’ambito spirituale dell’illuminazione. Il controllo, comunque, alla fine non dà soddisfazione perché si è sempre impastoiati nella lotta contro avversari che vogliono avere altrettanto controllo. È una competizione senza fine. È un prodotto del costrutto tri-dimensionale che ci siano vincitori e vinti, e che sia meglio essere un vincitore.

Ebbene sì, nel mondo del denaro è difficile mettere in discussione questa logica. L’ambizione a controllare, tuttavia, è un padrone instancabile che vi chiede di lavorare sodo, rimanere focalizzati sui vostri doveri sociali e assicurarvi che il mondo in cui operate non diventi incontrollabile. Nei prossimi sette anni il controllo diverrà sempre più fuggevole perché il cambiamento dimensionale in corso farà cambiare, e in alcuni casi crollare, le rigide istituzioni del nostro ordine sociale.

Ciò significa che quelli che cercano di controllare e gestire nei minimi particolari la loro vita troveranno più difficile mantenere il loro equilibrio emotivo. Quando l’equilibrio emotivo andrà disordinatamente con alti e bassi, sentiranno il battito del mondo accelerare e lo stress, come una cascata, si rovescerà su di loro.

L’antidoto a questo controllo ostinato è di dimostrare a voi stessi che sapete come passare a sentirvi sicuri quando vi sentite insicuri; che sapete come passare ad esprimere le virtù del cuore quando andate a cozzare contro le difficoltà della vita; e che sapete arrendervi al vostro sé superiore quando sentite il vostro ego incombere alla grande.

Tutto è certamente più facile a dirsi che a farsi, ma la maestria emozionale di sé è una meta, non una destinazione. Ricordate: non c’è nessuno che vi guarda dall’alto di una qualche impenetrabile altezza giudicando la vostra espressione imperfetta delle sei virtù del cuore. Quando vi giudicate, spesso vi è il senso di appropriatezza per il giudizio. Questo è, in realtà, una reazione del controllo: se solo aveste controllato meglio le vostre emozioni; se solo foste passati più velocemente alle sei virtù del cuore; se solo aveste perdonato più facilmente e non aveste tenuto rancore a un amico o un familiare…

Potete esser certi che imbarcandovi in questo viaggio ci saranno delle volte in cui farete dei passi falsi, non vi sentirete all’altezza e farete degli “errori”. Forse ci saranno dei momenti in cui vi sembrerà che vi manchi la terra sotto i piedi, vi sentirete impotenti, privi di soluzioni e sprofonderete nel disgusto di voi stessi. Sarà durante questi momenti che avrete bisogno di applicare la saggezza del vostro viaggio nella maestria emozionale di sé e, per quanto possa essere imperfetto o privo di prova, vi sarà più utile di ogni altro diverso consiglio perché, come hanno osservato gli antichi: il cuore è la sede dell’anima.

Appellatevi a questa saggezza, non all’idea astratta di Dio o a dei “poteri superiori”. Appellatevi alla vostra saggezza delle sei virtù del cuore e imparate a come passare ad esprimerle quando le difficoltà della vita bussano alla vostra porta. Facendo così, insegnerete ad altri intorno a voi attraverso questa espressione e intento. Facendo così, modificherete il campo elettromagnetico che vi circonda, il coefficiente di luce del vostro campo energetico. Inoltre, ciò attrarrà condizioni similari e vi darà migliore salute emozionale, lucidità mentale e benessere fisico.

IL DESIDERIO DELLA COSA-SUCCESSIVA

Il terzo sottile desiderio è il bisogno della cosa-successiva. Di solito si considera la cosa-successiva più potente della cosa del momento. Spesso gli individui vogliono passare all’idea, al sentiero spirituale o alla modalità di guarigione successiva prima di aver raggiunto la conoscenza basilare del proprio stato interiore. Sperimentano a livello superficiale senza tener conto dei valori e dei significati più profondi che esistono in loro stessi.

Per esempio, prendiamo l’argomento in questione: la maestria emozionale di sé. Pochi obietterebbero che questa sia una capacità importante da possedere, a prescindere da come sia definita nei termini delle sue componenti psicologiche o spirituali. Del resto non è cosa facile padroneggiare le proprie emozioni o anche raggiungere una ragionevole comprensione della loro natura sottile. Le emozioni sono molto multidimensionali e operano dai livelli energetici invisibili fino ai livelli pratici delle relazioni, del rendimento sul lavoro e del benessere personale. Per questo motivo, le emozioni sono una complessa rete di scambio d’energia con coloro che incrociamo sul sentiero, sia di persona che in modo virtuale per corrispondenza, al telefono, nello scambio di messaggi, chat o email, e ciò richiede perseveranza e vigilanza nella nostra pratica. Non basta farlo di tanto in tanto.

Il bisogno della cosa-successiva è il desiderio di premere il “tasto di riavvio” del proprio sistema di credo. A volte è una buona intuizione quella di rinnovare i propri punti di vista o credenze, ma altre volte ciò distrae l’attenzione verso degli aspetti superficiali dello scopo della vita, dato che vi spostate sempre alla cosa-successiva: la nuova modalità, il nuovo insegnamento, il nuovo modo di vivere. Lo stato interiore della vostra vita emozionale, i valori centrati sul cuore e la saggezza intuitiva del vostro cuore energetico sono un’infinita risorsa di intelligenza. Quando passate alla cosa-successiva, se la cosa-successiva non include il vivere dal cuore come suo principio fondamentale, potete non evolvere il vostro accesso all’infinita risorsa di intelligenza che attende dentro di voi – non nei libri, in internet, in un ashram, in una scuola, in un seminario o presso un grande maestro – ma dentro di voi.

Per quanto la cosa-successiva possa essere pubblicizzata come la più potente delle verità mai scoperte dall’umanità sul suo cammino, sarà molto più probabile che impallidirà se paragonata alla vostra stessa saggezza del cuore… se sapete come attivarla, come accedervi ed esprimerla. Ci sono migliaia di sistemi che promettono l’illuminazione e molti di essi sono validi, ma il bisogno della cosa-successiva ha spesso l’indesiderato effetto collaterale di allontanarvi proprio dall’istruttore con cui dovete soprattutto interfacciarvi: la vostra intelligenza del cuore e la forza emozionale ed energetica contenuta in essa.

L’aumento e l’accelerazione della complessità della vita ha anche accresciuto la complessità della vita spirituale individuale. Molte cosiddette pratiche spirituali vi chiedono di respirare secondo modi e ritmi specifici. Altre vi chiedono di mangiare determinate combinazioni di cibi e bevande. Altre prescrivono in gran dettaglio meditazioni e posture, e altre ancora affermano che certi colori e frequenze sonore attivano la vostra anima.

Vivere dal cuore non è centrato sulla precisione della tecnica o su complesse pratiche di controllo del corpo, della mente o delle emozioni: è la semplice pratica delle virtù del cuore nelle vostre attività di tutti i giorni, momento dopo momento. Con il tempo, questa pratica culminerà in un virtuosismo di precisione e controllo, ma ciò sarà la naturale conseguenza di pratiche semplici, non di rigidi programmi di allenamento posti fin dall’inizio; e questa è una distinzione importante.

Tutti questi tre sottili desideri sono componenti di una generale disfunzione sociale basata su un sistema di credenza superato in cui l’ambizione dell’ego prevale sulla saggezza dell’espressione del cuore. È a questo che il prossimo cambiamento di coscienza, predetto da tempo, attiene veramente. La saggezza del cuore prevarrà e diverrà l’alfiere dell’umanità, introducendo un nuovo ordine di coerenza e allineamento alle frequenze superiori della nostra natura e fonte divina.

Estratto da: Vivere dal cuore, James Mahu (stringhedeventi.com)

Fonte originale: Living from the Heart (wingmakers.com)

La stagione della concentrazione e strutturazione, Paola

La stagione della concentrazione e strutturazione, Paola (nota al gruppo AL)

Nel ciclo delle stagioni l’inverno è il periodo da qualcuno meno amato e da altri sofferto per mancanza di luce e calore. Tuttavia, è una  mancanza solo apparente perchè il calore e la luce non sono spariti ma, semplicemente, si sono contratti. Dato che “è dal Non-Manifesto che scaturisce tutto ciò che è manifesto“, quando tutto tace e scompare dalla percezione dei sensi, quello è il momento di maggiore potenzialità.

L’inverno è la stagione che precede l’esplosione della primavera… è il momento in cui la freccia viene ritratta per fornire della massima energia il momentum in cui verrà rilasciata.

Se vogliamo entrare veramente in una nuova dimensione, non entriamo nell’inverno come in un periodo di riposo, ma come nel periodo durante il quale la nostra attività può acquisire la carica per raggiungere un obiettivo.

È, infatti, con l’inizio dell’inverno che le giornate riprendono ad allungarsi, che l’attività si rimette silenziosamente e inavvertitamente in moto. È dietro le quinte e lontano dagli occhi che si prepara ciò che poi si mostra sulla scena. L’allenamento dell’atleta è ignorato dal pubblico che assiste alla gara, e la messa a punto dell’invenzione che rivoluzionerà il mondo si svolge al riparo dalle indiscrezioni.

L’inverno non è una stasi, un fermo immagine, un tempo di attesa… L’inverno è – se lo si vuole – il periodo di maggior concentrazione delle proprie energie. È grazie al gelo che l’acqua forma i suoi splendidi cristalli, che si struttura assumendo forme di grande bellezza e armonia. Così l’inverno è il momento in cui noi possiamo avere maggior potere sulle nostre energie personali, trasformandole e strutturandole nella quiete e in un’apparente inattività. Non intralciati da fattori esterni, le plasmiamo a nostra immagine.

Vi invito, pertanto, a entrare nell’inverno attivamente e non passivamente, mantenendo accesi il vostro fuoco e luce interiori, a fare dei momenti di isolamento momenti di trasformazione, di messa a punto, di strategia, di assemblamento per ciò che vorrete manifestare per voi e al mondo come nuovo o rinnovato alla ripresa del nuovo ciclo.—

Tutti i rischi di una vita da astronauta, S. Valesini

Tutti i rischi di una vita da astronauta, Simone Valesini (da Galileo, 27/08/2012)

Ma quanto è pericolosa ora la vita di un astronauta, con il suo andirivieni dallo spazio? Dall’impresa lunare del 1969, ormai i viaggi spaziali sono diventati routine. E con questi anche i problemi di salute. Gli autori di fantascienza immaginano da sempre pericoli di ogni tipo pronti a piombare sugli incauti astronauti durante i loro lunghi viaggi interplanetari. Nella realtà, ovviamente, i problemi degli astronauti sono di tutt’altra natura, ma non per questo necessariamente meno gravi.

Il corpo umano d’altronde si è evoluto per sopravvivere all’interno dell’atmosfera e del campo gravitazionale terrestre. Osteoporosi, esposizione alle radiazioni solari, disfunzioni del sistema immunitario, sono solo alcune delle conseguenze a cui l’essere umano va incontro quando viaggia nello spazio, al di fuori del suo ambiente naturale. Se mai vorremo compiere lunghi viaggi interplanetari, come ad esempio quello verso Marte, gli scienziati dovranno prima trovare la soluzione a tutti questi problemi. Come fa notare Wired.com.

Nausea spaziale – Come marinai che si abituano al rollare delle onde, gli astronauti hanno bisogno di tempo per abituarsi all’assenza di gravità. Spesso questo porta effetti spiacevoli come: nausea, illusioni visive e disorientamento. La sindrome da adattamento allo Spazio (Sas), colpisce circa metà dei soggetti che si trovano a viaggiare nello spazio, con livelli diversi di gravità. I sintomi sono classificati scherzosamente sulla scala Garn, così chiamata in onore di Jake Garn, astronauta che nel 1985, durante un viaggio sullo space shuttle, sembra abbia patito il caso più grave di nausea spaziale nella storia della Nasa.

Il malessere dura di solito solo per qualche giorno, ma può comunque risultare pericoloso. Per esempio gli astronauti sono obbligati a prendere antiemetici prima di indossare le tute spaziali per missioni all’esterno della nave, perché il vomito all’interno della tuta, in assenza di gravità, rappresenterebbe un rischio molto concreto di rimanere strozzati. Oggi che diverse aziende private promettono di farsperimentare l’assenza di peso durante i viaggi turistici nello spazio, l’effetto della Sas potrebbe diventare una realtà concreta nella vita di un numero crescente di persone. Dopotutto, chi vorrebbe andarsene in giro in una elegante cabina della Virgin Galactic, piena di passeggeri e del loro vomito fluttuante?

I piedi che si spellano e altre situazioni imbarazzanti – Anche quando un astronauta inizia ad abituarsi alla vita nello Spazio, il suo corpo continua a subire diversi strani cambiamenti. L’assenza di peso fa sì che i fluidi all’interno del corpo si muovano più liberamente, concentrandosi in particolare nel busto e nella testa. Questo conferisce alla faccia degli astronauti un aspetto gonfio, che oltre a risultare buffo può causare irritazioni delle mucose e naso chiuso.

Anche la postura si modifica, e un po’ alla volta tutti si trovano a passare il tempo in una strana posizione ingobbita, simile alla posizione fetale. Ma quello che è sicuramente l’effetto più strano della permanenza nello Spazio avviene solitamente a metà missione, quando la pianta dei piedi dell’astronauta si spella come durante la muta di un rettile. Questo avviene perché i calli sotto la pianta del piedi risultano inutili dopo mesi in cui ci si aggira fluttuando, senza poggiare i piedi in terra, e conclusa la loro utilità cadono, lasciando Spazio alla pelle sottostante, giovane e rosea.

Ultimo imbarazzante problema: l’assenza di peso causa un rilassamento progressivo dei muscoli addominali che provoca il rilascio di un gran numero di quelle che vengono definite flatulenze dell’astronauta.

Microbi nello Spazio – I microbi, che sulla Terra si trovano in ogni crepa e fessura, apparentemente sono riusciti a colonizzare anche lo Spazio. Un test eseguito sulla stazione spaziale russa Mir ha scoperto, per esempio, la presenza di 234 specie di batteri e funghi microscopici che vivevano a bordo con gli astronauti. Molti dei batteri erano probabilmente innocui, se non benefici, ma può sempre esserci qualche mela marcia. E infatti il personale della Stazione in servizio tra il 1995 e il ’98 ha riportato un numero significativo di infezioni microbiche, come congiuntiviti, difficoltà respiratorie acute e infezioni dentali.

Test medici hanno dimostrato anche che gli antibiotici sono meno efficaci nello Spazio, e vanno presi in concentrazioni maggiori perché abbiano effetto. Ma più inquietante ancora è stata probabilmente la scoperta che il batterio della salmonella diviene ancora più virulento vivendo in assenza di gravità.

Una missione spaziale di lunga durata, come un viaggio verso Marte, può soltanto aumentare le probabilità che malattie infettive pericolose possano svilupparsi e infettare l’equipaggio. A peggiorare il quadro vi è il fatto che i viaggi spaziali compromettono il sistema immunitario degli astronauti, rendendoli più sensibili agli effetti dei microbi. I ricercatori sperano che gli antiossidanti si rivelino efficaci per contrastare alcuni di questi effetti pericolosi.

Perdita di massa ossea e muscolare – Probabilmente l’effetto più noto dell’assenza di gravità è il progressivo deterioramento dei muscoli e delle ossa. Un astronauta perde in media dall’uno al due per cento della sua massa ossea per ogni mese che trascorre nello Spazio, e anche la massa muscolare svanisce, al ritmo molto più sostenuto del cinque percento a settimana. Non è dunque un caso che la Nasa consideri questo problema uno dei pericoli principali per i voli spaziali di lunga durata.

L’effetto è comunque molto soggettivo. Se alcuni astronauti hanno perso anche il 20 percento della loro massa ossea in 6 mesi, dovendo poi essere trasportati in barella al loro rientro sulla Terra, altri sono più fortunati. Il russo Valery Polyakov, attuale detentore del record di permanenza nello Spazio, riuscì a camminare dalla sua capsula fino ad una sedia al ritorno da un viaggio di 438 giorni nello Spazio.

Al momento un diligente esercizio fisico rimane la miglior terapia a disposizione degli astronauti per mantenersi in forze durante i viaggi spaziali. Sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) gli astronauti si legano a un tapis roulant progettato per minimizzare le vibrazioni, che potrebbero rovinare i sensibilissimi esperimenti a microgravità che vengono svolti sull’Iss: il Combined Operational Load Bearing External Resistance Treadmill, o più confidenzialmente Colbert. Il nome viene dal comico Stephen Colbert, che riuscì a piazzare il suo nome al primo posto in un concorso per battezzare un nuovo ambiente della stazione spaziale, facendosi votare in massa dai suoi fan.

Dopo una contrattazione con la Nasa, e la minaccia che avrebbero dato il suo nome al gabinetto spaziale della stazione, dovette accontentarsi di dare il suo nome al tapis roulant degli astronauti.

Cecità spaziale – Forse un giorno un equipaggio intrepido riuscirà a superare il lungo viaggio di otto mesi per Marte, per scoprire solo una volta in orbita che nessuno, pilota incluso, è più in grado di vedere i comandi della nave. La colpa allora sarebbe di quella che in mancanza di un termine migliore possiamo definire cecità spaziale, cioè la graduale perdita della vista sperimentata da moltissimi astronauti durante le missioni in assenza di gravità.

L’effetto sembra essere proporzionale alla quantità di tempo trascorso nello Spazio: circa il 30 percento degli astronauti impegnati in missioni brevi ha riferito di avere subito un calo della vista, mentre la percentuale raddoppia nel caso di astronauti impegnati in missioni di lunga durata.

La cecità spaziale è una sindrome venuta alla luce solo di recente, per colpa della reticenza delle precedenti generazioni di astronauti, spaventati dall’idea di poter essere considerati non più idonei per le missioni spaziali per via del calo della vista.

Gli scienziati non sono ancora riusciti a comprendere cosa causi questi sintomi, ma hanno suggerito che potrebbero essere collegati a un aumento della pressione dei fluidi all’interno del cranio, che andando a premere sul nervo ottico provocherebbero una sindrome conosciuta come papilledema, disturbo può portare anche alla perdita completa della vista. Sebbene parlare di cecità sia forse esagerato, anche un semplice calo della vista potrebbe essere un problema serio per gli astronauti, soprattutto in missioni di una certa durata.

Tempeste solari e radiazioni – Circa tre mesi dopo il ritorno dell’Apollo 16 dalla Luna, un’enorme esplosione sconvolse la superficie solare, lanciando terribili radiazioni e miliardi di particelle cariche in direzione della Terra. In quel caso fu solo la fortuna a evitare che la tempesta solare, una delle più grandi e pericolose dell’era spaziale, colpisse l’Apollo 16 o l’Apollo 17, che sarebbe stato lanciato solo quattro mesi dopo.

Le tempeste solari e le radiazioni che queste generano sono uno dei più grandi ostacoli per i viaggi spaziali di lungo periodo. Se durante la super tempesta del ’72 gli astronauti si fossero trovati al di fuori del campo magnetico terrestre, sarebbero quasi sicuramente rimasti uccisi dalle radiazioni.

La Nasa è quindi tenuta per legge a proteggere i suoi equipaggi da eventi del genere, nonché dagli effetti a lungo termine delle radiazioni con cui vengono in contatto nello Spazio. Infatti, anche l’esposizione cumulativa alle radiazioni che si ha nello Spazio è un rischio concreto per la salute, poiché aumenta sensibilmente le probabilità di sviluppare tumori. Le linee guida della NASA stimano che per rimanere al di sotto di una percentuale di rischio del tre percento, un uomo dovrebbe passare al massimo 268 giorni nello Spazio, e una donna 159. Una missione per Marte impiegherebbe invece 520 giorni tra andata e ritorno, troppi perché oggi si possa tentare senza correre un serio pericolo.

Polvere tossica – La maggior parte dei rischi dei viaggi spaziali deriva dall’assenza di gravità, ma neppure quando riescono a raggiungere la relativa sicurezza offerta da pianeti e satelliti gli astronauti possono ritenersi al sicuro. Infatti anche questi portano con loro tutta una serie di pericoli strani e potenzialmente letali, derivanti principalmente dalla polvere.

La superficie lunare, per esempio, è completamente ricoperta di regolith, particelle di polvere microscopiche generate dalle eruzioni vulcaniche e dall’impatto dei meteoriti, che hanno la spiacevole tendenza ad appiccicarsi a qualunque superficie. Durante la loro permanenza sul satellite, gli astronauti dell’Apollo si trovarono ben presto sommersi da questa polvere lunare, che può irritare gli occhi, la pelle, o peggio ancora, se respirata, può creare un disturbo molto serio chiamato silicosi.

Nonostante i rischi della polvere lunare, quella marziana potrebbe dimostrarsi ancora più pericolosa. Il Pianeta Rosso è così chiamato perché è ricoperto da una sottile polvere di ossido di ferro, che alcuni ricercatori ritengono sia in grado di corrodere i composti organici come la plastica e la gomma, e di produrre bruciature sulla pelle umana. Gli astronauti che in futuro si troveranno a viaggiare verso queste due destinazioni dovranno quindi prendere serie precauzioni per sigillare a dovere le loro basi.

La psicologia nello Spazio – Viaggiare verso una stazione spaziale su una specie di petardo gigante, sottoposto ad accelerazioni e decelerazioni estreme. Oppure vivere in condizioni disagevoli, confinato e isolato da familiari e amici: sono alcune delle esperienze stressanti che possono diventare veri e propri traumi psicologici per gli astronauti.

Una lista dei sintomi psicologici sperimentati dagli astronauti russi e statunitensi durante le missioni spaziali comprende: affaticamento, letargia, paura di avere l’appendicite, dolori ai denti comparsi dopo avere sognato di avere dolore ai denti, paura di diventare impotenti.

Ad esempio, in passato il comando missione dello Skylab imponeva ritmi di lavoro massacranti all’equipaggio, spesso accorciando le pause pranzo e proibendo agli astronauti di dedicarsi alla loro attività preferita: guardare la Terra e lo Spazio dai finestrini della stazione. Stremato da questo trattamento inumano, nel dicembre del 1973 l’equipaggio dello Skylab scioperò, arrivando ad atteggiamenti di aperta ostilità e minaccia nei confronti dei loro superiori.

Per fortuna esistono anche effetti psicologici positivi dei viaggi spaziali. Durante la loro permanenza nello Spazio, molti astronauti hanno infatti sperimentato quello che Frank White ha definito effetto visione totale. L’effetto è un senso di meraviglia e soggezione nei confronti dell’Universo, che porta a sperimentare epifanie spirituali come un sentimento di unità con la natura, di trascendenza, e di fratellanza universale.

Lo Spazio dunque regala anche esperienze incredibili, e gli psicologi della Nasa stanno cercando di sfruttarle per scopi terapeutici. Ad esempio fare foto della Terra dalla Stazione Spaziale Internazionale potrebbe avere degli effetti benefici sulla mente degli astronauti.

Fonte: Galileo, Giornale di Scienza 27/08/2012 (www.galileonet.it)

Minuscoli universi chiamati “uomini”, E. Boncinelli

Dagli atomi alle galassie – Minuscoli universi chiamati «uomini», Edoardo Boncinelli (2003)

Ànthropos micròs còsmos, l’uomo è un piccolo universo, un microcosmo.

Con questa affermazione contenuta in un frammento di Democrito del quarto secolo avanti Cristo inizia la fortuna di un concetto che è stato ripreso innumerevoli volte attraverso i secoli: quello che raffigura appunto l’uomo come un microcosmo, un’immagine rimpicciolita dell’universo stesso e un suo compendio. Soprattutto nel Medio Evo quest’immagine è molto piaciuta e ha dato luogo ad innumerevoli riflessioni che tendono a fare dell’uomo un piccolo universo a sé ma anche un tramite per penetrare, per analogia o allusione, i misteri del cosmo e controllarne le trasformazioni. «Fintanto che il cervello resterà un mistero, resterà un arcano anche l’universo» ha detto il grande neurobiologo spagnolo Ramòn y Cajal non troppo tempo fa. Che ne è oggi di questa idea, oggi che la scienza ci ha rivelato l’esistenza di mondi arcani e remoti, nell’infinitamente piccolo come nell’infinitamente grande? Da una parte ci sono gli atomi, più piccoli di un milionesimo di millimetro, e le particelle ancora più minuscole che li compongono; dall’altra le stelle e le galassie, per le quali si ragiona in termini di milioni di chilometri. Noi ci troviamo più o meno nel mezzo e abitiamo un mondo caratterizzato da oggetti le cui dimensioni vanno dal millimetro al chilometro e tempi che vanno dal secondo al decennio.

Questo è anche il mondo nel quale si è sviluppata ed evoluta la vita sul nostro pianeta. È naturale, perciò, che tutti gli animali siano in grado di percepire e comprendere gli eventi che hanno luogo a questa scala. Anche il nostro cervello è in grado di osservare e comprendere facilmente realtà che si misurano in termini di metri e di minuti. Non siamo invece particolarmente attrezzati a rappresentarci eventi che abbiano luogo a scale molto diverse e ci siamo anche stupiti, chi sa perché, del fatto che la fisica atomica e nucleare ci abbiano dimostrato che gli atomi e le particelle subatomiche non sono solo più piccoli ma sono anche molto diversi. Queste minuscole entità obbediscono cioè a leggi diverse e inconsuete che sono difficili pure da riassumere. In tempi più recenti abbiamo anche appreso che gli oggetti celesti di grandi dimensioni presentano proprietà nuove e diverse. Negli immensi spazi siderali si aggirano oggetti che incurvano con la sola loro presenza il continuo spazio-temporale, enormi quantità della cosiddetta materia oscura, per non parlare dell’energia oscura, e quelle particolarissime entità che sono i buchi neri.

Perché dovremmo meravigliarci del fatto che non riusciamo a capire e talvolta neppure a dire come funzionano questi mondi così lontani e inattingibili? Eravamo fatti per ben altro. I nostri sensi e la nostra capacità di rappresentare e immaginare sono sintonizzati sul quotidiano e il consueto. Considerando i mondi dell’infinitamente piccolo e dello straordinariamente grande non possiamo che affidarci ad analogie o ad immagini mentali più o meno fedeli. Oppure a leggi matematiche non facilmente interpretabili, quelle leggi che per quanto riguarda gli oggetti del nostro mondo sono poco più di riassunti di un gran numero di affermazioni, ma che per i fenomeni che hanno luogo in questi mondi remoti rappresentano l’unica forma possibile di conoscenza e di previsione.

L’uomo e la sua storia si collocano in una nicchia spazio-temporale molto ristretta, una sorta di meso-mondo collocato a mezza strada fra un micro-mondo e un mega-mondo. A quello apparteniamo e quello siamo in grado di comprendere. Ciò significa che gli altri mondi non esistono o che non hanno le proprietà che noi gli attribuiamo? Nemmeno un po’. La nostra stessa esistenza è anzi la migliore dimostrazione della necessità del piccolo e del grande. Senza di questi non potremmo esistere e probabilmente non potrebbe esistere neppure la vita. Prendiamo gli atomi. Anche un tavolo o una roccia sono costituiti di molecole e di atomi ma per comprendere molte delle loro proprietà questo fatto può essere ignorato. Non così per la vita e per la vita intelligente. Un essere vivente deve necessariamente essere costituito di cellule e per poter pensare deve possedere anche un cospicuo numero di cellule nervose. Le cellule sono a loro volta piccoli mondi organizzati e sufficientemente autonomi che non possono non essere formati da un numero enorme di unità costitutive elementari. Se i mattoni del mondo fossero delle dimensioni a noi familiari, anche solo dell’ordine dei millimetri, non ci sarebbero esseri viventi e noi non ci saremmo.

All’estremo opposto, oggi sappiamo che se l’universo non fosse tanto grande, non sarebbe trascorso abbastanza tempo dall’inizio del tutto e questo non sarebbe stato sufficiente perché potesse evolvere una forma di vita intelligente su un pianeta che presenti condizioni ambientali relativamente stabili come la nostra Terra. Insomma, perché noi esistiamo è necessario che il mondo contenga realtà incommensurabili che si comportino in maniera incomprensibile. Il sorprendente è che almeno in parte riusciamo a comprenderle. E a parlarne.

Fonte: SWIF, 28/11/2003

Edoardo Boncinelli è stato capo del Laboratorio di Biologia Molecolare dello Sviluppo presso il Dipartimento di Ricerca Biologica e Tecnologica (DIBIT) dell’Istituto Scientifico H. San Raffaele; è inoltre professore di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute e Direttore di ricerca CNR presso l’Istituto di Farmacologia Molecolare e Cellulare del CNR di Milano.

Fisico di formazione, si è dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo prima a Napoli (presso l’Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica, I.I.G.B., del CNR), dove ha percorso le tappe fondamentali della sua carriera scientifica, e poi a Milano. E’ membro dell’Accademia Europea e dell’EMBO, l’Organizzazione Europea per la Biologia Molecolare, ed è stato Presidente della Società Italiana di Biofisica e Biologia Molecolare. [ndr]

http://www.boncinelliedoardo.com/

Se le foglie sono morte…, Paola

Se le foglie sono morte…, Paola (nota al gruppo AL)

Cominciano a cadere le foglie e il colore dell’autunno si fa più presente. Tra breve si aprirà quel passaggio tra i mondi che noi celebriamo come le feste di Ognisanti e Commemorazione dei Defunti. Non intendo qui ricollegare le nostre celebrazioni alla festa di Halloween o di Samhain delle antiche popolazioni irlandesi, che celebravano tra il 31 ottobre e il 1° novembre la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno del loro calendario. Tuttavia, in questi giorni si è consapevoli di un’apertura tra il mondo dei “vivi” e quello dei “morti”.

Per quanto mi riguarda, ciascuno di noi apre questo portale con il ricordo di coloro che ci hanno preceduto, ci hanno dato origine e di cui esprimiamo tratti fisici o caratteriali. Molti di noi conoscono le Costellazioni Familiari e hanno avuto esperienza della concretezza di come le energie dei membri della famiglia anche trapassati possono continuare a manifestarsi e interagire nel mondo dei “viventi” tramite noi, spesso inconsapevoli. Sia che si voglia considerare queste manifestazioni come ereditarietà genetica, residui energetici di nostri avi, parti neglette di noi stessi, espressioni di nostre precedenti incarnazioni o, anche, provenienti da vite parallele, questi giorni sono il momento migliore per venire a patti con esse.

Chi ha familiarità con la sua cosmologia interiore può interagire con esse attraverso i vari metodi che alcune tradizioni hanno conservato; coloro che invece non hanno tale dimestichezza, possono operare una guarigione altrettanto profonda con un atto di riconoscimento e di considerazione per i membri della propria famiglia sia viventi che trapassati; soprattutto quelli meno nominati, meno amati o di cui sfugge più facilmente la storia o il ricordo. Infatti, può capitare che siano delle ereditarietà di questi parenti “trascurati” quelle che si celano negli aspetti di noi che tendiamo a non voler mettere in discussione o a compensare. Parafrasando Bert Hellinger, ciò che si tace o che non viene rivelato esercita maggiore influenza di quel che è espresso; e, citando James Mahu: “La dimensione è sempre modellata dalla non-dimensione”.

La visita ai cimiteri è anche occasione d’incontro tra vivi che a volte non si frequentano, e questo – nonostante la brevità del momento – può favorire una guarigione per il solo fatto di essersi “riconosciuti”. Infatti, il ritrovarsi tra parenti e amici (vivi e morti, insieme) può essere occasione di una guarigione grazie a quel momento di pacificazione all’interno dell’“anima familiare”, quell’entità energetica che accoglie e accomuna tutti i più disparati moti dei singoli membri di una stessa famiglia di sangue.

Vorrei invitare – durante il prossimo periodo – a cogliere ogni segnale che l’anima familiare possa inviare, e a vivificare il rituale della visita ai cimiteri per renderlo significativo e proficuo di generosi cambiamenti.

Poichè, anche se a terra le foglie sono morte, l’albero è sempre vivo. —


Aricolo correlato: Nel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi?, John O’Donohue