La percezione della normalità, Paola

La percezione della normalità, Paola (2005)

La mente che si apre a una nuova idea
non ritorna mai alla dimensione precedente.”
A. Einstein

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La percezione extrasensoriale ha sempre colpito e affascinato l’immaginazione e, secondo l’epoca o la cultura, è stata vista come segno di divinità, possessione o malattia. Solo negli ultimi decenni la scienza ha riconosciuto che alcune capacità, al momento poco comprese, sono connaturate all’uomo benché latenti.

Chi segue un percorso evolutivo attende la manifestazione di doti ritenute superiori desiderando sperimentare la realtà ampliata che ne deriva. Alcune volte, però, la tenera gemma della loro presenza non è riconosciuta proprio a causa di quanto ci si aspetta, poiché la pienezza di alcune capacità – nell’immaginario – è a tal punto standardizzata da impedire il riconoscimento delle sue espressioni intermedie. È come vedere un albero solo dai frutti o dai fiori, e non d’inverno quando è spoglio di ogni ornamento. Mancando questo riconoscimento, si manca la possibilità di sviluppare più rapidamente proprio quanto maggiormente desiderato.

Chi si accorge del suo iniziale germoglio, ha la felice opportunità di nutrirlo osservandone la crescita in piena consapevolezza. La consapevolezza che permette questo riconoscimento è direttamente proporzionale alla consapevolezza che si ha verso tutte le manifestazioni della vita. All’interno di questo processo, d’altra parte, ci sono atteggiamenti involontari che boicottano quanto si cerca con impegno e passione.

ESTENDERE IL CONFINE DELLA NORMALITA’

La paura che l’uomo ha dell’ignoto e dell’incontrollabile è connessa al suo istinto di conservazione.

La normalità è una linea di demarcazione piuttosto arbitraria che delimita e separa il razionale dall’irrazionale, l’accettabile dall’inaccettabile, il conosciuto dallo sconosciuto.
La normalità è come un campo arato e seminato anno dopo anno, ben sorvegliato e recintato affinché animali selvaggi e piante infestanti non ne mettano a rischio la resa prevista. Il paranormale è tutto quello che si scorge aldilà dello steccato, a perdita d’occhio, oltre la linea dell’orizzonte.

In realtà la normalità è l’Esistere con la sua miriade infinita di trasformazioni e differenze, gli sviluppi imprevedibili, i cambiamenti di stato e le modificazioni genetiche. Quello che si è soliti definire “normale” è un banale e limitato sottoinsieme nel più grande insieme del Tutto.

Estendere il limite del concetto di normalità diventa inevitabile, a un certo punto del cammino, volendo espandere consapevolezza e percezione. La percezione extrasensoriale può svilupparsi solo se non considerata estranea e diversa da una supposta normalità. Per farlo è necessario rivedere quei (pre)concetti individuali su cosa è normale o anomalo, accettabile o inaccettabile, vero o falso all’interno del proprio vissuto. Non può essere semplicemente una comprensione intellettuale, un “credere che …”, ma piuttosto un comportamento nella quotidianità, se si vuole ampliare la percezione nella realtà e non nella fantasia.

Non accettare le differenze della vita e delle sue manifestazioni come realtà normale e legittima, inibisce nell’intimo l’espressione di quella diversità che, in fondo, si desidera promuovere in se stessi. Essendo l’uomo uno in sè e con il Tutto, la paura proiettata ritorna di riflesso – in un gioco di specchi interiori ed esteriori – su ogni aspetto della realtà individuale.

Chi vuole manifestare le proprie potenzialità, deve confrontarsi con l’atavica paura dello sconosciuto/imprevedibile e con il suo parametro di coerenza, allargando poi in modo continuo e costante i limiti dell’accettazione: limiti mascherati dall’abitudine e dalle convinzioni personali, spesso sostenuti da una logica inoppugnabile e perfettamente coerente. Ogni cosa deve essere valutata quale aspetto apparente, temporaneo, non sostanziale e suscettibile di cambiamento, onde non perdere l’opportunità di maggior sperimentazione e saggezza che la Vita sempre offre a chi le si affida con fiducia.

SPOSTARE L’ATTENZIONE

Gli impedimenti all’espansione della percezione sono spesso dati – anche qui – più da un’abitudine mentale che da altro. All’inizio della sua esistenza terrena, il nostro cervello registra i dati in entrata e costruisce con essi un archivio, al quale poi successivamente noi ci limitiamo – anche nel senso di “auto-limitazione” – accettando solo ciò che corrisponde all’archiviato, quando – addirittura – non ne “anticipiamo la conclusione” secondo un copione prestabilito da determinate esperienze. È un meccanismo dell’evoluzione utile per semplificare e rendere sicura una vita impostata sulla ripetizione e l’automatismo, ma che si trasforma in una sfida impegnativa per chi vuole andare oltre.

L’ovvietà è un altro meccanismo che devia il flusso di nuove informazioni verso i reparti del “già lo so”, così del nuovo si vede solo ciò che somiglia al già noto e tutto il resto diventa invisibile. Si dovrebbe tornare bambini per avere la spontaneità dell’osservazione, superando la dipendenza da un’autorità esterna che definisce cosa e come osservare. Si tratta di tornare a osservare smantellando quelle strutture mentali che cultura, educazione e esperienze precedenti hanno – più o meno inconsapevolmente – costruito. Si tratta di ri-verificare la realtà personale costruita dalle nostre strutture mentali individuali.

L’interpretazione procede parallela al condizionamento della percezione. Si dovrebbe riuscire a osservare quanto ci troviamo di fronte senza attribuire significati o motivazioni che vengono spontanee a motivo delle strutture su cui poggiamo, permettendoci invece di non lasciarci ingannare dall’apparenza, laddove l’apparenza è la nostra interpretazione. Quando ci si permette di sospendere momentaneamente ogni aggettivo, concedendo a noi stessi, all’altro o alla cosa in sé, ulteriore tempo e spazio, è possibile notare particolari passati inosservati a una prima occhiata percepire sensazioni interiori che illuminano differentemente ombre e colori dentro e fuori di noi.

Gli inganni ottici sono giochi di prospettiva che rendono bene questa idea. Negli stereogrammi, per esempio, si deve mettere diversamente a fuoco lo sguardo nell’apparente caos di colori e linee, per “vedere comparire”, come per magia, quell’immagine che non esiste affatto all’osservazione normale.

ESTENDERE IL CONFINE DELLA PERCEZIONE

Il termine percezione indica sia l’atto che l’effetto del percepire e è relativo tanto all’aspetto fisico quanto al mentale. È una parola ambivalente e dalle molteplici accezioni, anche se il suo uso è in modo particolare utilizzato nella filosofia e nella fisiologia. E non per caso.

La percezione è data da stimoli mediati sia dai cinque sensi fisici che dai loro corrispondenti sensi sottili. Pertanto è la percezione elaborata che definisce la realtà concepita da ciascuno. Come i cinque sensi fisici sono i sensori che mettono in contatto la coscienza con un mondo definito “esterno e materiale”, così i sensi che definiscono la percezione extra-sensoriale rilevano un mondo altrettanto tangibile tramite sensori dalla differente sensibilità, atti a sconfinare i limiti del primo gruppo.

Chi pratica delle tecniche, sviluppa naturalmente la capacità percettiva, solo che molte volte non ne è consapevole: non riconoscendola, non la esercita – non esercitandola, non la rafforza. Quando si comincia a prendere coscienza di uno stato percettivo, a volte già qualcosa è in atto e è questo qualcosa che va individuato, perché può diventare l’aggancio verso ogni altro sviluppo. È opportuno osservarsi per individuare la propria caratteristica peculiare o di partenza. Tutte sono disponibili, ma – all’inizio in special modo – una o due si mostrano più consone, facili o evidenti.

Per esempio, moltissimi, frugando nella memoria, hanno uno o più ricordi di manifestazioni o stati fuori l’ordinario, poi “dimenticati”. Invece di essere mantenuti nella consapevolezza del proprio vissuto, sono stati etichettati come stranezze accidentali oppure immaginazioni, rifiutati come inspiegabili o irreali, e dunque non riconosciuti come manifeste espressioni di se stessi. Queste esperienze andrebbero ri-vissute, ri-considerate e osservate per rintracciare i meccanismi che le hanno prodotte, cercando di individuare così quella capacità che stava tentando di uscire alla luce del sole.

ABBANDONARE ASPETTATIVA E GIUDIZIO

Ciò che può distrarre la persona dal riconoscimento delle sue capacità è l’aspettativa di una manifestazione eclatante e senza passi intermedi: cosa che in genere non succede a chi opera seguendo un percorso di sviluppo, dovuto appunto al modo di operare progressivo.

Molto si svolge in sordina, nella penombra, in un’area dove la razionalità non ha accesso, ma regnano creatività, imprevedibilità e irrazionalità. e è con questi tre aspetti della nostra natura che occorre entrare in confidenza al fine di nutrire l’espressione delle nostre caratteristiche particolari.

A un certo punto, infatti, non si tratta più di praticare tecniche per lo sviluppo dell’aspetto sensitivo e irrazionale in un “ambiente protetto”, ma di osare nel concreto. Tutti gli sforzi profusi nelle tecniche (aspetto razionale) possono essere inefficaci se non viene dato altrettanto spazio e attenzione a ciò che potrebbe svilupparsi (aspetto irrazionale). Portare alla luce quello che è latente significa trasferirlo nella quotidianità, perché è con il suo uso nella vita ordinaria che può rafforzarsi.

Per esempio, se sembra in via di sviluppo l’intuizione, rafforzarla significa dare credito a quei pensieri o quelle sensazioni che potrebbero provenire da questa facoltà. Certo, si può confondere come intuizione anche un pensiero campato in aria o un desiderio inconscio, ma – di fatto – non si conoscerà la qualità di ciò che ci è passato per la mente finché non l’avremo “manifestato2, rischiando anche grossolani errori e situazioni imbarazzanti. Il paradosso è che se non si mette alla prova quanto sta emergendo, se non gli si dà la possibilità di temprarsi nella manifestazione, non è possibile esercitare e affinare la percezione di ciò che è o non è. In questa fase può aiutare il non prendersi troppo sul serio.

Nello sviluppo della propria percezione, occorre abbandonare ogni forma di giudizio e valutazione dei risultati mentre si tenta di entrare in confidenza con questi aspetti dai contorni indefiniti. Letture sul tema e esempi famosi possono essere di stimolo e offrire spunti operativi, ma tenendo presente che, se l’avvenimento visto da fuori è quello che tutti sembrano osservare, rimane assolutamente individuale come questo è vissuto o sperimentato dalla persona che lo produce.

L’aspettativa e il giudizio poggiano e si determinano in base a dati esterni e, nell’affrontare lo sconosciuto, il conosciuto non ha più la valenza prevalente su cui si basa tutta l’esperienza del mondo “normale”. Solo la normalità ha parametri che la definiscono, al di fuori di essa i termini di paragone sono semplici misure approssimative.

IL TERZO È DATO

Il metodo scientifico poggia sulla “ripetibilità” dell’esperimento: alla logica necessita la ripetibilità per poter analizzare, verificare e confrontare ciò che le sta di fronte, e secondo questa visione solo ciò che è reiterazione rientra nei parametri di “realtà”. Di nuovo, questo concetto non è applicabile durante le fasi iniziali delle capacità latenti, che si generano nell’imprevedibile e nell’estemporaneo, sembrando soggette più alle leggi del caos che a quelle della logica.

La difficoltà nel definire la ‘qualità’ della propria esperienza, si deve proprio alla visione del mondo cui siamo esposti sin dalla nascita. La pretesa di conoscere in modo logico e lineare il perché e il come entra in conflitto con l’espressione della facoltà latente che per molti, all’inizio, è svincolata dallo spazio, dal tempo e – soprattutto – dal controllo cosciente.

Per esempio, molte volte queste facoltà si manifestano spontanee in momenti di necessità o pericolo, altre volte in stati di semi-incoscienza, altre ancora durante intensi sforzi fisici o mentali, cioè situazioni in cui si può dire che la logica e la razionalità ‘collassano’ o vanno ‘in tilt’. In queste occasioni ci si chiede chi o cosa abbia agito, vedendolo come un intervento esterno. In realtà è un avvenimento interno, cioè messo in moto da un aspetto di noi che non conosciamo solo perché nessuno ce l’ha mai presentato.

Lo sviluppo di una percezione ampliata si ottiene accettando volontariamente di “‘contenere” parte della propria razionalità per dare all’irrazionale e alla sensitività quella libertà molto temuta, probabile fonte di sviluppi imprevedibili. La nuova capacità nasce dalla continua interazione tra illogicità e razionalità, e non può formarsi esclusivamente da una delle due. Si genera quando questi due aspetti della mente umana sono entrambi maturi, sviluppati e utilizzati. Per quanto improprio, si potrebbe dire – a titolo di similitudine – che si forma un “terzo cervello”.

Questo terzo è dato e non condensa e non sovrintende i due da cui si è sviluppato: cioè non è una percezione che li riassume o li governa. Ciascuna modalità rimane distinta e autonoma: razionalità e irrazionalità conservano le loro caratteristiche e le loro competenze, mentre la terza modalità esiste a sè stante e provvede in modo autonomo e diretto al funzionamento della percezione extrasensoriale, delle manifestazioni ‘paranormali’ e altro. Chi ha (o ha avuto) modo di vivere una situazione o stato ‘anomalo’ può (o ha potuto) sperimentare questa completa autonomia, dove l’azione interviene direttamente, senza alcun coinvolgimento intellettuale, in assoluta libertà e perfetta conoscenza.

PER CONCLUDERE

Coloro che ci hanno preceduto in questo viaggio hanno sempre definito l’espressione delle facoltà latenti di secondaria importanza. Fare delle facoltà paranormali un indice di evoluzione spirituale è altrettanto limitante come pensare il mondo percepito dai cinque sensi fisici come realtà definitiva e immutabile.

Il desiderio di sviluppare la percezione può essere da sprone per esercitare tecniche i cui benefici si estendono nell’invisibile, ma pensare che le manifestazioni paranormali siano il massimo ottenimento è non avere ben compreso la grandezza della coscienza.

Tutto ciò che la mente umana può pensare come apice dell’esperienza, della comprensione e della conoscenza, è semplicemente un gradino di una scala infinita. La percezione extrasensoriale è utile per una comprensione più profonda e particolare del mondo comunemente inteso, predisponendo il riconoscimento degli aspetti e dei processi sottostanti e generanti la manifestazione, maschera visibile di realtà invisibili.

La percezione extrasensoriale, ben lungi dall’essere il punto d’arrivo, è semplicemente un altro strumento di indagine disponibile a un certo punto del cammino. Come il ricercatore scientifico utilizza e acuisce i suoi sensi/strumenti fisici per approfondire e estendere la conoscenza delle innumerevoli meraviglie del mondo fisico, così il ricercatore metafisico può utilizzare e acuire la sua percezione per vivere sempre più l’esperienza di quella Realtà che trascende i concetti culturali di normalità/paranormalità – regola/eccezione – ordine/caos, e la cui incommensurabile vastità e varietà si dispiega e si concentra nell’ “Esistere”.—

– Estendere i confini, 2

Pregiudizio, Deng Ming-Dao

Nessun figlio è brutto per la madre. Nessuno resta indifferente a se stesso.

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Sappiamo tutti che cos’è il pregiudizio, Può presentarsi sotto forme diverse: nazionalismo, sciovinismo, provincialismo, razzismo. Molti di noi si scagliano contro simili ingiustizie: finchè esisteranno pregiudizi, dichiariamo, non saremo mai in grado di conoscerci veramente.

Ciononostante, a impedirci di conoscere noi stessi è proprio una particolare forma di pregiudizio. A pensarci bene, noi siamo la persona che preferiamo al mondo: provvediamo a tutti i nostri bisogni corporei, ci lasciamo andare ai piaceri dei sensi, soddisfiamo le nostre curiosità intellettuali e assecondiamo le nostre ambizioni più sfrenate. Quando ci ammaliamo o ci troviamo in difficoltà, nessuno prova dolore o si lamenta più forte di noi. Quando siamo soddisfatti, nessuno gioisce più intensamente. In punto di morte, nessuno più di noi si aggrapperà disperatamente alla vita.

Se siamo schiavi dei nostri appetiti, non potremo dedicare attenzione alla spiritualità. Se l’agio ci appaga più della fatica, la nostra forza interiore non basterà mai per intraprendere una ricerca spirituale. Se le idee dell’intelletto contano per noi più dell’esperienza, la nostra percezione del TAO non sarà mai autentica. Se continuiamo a insistere sulla nostra separatezza e individualità rispetto all’universo, non raggiungeremo mai la vera unione. Nessun figlio è brutto per la madre, poichè è lei ad averlo creato. Lo stesso vale per noi: siamo inevitabilmente parziali verso noi stessi, poichè siamo noi a crearci. Se vogliamo raggiungere un obiettivo spirituale, qualunque esso sia, dobbiamo prima affrontare e risolvere questo pregiudizio.

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

Amore a prima vista, Wisława Szymborska

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno «scusi» nella ressa?
un «ha sbagliato numero» nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

– Amore a prima vista, Wisława Szymborska – Adelphi

 

Interiorizzazione, Deng Ming-Dao

La gente pensa di non dover imparare, perchè tante sono le informazioni disponibili. Ma la conoscenza è qualcosa di più del possedere semplici informazioni. Solo i saggi si muovono con sufficiente rapidità.

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La quantità di informazioni disponibili al giorno d’oggi non ha precedenti. Nel Medioevo, pochi volumi potevano racchiudere in un’enciclopedia tutti i fattori noti, e un despota poteva controllare il popolo semplicemente isolando o distruggendo una biblioteca. Oggi la massa di informazioni ha raggiunto proporzioni oceaniche.

Di fronte a una simile enormità, alcuni assumono un atteggiamento letargico. Pensano che, se tante cose sono effettivamente a portata di mano, non c’è alcun serio bisogno di imparare nulla. Queste persone escono e si procurano il necessario solo al momento del bisogno. Ma la vita si muove troppo velocemente perchè possiamo concederci di restare pigri. Così come il flusso di informazioni ha conosciuto una crescita esponenziale, il ritmo delle decisioni è andato enormemente accelerando. Non possiamo restare passivi: dobbiamo interiorizzare le informazioni e situarci in un punto preciso del flusso.

Si dice che l’uomo medio sfrutta solo il dieci per cento delle proprie capacità mentali. Un genio il quindici. Dunque, se soltanto riuscissimo ad attivare per intero il nostro potenziale potremmo restare al passo con i tempi. Essere al passo con i tempi significa infatti possedere cultura, determinazione ed esperienza. Non dovremmo mai smettere di imparare, nè di esplorare o di imbarcarci in nuove avventure. Comportiamoci come gli antichi esploratori: ciò che essi scoprirono per sè supererà sempre di gran lunga ciò che i lettori riescono oggi ad acquisire attraverso le loro testimonianze scritte.

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

Immediatezza, Deng Ming-Dao

Quando ci laviamo il viso, riusciamo a scorgere il nostro vero io?

Quando uriniamo, riusciamo a ricordare cos’è la purezza?

Quando mangiamo, riusciamo a ricordare i cicli di tutte le cose?

Quando camminiamo, riusciamo a sentire la rotazione dei cieli?

Quando lavoriamo, siamo felici di ciò che stiamo facendo?

Quando parliamo, le nostre parole sono prive di malizia?

Quando compriamo, siamo consapevoli dei nostri bisogni?

Quando ci imbattiamo nella sofferenza, offriamo aiuto?

Quando ci troviamo di fronte alla morte, restiamo lucidi e impavidi?

Quando siamo in conflitto, cerchiamo di riportare l’armonia?

Quando siamo con i nostri cari, esprimiamo il nostro affetto?

Quando alleviamo i figli, siamo fermi ma dolci?

Quando affrontiamo i problemi, siamo tenaci e lungimiranti?

Quando finiamo di lavorare, ci concediamo un po’ di riposo?

Quando ci prepariamo a riposare, sappiamo come placare la mente?

Quando dormiamo, scivoliamo nel vuoto assoluto?

– Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno: 365 meditazioni – Ed. Guanda

Plasmare il sé in un mondo disincantato, R. Tarnas (estratto da: Cosmo e Psiche)

Plasmare il sé in un mondo disincantato, R. Tarnas (estratto da: Cosmo e Psiche–Un approccio psicologico alla conoscenza dell’Universo, Edizioni Mediterranee 2012)

(Estratto dal Cap. 1 – La trasformazione del Cosmo)

La nostra concezione del mondo non è semplicemente il modo in cui lo vediamo. Essa si estende all’interno per formare il nostro essere più interiore e all’esterno per costituire il mondo. Rispecchia, ma anche rafforza e perfino crea le strutture, le blindature e le possibilità della nostra vita interiore. Configura profondamente la nostra esperienza psichica e somatica, gli schemi secondo cui percepiamo, conosciamo e interagiamo con ciò che ci circonda. Non meno potentemente tale concezione – le nostre credenze e teorie, le elaborazioni, le metafore, i miti, gli assunti interpretativi – costella la nostra realtà esterna, plasmando e lavorando i malleabili potenziali del mondo in mille forme di interazione sottilmente reciproca. Le visioni del mondo creano mondi.

Forse il modo più sintetico di definire l’attuale concezione del mondo consiste nel concentrarsi su ciò che di fatto la distingue da tutte le altre. Parlando in via molto generale, a caratterizzare il pensiero moderno è la fondamentale tendenza ad affermare e sperimentare una separazione radicale tra soggetto e oggetto, una netta divisione tra il sé umano e il mondo che lo comprende. Tale prospettiva può essere contrapposta a quella che ha finito per essere chiamata visione primitiva del mondo, tipica delle culture indigene tradizionali. Il pensiero primitivo non riconosce questa decisa separazione, non la ammette, mentre quello moderno non solo la sostiene, ma è essenzialmente basato su di essa.

L’uomo delle origini percepisce il circostante mondo naturale come pervaso di significato, la cui portata è al tempo stesso umana e cosmica. Vede spiriti nelle foreste, avverte presenze nel vento e nel mare, nei fiumi, sulle montagne. Ravvisa significati nel volo di due aquile sull’orizzonte, nella congiunzione di due pianeti nel cielo, nei cicli della Luna e del Sole. Al mondo primitivo viene attribuita un’anima. Esso comunica e persegue degli scopi. È pieno di segni e simboli, implicazioni e intenzioni. È animato dalle stesse risonanti realtà psicologiche che gli esseri umani sperimentano dentro di sé. Una continuità si estende dal mondo interiore dell’uomo a quello esterno. Nell’esperienza primordiale quello che posso chiamare “mondo esterno” possiede un aspetto interiore continuo con la soggettività umana. Intelligenza creativa e reattiva, spirito e anima, significa o intento sono ovunque. L’uomo è un microcosmo nel macrocosmo del mondo, partecipe della sua realtà interiore e unito al tutto in modo sia tangibili che invisibili.

L’esperienza primitiva ha luogo, per così dire, all’interno di un’anima mundi, un’anima del mondo, una matrice vivente di significato incarnato. La psiche umana è radicata in una psiche globale, della quale partecipa in maniera complessa e da cui è costantemente definita. Il funzionamento di questa anima mundi, con la sua mutevolezza e diversità, viene espresso con un linguaggio mitico e numinoso. Poiché si ritiene che il mondo parli attraverso simboli, può verificarsi una comunicazione diretta di significati e intenti da esso all’uomo. I tanti particolari del mondo empirico possiedono tutti un significato simbolico e archetipico che fluisce tra interno e esterno, tra il sé e il mondo. In questo stato di consapevolezza relativamente indifferenziato, gli esseri umani percepiscono se stessi come direttamente partecipi – emotivamente, misticamente, consequenzialmente – e in comunicazione con la vita interiore del mondo naturale e del cosmo. Per essere più precisi, questa partecipation mystique implica un complesso senso di partecipazione diretta dell’uomo non solo al mondo, ma anche ai poteri divini, e di questi al mondo in virtù della loro presenza immanente e onnipervasiva.

Per contrasto, il pensiero moderno sperimenta una divisione fondamentale tra un sé umano soggettivo e un mondo esterno oggettivo. Fatta eccezione per l’uomo, il cosmo è considerato totalmente impersonale e inconsapevole. Qualunque bellezza e valore gli esseri umani possano percepire nell’universo, questo è di per sé semplice materia in movimento, meccanicistica e priva di scopo, governata dal caso e dalla necessità. È del tutto indifferente alla consapevolezza e ai valori umani. Il mondo esterno all’uomo manca di intelligenza consapevole, di interiorità e di significato e intento propri. Dalla prospettiva contemporanea, l’individuo primordiale unisce e confonde interiore ed esteriore, e pertanto vive in uno stato di costante illusione magica, in un mondo antropologicamente distorno, speciosamente riempito del significato soggettivo della psiche umana. Per il pensiero moderno, l’unica fonte di significato nell’universo è la consapevolezza umana.

Secondo un altro modo di descrivere la situazione, si potrebbe dire che il pensiero attuale considera il mondo all’interno di una implicita struttura empirica in cui il soggetto è separato e in un certo senso contrapposto all’oggetto. Il nostro mondo è pieno di oggetti che il soggetto umano incontra e in base ai quali agisce dalla sua unica posizione di autonomia consapevole. Viceversa, il pensiero primordiale vede il mondo più come un soggetto inserito in un mondo di soggetti, senza alcun limite assoluto tra loro. In questa prospettiva, il mondo è pieno di soggetti. Il mondo primordiale è impregnato di soggettività, interiorità e di intrinseci significati e intenti.

(…) Il sistematico riconoscimento che la fonte esclusiva di significato e scopo nel mondo è la mente umana e che è un errore madornale proiettare ciò che è umano sul non umano, costituisce uno dei presupposti fondamentali – forse il presupposto fondamentale – del metodo scientifico moderno. La scienza attuale cerca con rigore eccessivo di “deantropomorfizzare” la cognizione. I fatti sono là, i significati vengono trasmessi qui. La realtà è considerata semplice, cruda, oggettiva, non abbellita dall’umano e dal soggettivo, non distorta da valori e aspirazioni. Vediamo emergere questo impulso chiaramente visibile nel pensiero moderno dai tempi di Bacone e Cartesio in poi. Se l’oggetto va adeguatamente compreso, il soggetto deve osservarlo e analizzarlo ponendo la massima cura nel sopprimere l’ingenua tendenza dell’uomo di investirlo di caratteristiche che può attribuire solo a se stesso. Affinché vi sia una conoscenza autentica e valida, il mondo oggetti – la natura, il cosmo – deve essere visto come fondamentalmente privo di tutte quelle qualità soggettivamente e interiormente presenti nella mente umana in quanto suoi fattori costituenti: consapevolezza e intelligenza, senso di scopo e intento, capacità di espressione e comunicazione, immaginazione morale e spirituale. Percepire tali qualità come intrinsecamente esistenti nel mondo vuol dire “contaminare” l’atto di conoscere con quelle che sono in realtà proiezioni umane.

(…) Privare il mondo della soggettività, della sua capacità di esprimere intenzionalmente un significato tramite l’oggettivazione e il disincanto accentua radicalmente il senso di libertà e la soggettività autonoma del sé umano, la sua fondamentale convinzione di poter plasmare e determinare la propria esistenza. Allo stesso tempo, il disincanto intensifica la capacità dell’uomo di vedere il mondo naturale fondamentalmente come un contesto da modellare e una risorsa da sfruttare a proprio vantaggio. Quando il mondo perde le sue strutture tradizionali di significato predeterminato, quando queste vengono successivamente “penetrate” e decostruite, le condizioni dell’esistenza umana – sia esterna che interiore – diventano sempre più aperte al cambiamento e allo sviluppo, sempre più soggette all’influenza, all’innovazione e al controllo umani.

(…) Parlando in termini molto generali, possiamo dire che mentre il sé umano, guidato dalle sue simbolizzazioni in evoluzione culturali, religiose, filosofiche e scientifiche, otteneva una concretezza e una distinzione sempre maggiori rispetto al mondo, progressivamente si appropriava di ogni intelligenza e anima, significato e scopo che in precedenza percepiva nel mondo, tanto da finire per localizzare queste realtà esclusivamente nel proprio interno. Per contro l’uomo, appropriandosi di ogni intelligenza e anima, significato e scopo che in precedenza percepiva nel mondo, acquisiva rispetto a esso concretezza e distinzioni sempre maggiori, accompagnate da una crescente autonomia man mano che tali significati e scopi venivano considerati sempre più plasmabili dalla volontà e dall’intelligenza umane. I due processi – informare il sé e appropriarsi dell’anima mundi – si sono sostenuti e rafforzati a vicenda, con la conseguenza di svuotare gradualmente il mondo esterno di ogni significato e scopo intrinseci.

(…) In realtà, per sintetizzare un processo estremamente complicato, la realizzazione dell’autonomia umana è stata pagata con l’esperienza dell’alienazione. Quanto è preziosa la prima, tanto dolorosa è la seconda.

– Estratto da: Cosmo e Psiche, Richard Tarnas – Edizioni Mediterranee

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– Anima Mundihttps://it.wikipedia.org/wiki/Anima_del_mondo

La psiche è l’espressione Cosmo, Intervista a R. Tarnas