Homo Deus, Y. N. Harari (Libro)

Homo Deus: Breve storia del futuro, Yuval Noah Harari – Edizioni Bompiani

Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare Homo sapiens in Homo Deus. E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna? Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia, e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo. Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini?

Indice

1. Il nuovoprogramma dell’umanità

Parte Prima: Homo Sapiens alla conquista del mondo (Qual è la differenza tra gli umani e gli altri animali? Come ha fatto la nostra specie a conquistare il mondo? Homo sapiens è una forma di vita effettivamente superiore o soltanto il bulletto del quartiere?) 2. L’Antropocene – 3. La scintilla umana          

Parte Seconda: Homo Sapiens dà un senso al mondo – (Quale genere di mondo hanno creato gli umani? In che modo gli umani si sono persuasi che non solo controllano il mondo, ma anche gli danno senso? In che modo l’umanesimo– la venerazione del genere umano – è diventata la religione più importante?) 4. I narratori – 5. La strana coppia – 6. Il moderno patto di alleanza – 7. La rivoluzione umanista                              

Parte Terza: Homo Sapiens perde il controllo – (Gli umani possono continuare a governare il mondo e a dargli un senso? In che modo la biotecnologia e l’intelligenza artificiale minacciano l’umanesimo? Chi potrebbe raccogliere l’eredità del genere umano, e quale nuova religione potrebbe prendere il posto dell’umanesimo?) 8. Una bomba a orologeria in laboratorio – 9. La grande separazione – 10. L’oceano della coscienza – 10. La religione dei dati

Articolo correlato: L’uomo ha vinto perchè sa immaginare ciò che non si vede, Y. N. Harari

 

Seguire il TAO, D. Ming-Dao

Seguire il TAO, Deng Ming-Dao

Seguire il TAO significa seguire un sentiero di vita. Si tratta di uno stile di vita capace di sostenervi, guidarvi e condurvi attraverso innumerevoli e profonde esperienze. È un sentiero spirituale di gioia e introspezione, libertà e profondità.

Il TAO è dovunque. È letteralmente il movimento di tutta la vita. È senza confini e fluisce in tutte le direzioni. Seguire il TAO ha senso, dal momento che è l’eterno processo che si sviluppa nell’universo. Se nuotiamo in un fiume, dovremmo approfittare della corrente.

Lo studio del TAO ebbe origine in Cina e la sua storia si sviluppa per migliaia di anni. I suoi metodi, le sue dottrine e le sue pratiche si sono evolute in un sistema tanto fittamente ramificato e complesso da non poter essere pienamente compreso nemmeno dedicando una vita intera al suo studio. Alcuni ci provano ancora. Gli iniziato al TAO religioso, avendone avuta la vocazione e l’opportunità, seguono una vita ardua e devota. Ma il TAO fluisce sia per gli asceti che per la gente comune. In fondo, dobbiamo fronteggiare tutti le stesse avversità: il sole sorge e tramonta su ciascuno di noi, le stagioni cambiano per tutti, ogni persona è soggetta all’invecchiamento. Il processo del TAO ci riguarda tutti, senza distinzioni. La sola domanda è se ne acquisisremo la consapevolezza e vivremo secondo le sue regole.

Tutti possono vivere secondi i principi del TAO e non dobbiamo differirne lo studio a un remoto futuro in cui ci sentiremo in grado di entrare nell’isolamento della vita spirituale. Non c’è nulla di quel che facciamo che non sia parte del TAO. Tutto quello che occcorre per iniziare a vivere una vita in armonia con il TAO è l’impegno per una costante consapevolezza. Dopo di che c’è solo l’esaltante processo di apprendere sempre di più sul TAO.

Ecco alcune prerogative di chi vuole seguire il TAO:

Semplicità – I seguaci del TAO conducono una vita semplice. Conservano le loro energie, sono contenti di ciò che hanno. Siccome non perseguono gli abbaglianti obiettivi degli ambiziosi, sono in grado di mantenere il loro equilibrio.

Sensibilità – Chi segue il TAO rispetta gli altri, evita gli aggressivi e aiuta i bisognosi. Ama la natura e trascorre il tempo in solitudine, imparando dagli esempi della natura, studiando gli animali e assorbendo la lezione di creatività della natura. La natura non è proprio sinonimo di TAO, ma ne è interamente parte e, quindi, una via perfetta per intravedere il TAO.

Flessibilità – Questo è l’aspetto del TAO che gli adepti di altre discipline hanno più problemi ad accettare. Dal momento che il TAO ritiene che tutto nel mondo sia relativo, non sposa alcuna idea assoluta. Un seguace del TAO raramente escluderà qualcosa, dal momento che ritiene che qualunque scelta dipenda dalle circostanze, piuttosto che da nozioni preconcette.

Indipendenza – Chi segue il TAO raramente si cura dei dettati, delle mode, delle tendenze, dei movimenti politici o della morale della società. Li trova troppo limitati, imperfetti e insignificanti. Non che i seguaci del TAO siano immorali. Agiscono semplicmente a un livello molto più profondo dello spirito. Per questo sono stati spesso accusati di essere pericolosi per la religione e la società. Ma chi segue il TAO antepone la saggezza e l’esperienza al governo, alla moralità convenzionale e all’etichetta.

Focalizzati – Coloro che seguono il TAO realizzano la direzione interiore delle loro vite. Accettano di essere ciò che sono e per prima cosa constatano e poi accettano i dettagli della loro esistenza. Traggono vantaggio da ciò che sono e non tentano di divenire ciò che non sono. Accettano di essere nati e accettano il fatto che moriranno e considerano la distanza tra questi due punti il loro sentiero personale. Accettano che ogni stadio della loro vita abbia aspetti positivi e negativi e cercano di sfruttare quelli positivi.

Colti – Siccome una vita secondo il principi del TAO è fatta di semplicità, osservazione e azione, la gente si sforza di migliorarsi per seguire il TAO con maggiore perfezione.

Disciplinati – Chi segue il TAO è disciplinato. Questa disciplina non è una rigida struttura che viene imposta alla personalità individuale, ma consiste piuttosto nell’intraprendere azioni ordinate verso un obiettivo specifico. Ciò richiede un altissimo grado di concentrazione.

Gioiosi – Una volta raggiunto il TAO non c’è più alcun dubbio. È come aver visto Dio o il paradiso; qualunque cosa si dica o si faccia è un’esperienza che non può essere cancellata. Così è per coloro che hanno visto il TAO e che vivono nel suo flusso: hanno un senso della gioia profondamente vivificante. Si sentono direttamente collegati alla sorgente della vita. Non temono la tirannia poichè nessun tiranno potrebbe mai distruggere la loro fede nel TAO. Non temono la povertà, poichè il TAO offre loro una traboccante ricchezza. Non hanno paura della solitudine, perchè il TAO li circonda costantemente. Non hanno paura della morte, perchè sanno che non c’è morte nel TAO.

– Estratto da: Il TAO della vita quotidiana, Deng Ming-Dao – Ed. Tea Due (attualmente fuori catalogo)

Coltivare se stessi secondo il TAO, D. Ming-Dao

Coltivare se stessi secondo il TAO, Deng Ming-Dao

In sostanza il TAO parte dal presupposto che, coltivando il proprio carattere interiore, si può entrare in sintonia con l’esterno. È questa una distinzione molto importante. Di fronte ai misteri dell’universo e alle avversità della vita, i seguaci del TAO pensano innanzitutto a fortificare il proprio carattere. Ciò si discosta notevolmente da molte forme di pensiero moderne. Oggi come oggi, davanti a un fiume troppo largo costruiamo subito un ponte con cui scavalcarlo. Se qualcuno ci aggredisce, automaticamente pensiamo che la colpa sia tutta dell’aggressore e cerchiamo aiuto per difenderci da lui. E, volendo cimentarci con qualcosa di lontano, prendiamo un aereo e cancelliamo la distanza per correre a esplorarlo.

Il presupposto da cui muovono coloro che seguono il TAO è molto diverso. Il che non significa non voler costruire un ponte, non combattere un aggressore o non esplorare ciò che è lontano, ma essere piuttosto disposti a considerare anche altri aspetti del problema. Di fronte a un fiume il seguace del TAO potrebbe chiedersi che bisogno c’è di un ponte: ciò che egli ha già non basta? E se insieme al ponte sorgessero squilibri di ordine naturale, sociale, economico o persino estetico?

Di fronte all’aggressore, egli si domanderebbe invece se a provocare l’attacco non sia stato magari lui stesso, con un gesto particolare. E, in tal caso, si trattava di un gesto evitabile? Naturalmente si difenderebbe, ma anche allora la difesa personale gli verrebbe da un lungo e solitario allenamento che non da una violenza frenetica e indiscriminata verso l’esterno.

Prima di andare a esplorare ciò che è lontano, il seguace cercherebbe di conoscere se stesso. Egli crede infatti che il mondo esterno possa essere conoscibile sono in relazione a un punto di vista interiore, e prima di sforzarsi di comprendere gli altri desidererebbe dunque avere una maggiore comprensione di sé.

Coltivare se stessi è la premessa indispensabile per conoscere il TAO. Per quanto se ne possano cogliere visioni fugaci anche nel mondo esterno, ognuno deve affinare la propria sensibilità individuale per poter poi osservare come funzionano le cose su una scala più grande.

– Estratto da: Il TAO per un anno, 365 meditazioni [Introduzione], Deng Ming-Dao – Edizioni Guanda (attualmente fuori catalogo)

Dove va l’anima dopo la morte?, C. Boni (Libri)

Dove va l’anima dopo la morte?, Cesare Boni – Amrita Edizioni

Cosa accade – Come comportarsi – Come accompagnare il morente

La paura della morte fa parte del naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo, ma da noi in Occidente, non vi è solo un comprensibile timore per un processo che non si conosce, una paura dell’ignoto, ma vi è una vera e propria ossessione. Si vede la morte come la fine della vita, come una completa definitiva separazione da tutto. I grandi libri sapienziali di tutte le tradizioni ed i grandi saggi di ogni epoca ci dicono invece esattamente l’opposto. La verità, essi dicono, è che la VITA È ETERNA. Esisteva ben prima della nascita, non finirà con la nostra morte; e ce lo dimostrano.

Questo libro è uno studio serio, profondo, completo e comparato dei più grandi testi sapienziali di tutte le tradizioni che ci indicano non solo tutta la verità, ma ci descrivono, minuto per minuto, il viaggio dell’anima dopo la morte!

Lo scopo è di ridurre al minimo la paura della morte, permettere di sapere ciò che avviene realmente nel momento del trapasso e nei giorni successivi, ed aiutare a raggiungere l’esperienza della nostra vera natura essenziale. Risponde, quindi, ai grandi interrogativi: “Chi sono io?”, “Perchè sono nato?”, “Perchè dovrò morire?”

INDICE – La paura della morte – La creazione – Vivere il divino nella sua interezza – Il bardo del morire – L’accompagnamento dei morenti – La dissoluzione interna – La luce di Dio – Gli angeli – Il bardo del Dharmata – Il bardo del divenire – La legge del karma – La reincarnazione – L’aiuto dopo la morte

Cesare Boni, è stato docente alla Scuola di Specializzazione in “Psicologia del Ciclo della Vita ed ha insegnato nei Corsi di Perfezionamento dell’Università Statale “Federico II” di Napoli. Ha confrontato i suoi studi e le sue esperienze con il professor Moody, la professoressa Kubler-Ross e i maggiori studiosi occidentali di questa fase dell’esistenza. Ha studiato per più di 40 anni negli Ashram e nelle scuole dei più grandi maestri di Buddismo Tibetano, dell’Induismo, del Vedanta e dello Yoga.

Dovrei continuare a giocare d’azzardo contro chi non può permettersi di perdere?, M. Pigliucci

Dovrei continuare a giocare d’azzardo contro chi non può permettersi di perdere?, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Sono un aspirante stoico e mi piacciono veramente i post sul tuo blog. Ho una mente analitica e di professione facevo lo psicologo per cui mi piace la riflessione, e la capacità di leggere le persone è importante per giocare a poker con successo. Amo anche la sfida e la natura competitiva del gioco. Sono fortunato a non aver bisogno di denaro, per cui non è per denaro che gioco. Infatti, tutti i proventi delle mie proprietà vanno in beneficenza una volta soddisfatte le necessità familiari. Il mio dilemma morale riguarda il giocare (e possibilmente vincere) contro persone che giocano con denaro che non possono permettersi di perdere. Uno stoico smetterebbe di giocare a poker nelle sale da gioco o nei casinò?.”

Massimo Pigliucci – È una buona domanda, e direi che la risposta è chiaramente un sì. Naturalmente, non puoi controllare ciò che le altre persone fanno, quindi è anche possibile che allontanandoti da questa attività non eviterai a nessuno la rovina finanziaria. Per quanto sia tu ad avere il controllo sul tuo giudizio e sulle tue decisioni, io non vedo nei principi stoici nessun sostegno a favore di questa pratica e alcune palesi ragioni contrarie.

La considerazione più ovvia al riguardo è, naturalmente, attraverso la lente degli indifferenti preferibili e non preferibili [1]. Mi sembra che il piacere di giocare a poker per rilassarsi sia un (debole) indifferente preferibile, nel senso che non migliora la tua virtù, tuttavia è un modo per svagarsi ed acuire anche le proprie capacità analitiche, cose entrambe che contribuiscono indirettamente alla virtù. Dopotutto, Epitteto andava ai bagni per diletto (Enchiridion 4).

(Io penso che la mente umana abbia bisogno di rilassarsi e intrattenersi perchè l’individuo mantenga una mente sana, e questa serve per poter giungere a giudizi virtuosi.)

Il problema è che portar via denaro a persone eventualmente dipendenti dal gioco con il rischio di una loro rovina finanziaria, è più che un indifferente non preferibile… è un esempio di comportamento non virtuoso. Qui sembra appropriato citare Marco Aurelio:

“Lavora: ma non con l’aria della vittima né per farti compatire o ammirare; desidera, invece, una cosa soltanto: muoverti e trattenerti come richiede la ragione della socialità.” (Riflessioni, IX.12) [2]

Oppure questa:

“Come tu stesso sei parte nel realizzare una compagine sociale, così pure ogni tua azione sia parte nel realizzare la vita sociale.” (Riflessioni, IX.23) [2]

I motivi sociali e la vita sociale non chiedono certo di sostenere le ossessioni che possano causare problemi finanziari alle persone e alle loro famiglie. Proprio all’opposto.

Un altro modo per considerare la cosa è che, potenzialmente, nell’approfittarsi di un compagno umano nella ricerca di svago si viola la dottrina dell’oikeiosis [3] come espressa da Ierocle (mi scuso per la lunghezza della citazione):

“Ciascuno di noi è, per così dire, circoscritto da molti cerchi; alcuni di questi sono piccoli, altri più larghi, e alcuni racchiudono ed altri sono racchiusi, secondo le diverse e ineguali abitudini che abbiamo gli uni verso gli altri. Per quanto riguarda il primo cerchio, che è anche il più prossimo, è quello delle nostre facoltà mentali, e anche il nostro corpo e tutto ciò che si presume sia per il bene del nostro corpo… Il secondo e successivo, che sta a una maggiore distanza dal centro e ingloba il primo cerchio, è quello in cui si pongono i genitori, i fratelli, la moglie e i figli. Il terzo cerchio dal centro è quello che contiene gli zii, le zie, i nonni e le nonne, e i nipoti… Ma il cerchio maggiore e più grande, il cerchio che racchiude tutti gli altri cerchi, è quello dell’intera razza umana… È lo scopo di colui che cerca di comportarsi in modo appropriato rispetto a ognuna di queste relazioni di riavvicinare, in un certo qual modo, i cerchi esterni a quello centrale, sforzandosi sempre e seriamente di trasporre la propria attenzione sui numerosi individui contenuti nei cerchi esterni a quello più interno.”

Ierocle continua con alcuni consigli pratici su come iniziare a “contrarre” i cerchi:

“Occorre, ugualmente, adottare la giusta considerazione per l’uso in generale degli appellativi, chiamando cugini, zii e zie con il nome di fratelli, padri e madri;  e riguardo ad altri parenti, di chiamarli zii, o cugini, a secondo delle loro età, facendo uso dell’ampia accezione di questi termini. Nell’appellarli in tal modo, sarà chiara la nostra solerte attenzione nei confronti di ciascuno di questi parenti; allo stesso tempo ciò sarà da stimolo ad applicarci ancor di più, per così dire, alla contrazione dei cerchi sopra citati.”

Quindi, se tu pensi veramente alle persone con cui giochi a poker come a tuoi fratelli e tue sorelle, li sottoporresti, in piena coscienza, al rischio di una rovina economica per soddisfare il piacere che provi ad esercitare le tue capacità analitiche? Per fortuna, la risposta è semplice: gioca a poker senza denaro, o solo con poste nominali. Allora non farai nulla di non virtuoso, e potrai continuare a trarre piacere dal gioco. —-

Traduzione: Paola (con revisione dall’autore)

Testo originale: Should I keep playing poker against people who can’t afford to lose?

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Note

[1] ] The Stoic spectrum and the thorny issue of preferred indifferents

[2] A se stesso (Pensieri) – a cura di Patrizio Sanasi, Edizioni Acrobat (ndt)

[3] Oikeiosis (dal greco οικεῖος), termine introdotto dai filosofi stoici per indicare la realizzazione, il fine ultimo degli esseri viventi che, secondo gli stoici, è la conoscenza del proprio io tramite la synaesthesis, ovvero la percezione interna. [https://it.wikipedia.org/wiki/Oikeiosis] (ndt)

Sul senso di colpa, M. Pigliucci

Sul senso di colpa, Massimo Pigliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

M. scrive: “Ho 24 anni e seguo lo stoicismo da circa tre anni. Anni fa ho commesso uno sbaglio, e gli errori di allora cominciano ora a farsi sentire. Quando avevo 15 anni, quasi 16, ho ingannato una persona raccontando una bugia, e per anni le ho lasciato credere di aver detto la verità. Ora la situazione è al di là di una riconciliazione tra me e quella persona, che ha nei miei confronti un profondo risentimento. Forse il sapere di aver fatto così male mi rende difficile superare questa cosa. Seguendo gli insegnamenti stoici ho imparato a ragionare di più e giustificare di meno, il che, a sua volta, limita i miei errori. E anche quando sbaglio tengo in considerazione la dicotomia del controllo, e tutte le sere rifletto se c’è qualcosa che posso migliorare la volta successiva. So che non dovrei vivere nel passato, ma quando sono solo in compagnia di me stesso, è sempre nella mia mente. Anche se è stato un errore che ho fatto da adolescente, mi chiedo perché non riesco a vedere alcun modo di giustificare le mie azioni nello sforzo di essere libero.”

Massimo Pigliucci – Già hai gli elementi per risponderti, ma non sei stato (ancora) capace di interiorizzarli. Iniziamo con il dato di fatto che il passato non è sotto il tuo controllo. Qualunque cosa tu abbia fatto, l’hai fatta, e non c’è nulla che potresti fare per disfarla. È per questo che Seneca dice:

“… che disgrazie vecchie e dimenticate rattristino gli spiriti proclivi alla malinconia e che cercano motivi di afflizione. Sia quanto è successo in passato, sia quanto dovrà succedere in futuro è lontano da noi: non sentiamo né l’uno né l’altro. Il dolore può venirci solo da quello che sentiamo.” (Lettere a Lucilio VIII, 74, 34) [1]

Aggiungo subito che con questo non intendo dire che non dovresti fare ammenda per ciò che hai fatto, e neppure che non dovresti imparare dai tuoi errori, così da diventare, ogni giorno, una persona migliore.

Da quanto scrivi, presumo che hai cercato di riparare, per lo meno di esserti sinceramente scusato per la bugia, chiedendo magari alla parte offesa cosa avresti potuto ragionevolmente fare per riparare il danno fatto. (Se non lo hai fatto, non è mai troppo tardi per farlo.) Ma sta all’altra persona accettare la tua offerta o le tue scuse, non a te. Ora, fare la cosa giusta è tutto quello che dovrebbe interessarti, perché questo è tutto ciò su cui hai potere. Detto in altro modo: tentare una riconciliazione e fare del tuo meglio per ottenerla, sta a te; ma ottenerla, in realtà, non sta a te.

In termini di apprendimento dai propri errori, anche se non sei entrato nei dettagli, sembra che tu abbia continuato a pensare a cosa è successo, per cui, presumibilmente, hai imparato la lezione.

Di nuovo, Seneca ci dice che dovremmo passare parecchio tempo a riflettere su ciò che facciamo e ad imparare ad essere più saggi:

“Come può imparare quanto serve per combattere i vizi chi si applica nei ritagli di tempo che i vizi gli lasciano? … cogliamo solo quanto è in superficie e i pochi minuti spesi per la filosofia bastano e avanzano per gente tanto affaccendata.” [Lettere a Lucilio VI, 69, 10 [1]

Dici di non riuscire a trovare un modo per giustificare le tue azioni di adolescente. Puoi aver ragione. Ma tu non sei più quella persona e, soprattutto, non dovresti cercare giustificazioni ma spiegazioni (in linea con la tua determinazione a ragionare e non a giustificare). Accetta che ciò che hai fatto allora era sbagliato, ma ricorda anche che la moderna scienza cognitiva dice molto chiaramente che il cervello degli adolescenti cresce velocemente, è immaturo e – cosa più importante – manca della cosiddetta funzione esecutiva, ciò a cui Epitteto e Marco Aurelio fanno riferimento come all’hegemonikon, la nostra facoltà dirigente:

“Le cose stanno fuori della porta, isolate in se stesse, e di se stesse non sanno e non esprimono nulla. Cos’è, quindi, che si esprime su di esse? Il principio dirigente.” (Marco Aurelio – Meditazioni IX, 15)[2]

“Una volontà che mai manca di ottenere ciò che vuole, una facoltà di avversione che sempre evita ciò che non le piace, un impulso appropriato, un fine preciso e un assenso disciplinato. È questo l’esemplare umano che dovrai prepararti a vedere.” (Epitteto – Discorsi II, 8, 29)

Se la tua funzione dirigente è immatura, allora sia in senso legale che di etica stoica sei meno responsabile per i tuoi giudizi, compresi quelli cattivi, come quello che ha dato origine a questo contesto. Segnalo un articolo sul cervello degli adolescenti [3] e un’intervista con una neurologa [4] che ha scritto un libro su questo tema, sperando che possano in qualche modo esserti d’aiuto.

Dico questo non perché te ne serva da facile scusante per te stesso (“è il mio cervello a farlo”), ma perché gli stoici comprendono che bisogna tener conto di come funziona il mondo, come anche delle reali capacità di ragionamento delle persone, al fine di giungere a dei giudizi etici sensati.

Ciò che ora ti resta da fare è interiorizzare tutto quanto sopra, riflettendoci il tempo necessario. Perdonati, fai ammenda e scusati se ancora non lo hai fatto, impara dall’esperienza così da diventare una persona migliore e poi vai avanti nella tua vita.—-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: What about guilt?

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Note

[1] Lettere a Lucilio – a cura di Patrizio Sanasi, Edizioni Acrobat (ndt)

[2] A se stesso (Pensieri) – a cura di Patrizio Sanasi, Edizioni Acrobat (ndt)

[3] The teen brain, by Debra Bradley Ruder

[4] The teenage brain: what parents need to know, by Frances E. Jensen

Intelligenza artificiale e automazione secondo il pensiero stoico, M. Pigliucci

Intelligenza artificiale e automazione secondo il pensiero stoico, Massimo Pugliucci [dalla rubrica “Consigli stoici” del blog “How to be a stoic“]

D. chiede: “Come dovrebbe valutare uno stoico le predizioni per il futuro sull’Intelligenza Artificiale (I.A.) e l’automazione rispetto ai posti di lavoro e l’essere umano?”

Massimo Pigliucci – Caspita!, questo è vero stoicismo per il 21° secolo… e oltre! Dubito che Seneca abbia pensato di riflettere su un tale dilemma etico (anche se, probabilmente, avrà attentamente considerato l’istituzione della schiavitù, che dava per scontata come uno dei fondamenti del potere di Roma).

Vorrei cominciare dicendo, sia come biologo che filosofo, che non sono veramente preoccupato per l’improvviso sviluppo di un’intelligenza artificiale superumana, il così detto evento della Singolarità [1], vedi qui [2] e qui [3] il perché.

Detto questo, la comune I. A., così come l’automazione a molti livelli, è sia una realtà che una preoccupazione sociale, come sottintende la tua domanda. Naturalmente, si potrebbe discutere che non c’è niente di nuovo. All’inizio del 19° secolo, agli albori della Rivoluzione Industriale, il famoso movimento luddista sorse per opporsi, inutilmente, all’introduzione del telaio meccanico. E quando vivevo in Italia negli anni ’70, gli operai della FIAT protestavano contro i primi esperimenti di robotizzazione nei loro posti di lavoro, temendo – correttamente – di perdere l’impiego o dover fronteggiare una paga più bassa nel futuro. Tutto questo sovrasta anche gli ulteriori problemi lavorativi prodotti dagli ultimi trend della globalizzazione e delle società multinazionali.

Io credo che lo stoico, su questo tema, ponga l’essere umano al primo posto, l’efficienza produttiva a un ben distanziato secondo posto, e i profitti aziendali a un ancor più distante terzo posto. Questo per numerose ragioni.

Per iniziare, come Marco Aurelio ricorda, il nostro compito deve essere di cercare di essere un umano il più degno possibile, interessato al benessere degli altri e della società in generale:

“La mattina, allorché sei restio a svegliarti, pensa subito: “Io mi sveglio per attendere al mio dovere d’uomo” (Ricordi, V.1) [4]

“Lavora non come se il lavoro ti renda infelice, né cercando compatimento o ammirazione. Abbi una volontà sola: quella di agire o non agire, secondo lo richiede il benessere della società.” (Ricordi, IX.12) [4]

Questo, naturalmente, è in accordo con l’ingiunzione generale di vivere “secondo natura”, prendendo seriamente – per esempio – la nostra natura di esseri sociali capaci di ragionamento. (Vedi qui [5] il mio pensiero sull’importante passo del De Finibus di Cicerone, libro III, sezione 20).

Questo concorda anche con il famoso concetto stoico dell’oikeiosis, l’idea che si debbano “far nostre” le preoccupazioni degli altri, rappresentate con la famosissima immagine dei cerchi concentrici di Ierocle, il cui centro è noi stessi ma circondati dai cerchi della famiglia, degli amici, dei concittadini e, infine, dell’umanità in generale. (Vedi l’ultima parte del mio saggio su Ierocle [6])

Infine, la tua preoccupazione è il linea anche con la disciplina dell’azione di Epitteto [7], correlata alla virtù della giustizia e al topos [8] dell’etica, presumibilmente la più fondamentale delle tre sfere dello studio stoico (le altre sono la fisica e la logica).

Quindi mi sembra che sei su un suolo stoico ben solido quando ti preoccupi degli effetti dell’intelligenza artificiale e dell’automazione rispetto al benessere degli esseri umani nostri compagni. La domanda è, naturalmente, cosa fare in merito.

La storia, in particolare il già citato movimento luddista, ci dice che è una perdita di tempo opporsi al progresso tecnologico. Infatti, fare così sarebbe una misera applicazione della virtù della prudenza (phronesis), o saggezza pratica. Questa si collega alla disciplina dell’assenso, e ti guida a orientarti nelle situazioni complesse nel modo più etico. Suggerisco che un palese rifiuto della tecnologia non sarebbe la cosa “prudente” (nel senso stoico del termine) da fare.

E allora? Penso che uno stoico qui combatterebbe per la giustizia, non nel senso di un approccio da “Social Justice Warrior” (che, a mio parere, sarà ben intenzionato ma olezza un po’ troppo di moralismo e, talvolta, anche di narcisismo), né adottando una teoria di giustizia in generale tipo quella, per esempio, di John Rawls [9] (perché le teorie di giustizia in generale tengono poco conto della complessità delle società e dei contesti umani reali). Piuttosto, significa essere sempre coscienti di trattare gli altri esseri umani in modo giusto, con correttezza, anche a discapito del proprio comodo o delle proprie finanze.

Vorrei darvi un esempio che ha più a che fare con il “consumo collaborativo” (shared economy) che l’automazione in sé, anche se il principio è il medesimo. Io vivo nella città di New York, dove al momento dispongo – sono fortunato – di sei opzioni per muovermi: posso guidare (ma non sono pazzo, per cui non ho un’auto); posso camminare (cosa che faccio spesso); posso andare in bicicletta (mia o quelle municipali disponibili per i cittadini, cosa che mi capita di fare quando il tempo lo permette); posso servirmi dei mezzi pubblici di superficie o sotterranei (cosa che faccio piuttosto spesso); posso prendere un taxi; o posso utilizzare un servizio di auto private come Lyft e Uber.

Nei rari casi in cui debba per forza o che, onestamente, mi convenga di più prendere un taxi o un servizio con autista, scelgo sempre le compagnie che trattano meglio i loro dipendenti rispetto a quelle dei servizi privati. Quando devo (raramente) usare un servizio privato, opto sempre per Lyft rispetto a Uber per via della famigerata cultura aziendale di quest’ultima compagnia, che include molestie sessuali sistematiche delle sue dipendenti [10], il trattamento per nulla etico sia dei conducenti che dei clienti (quest’ultimi soggetti alla deplorevole pratica di improvvisi aumenti delle tariffe quando l’aumento sarebbe più che discutibile (come successo in Australia durante un attacco terroristico [11] quando le persone cercavano di sfuggire al pericolo).

Sono perfettamente consapevole che: 1) la situazione è complessa, perché – ad esempio – scartando Uber indirettamente colpisco i suoi conducenti, e 2) le mie scelte individuali sono una goccia nell’oceano.

Ciò nonostante, la mia analisi phronesica mi porta alle scelte di cui sopra (che possono sempre essere riviste alla luce di nuovi fatti o riconsiderazioni). Qualcosa di simile può essere fatto trattando dell’automazione. Per esempio, quando Amazon introdurrà la consegna per mezzo di droni, sceglierò se optare per un altro fornitore o pagare una tariffa supplementare per avere il “privilegio” di ricevere i miei ordini da un essere umano reale.

Infine, considererò importante parlare ai miei rappresentanti al Congresso e votare le persone che difendono leggi sul lavoro mirate a minimizzare l’impatto della tecnologia moderna (e l’avidità delle aziende) sui lavoratori. Lo so, non è facile o comodo essere uno stoico. Ma una tale promessa non c’è mai stata:

– “Non vi è altra ricompensa?” – “Quale altra più grande ricompensa cerchi per un uomo dabbene se non il fare ciò che è nobile e giusto? A Olimpia non desideri altro; sei contento di essere stato incoronato a Olimpia. Ti sembra così piccola cosa e di poco valore essere nobile, buono e felice?” [Epitteto, Discorsi III, 24] —-

Traduzione: Paola (autorizzata dall’autore)

Testo originale: Should I worry about A.I. and automation?

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Note

[1] Singolarità Tecnologica (Wikipedia) (ndt)

[2] Ray Kurzweil and the Singularity: visionary genius or pseudoscientific crank?

[3] David Chalmers and the Singularity that will probably not come

[4] Marco Aurelio, Ricordi, Edizioni Einaudi (ndt)

[5] Cicero’s De Finibus and the nature of stoic philosophy, 1

[6] Hierocles, a conservative stoic

[7] The three topoi and the three disciplines

[8] Topoi – le “aree” d’indagine dello stoicismo: logica, fisica ed etica (ndt)

[9] Filosofo statunitense e figura di spicco della filosofia morale e politica, autore de Una teoria della giustizia [Edizioni Feltrinelli] (Wikipedia) (ndt)

[10] Uber criticized by Venture Backers over sexual harassment allegations (Bloomberg)

[11] Uber’s prices surge in Sydney during the hostage crisis, and everyone is furious (New Republic Magazine)