Una nota sull’ “intento”, Paola

Sull’ “intento”, Paola (nota gruppo AL)

Vorrei condividere una riflessione riguardo a come ci poniamo nelle nostre pratiche e, talvolta, nelle nostre azioni.

Praticare delle tecniche ci porta in primo luogo ad essere e poi, per conseguenza, a fare con la capacità raggiunta dal nostro essere attraverso il praticare. Potremmo dire, quindi, che nel nostro paradigma fare ed essere è un unicum, palese testimonianza l’uno dell’altro.

La chiave dell’efficacia delle nostre pratiche e, anche, delle nostre azioni, è l’intento, parola che talvolta non è ben compresa. Cos’è l’intento? Il vocabolario ci offre due accezioni che, per quanto mi riguarda, si rafforzano a vicenda: 1) come sostantivo, è il fine che ci si ripropone di raggiungere, e 2) come participio/aggettivo, è un raccoglimento dell’attenzione verso qualcosa di specifico. Tuttavia, io vorrei aggiungere un’altra valenza: 3) la fiducia che ci permette di agire liberamente.

Quando pratichiamo e agiamo con intento non possiamo avere dubbi sulla riuscita del nostro operato, che si tratti di una tecnica o di un’azione. Quando operiamo nel pieno rispetto del cerchio della vita sia visibile che invisibile – nel rispetto della libertà che ciascun individuo possiede – confidiamo che ciò che si manifesterà non potrà che essere ciò che di meglio può avvenire, per noi e per il tutto.

Quindi l’intento è certamente una profonda convinzione ma anche un’intrinseca fiducia. Se dovesse mancare questa componente, l’insicurezza o il dubbio inficerebbero il risultato. Qualora insicurezza e dubbio dovessero aleggiare intorno noi, ci si dovrebbe chiedere da quale sentimento, tensione o pensiero siano messi in moto. Forse dentro di noi non siamo convinti della reale correttezza della nostra azione? Forse temiamo un ritorno in qualche modo negativo? Se questi sono i pensieri, allora si dovrebbe mettere in questione la propria sincerità e coerenza.

È anche per questo che quando ci accingiamo a intraprendere un’azione per ottenere conoscenza, saggezza o guarigione, dobbiamo distaccarci dalla nostra personalità ordinaria ed entrare con un atto di volontà in un diverso stato di consapevolezza interiore che, per la sua natura di a-spazialità e di a-temporalità, non tiene conto delle aspettative comuni e dei valori di consenso.

Nel momento in cui accettiamo di entrare in una dimensione dove il bene comune prevale su un presunto bene personale, si dovrebbe anche accettare di essere noi per primi a fare un passo indietro rispetto alle nostre aspettative o desideri.

Quando ci predisponiamo a un’azione che riteniamo connessa a valenze più alte, il nostro intento deve condensare tutti i valori superiori di unità e bene comune, la determinazione e la focalizzazione di operare in modo corretto, con la confidenza che si percepisce attraverso l’alleanza con tutta la vita e gli esseri viventi, sia biologici che non.

Il nostro intento, inoltre, dovrebbe anche essere libero da ogni supposizione o aspettativa, poiché le aspettative non sono generate dal futuro ma del passato. Proiettare nel futuro il passato, è impedire a ciò che “ancora non è mai stato” di essere. Quindi, nel momento in cui ci accingiamo a “esprimere l’intento” per una nostra azione, dobbiamo sentirci disponibili a sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo, imprevisto, imprevedibile e che è, talvolta al di là dell’apparenza, sicuramente appropriato e conforme al nostro intento.

Non mi è mai successo e neppure ho conosciuto qualcuno che operando con fiducia, convincimento e apertura non abbia ricevuto ciò che il suo cuore più profondo veramente anelava, che si trattasse di una conoscenza, di una guarigione o anche di un piatto di minestra. —

Paola, Paradigma 4

Limite, R. Bodei (Libro)

Limite, Remo Bodei – Ed. Il Mulino (2016)

Estratto: Parte I.

Durante la nostra esistenza sperimentiamo innumerevoli confini che ci definiscono, segnalando discontinuità, barriere da infrangere, divieti da osservare, soglie reali o simboliche. I limiti ci circondano e ci condizionano da ogni lato e sotto ogni aspetto, a iniziare dagli immodificabili dati della nostra nascita (tempo, luogo, famiglia, lingua, Stato), dall’involucro stesso della nostra pelle, dagli orizzonti sensibili, intellettuali e affettivi del nostro animo per finire con il termine ultimo della morte.

(…)

Soprattutto la modernità occidentale è stata intesa, non senza enfasi, come consapevole e sistematica violazione dei termini prefissati, che avrebbe trasformato l’uomo in un superbo e libero creatore del proprio destino, in un essere teso a negare la propria finitudine, ad autotrascendersi nello sforzo di diventare sempre più simile a Dio. La ripetuta e vittoriosa esperienza del varcare ogni genere di confini (geografici, scientifici, religiosi, politici, ambientali e, recentemente, perfino biologici) avrebbe finito per generare una sorta di delirio di onnipotenza, di vertiginosa autoesaltazione spinta al punto di negare che, in linea di principio, esistano limiti invalicabili.

Ma le principali civiltà contemporanee hanno davvero voluto cancellare faustianamente tutti i limiti? O sarebbe meglio sostenere che alcuni li hanno semplicemente spostati in avanti, altri li hanno messi ai margini o li hanno, per così dire, costretti a entrare in clandestinità, altri ancora li hanno addirittura riproposti, rivendicati e perfino violentemente rafforzati mediante la restaurazione dogmatica di fedi, mentalità e comportamenti del passato? E non si stanno forse erigendo nuovi muri, visibili e invisibili, per separare tra loro individui e popoli, stabilendo rigidi criteri di esclusione e inclusione?

(…)

La generica domanda “in che misura siamo entrati in un mondo dai confini labili o inesistenti?”, si dovrebbe suddividere e articolare in questi specifici interrogativi: a) ci sono limiti che, diversamente da quelli scientifici e intellettuali, non dovremmo mai infrangere?, b) la violazione di proibizioni etiche, di venerandi tabù religiosi, di collaudati modelli di convivenza o il brusco sovvertimento d’istituzioni politiche tradizionali ci sospingono rischiosamente verso l’ignoto e ci faranno in breve precipitare nell’abisso dell’anarchia?, c) mediante quali criteri dobbiamo distinguere gli ostacoli che è giusto o lecito roversciare?

Di fronte alla complessità di simili questioni è diventato urgente ripensare l’idea di limite, di cui si è in parte persa la piena consapevolezza – normale in altri tempi –, in modo da essere meglio in grado di definire l’estensione della nostra libertà e di calibrare la gittata dei nostri desideri. A questo scopo sarà utile conoscere i molteplici e concreti aspetti dei singoli limiti, riscoprirne, di volta in volta, le ragioni, stabilirne i criteri di rilevanza e compierne un’attenta mappatura.

– Estratto da “Limite”, Remo Bodei – ed. Il Mulino

IndiceI. I nostri limiti fisiologici [Esistono ancora confini invalicabili? – L’estensione dei sensi e la plasticità del cervello umano – Le biotecnologie come antidestino – Morte e longevità] – II. Natura e civiltà [Un confronto con il passato – Scoperte e utopie geografiche – L’idea di limite – Catastrofi e progressi – Ad ventura] – III. Imparare a distinguere [Limiti esistenziali – Frontiere politiche e globalizzazione – Misura e dismisura – Di fronte all’estremo – Vietato vietare?]

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Remo Bodei – (1938) – Laureato all’Università di Pisa, ha perfezionato la sua preparazione teorico-storico-filosofica a Tubinga e Friburgo, frequentando le lezioni di Ernst Bloch ed Eugen Fink; a Heidelberg, con Karl Löwith e Dieter Henrich; poi all’Università di Bochum. Ha inoltre conseguito il diploma di licenza e il diploma di perfezionamento della Scuola Normale Superiore.

È stato visiting professor presso le Università di Cambridge, Ottawa, New York, Toronto, Girona, Città del Messico, UCLA (Los Angeles) e ha tenuto conferenze in molte università europee, americane e australiane. Dal 2006 insegna filosofia alla UCLA di Los Angeles, dopo aver a lungo insegnato storia della filosofia ed estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa dove tuttora tiene, saltuariamente, qualche corso. È membro dell’Advisory Board internazionale di IED – Istituto Europeo di Design. Dal 13 novembre 2015 Remo Bodei è socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei, per la classe di Scienze Morali, Storiche e Filosofiche.

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Vedi anche: Noi, poveri post-umani, schiavi delle nuove libertà”

La musica e i suoi effetti neuro-psico-fisiologici, A. Tomatis (estratto da conferenza)

La musica e i suoi effetti neuro-psico-fisiologici (estratto dalla relazione tenuta al XIII Congresso dell’ISME), Alfred Tomatis

 
Estratti
 
(…) Comunque la si veda, la musica comincia proprio dove si instaura il mistero, lasciandoci solamente intuire che il mondo sonoro è chiamato essenzialmente a tradurre, nella sua risposta esistenziale, il silenzio vibrante e cantante dell’inudibile sottostante, manifestazione incontestabile di una realtà inaccessibile ai nostri sensi. Come il visibile ci rivela l’invisibile che lo sottende e lo modella, la musica risponde al canto di un cosmo moventesi al ritmo di un’armonia, che si concede generosamente ad alcuni eletti incaricati di trasformare in suoni udibili i messaggi sonori che l’universo avrà consegnato loro.
 
Ma poi bisognerà rispettare alcune regole che rispondano alle esigenze di un sistema nervoso prima di tutto codificato dal suo induttore essenziale che si rivela essere, come si è visto, l’apparato uditivo. Tanto che potremo affermare che ogni essere sulla via di umanizzazione è un orecchio, cioè un’antenna all’auscultazione dell’ambiente nel quale è immerso. La musica rimane incontestabilmente il modo più affinato per mettere questo ambiente in risonanza.
 
Senza dubbio è a questo livello che sarà bene definire che cos’è la musica. Se il musicista, il teorico della materia, ci permettesse qualche incursione nel suo campo, sapremmo mormorare il più discretamente possibile per non meritare il timbro di eresia, che c’è prima la musica, poi le musiche, in seguito dei linguaggi sonori e infine delle esperienze acustiche.
 
La musica agisce attraverso i suoi effetti di armonizzazione interiore, cioè attraverso l’utilizzazione di modalità primitive. In questo, d’altronde, essa mi sembra essere “essenziale”. Essa suscita e risveglia, fino a renderle in qualche maniera tangibili, le modulazioni proprie del sistema simpatico.
 
Le musiche, in secondo grado, sono le strutture sonore che sanno aggiungere a queste modalità di base i ritmi della vita esteriore, introdotti questi stessi dalla società e dalla cultura, che vanno dal gesto fino al linguaggio, e che riguardano in realtà tutta la gestualità. Si riconoscono come primi generatori di quelle musiche gli elementi folkloristici.
 
I linguaggi sonori che si inseriscono di seguito fanno rivivere concretamente gli stati emozionali, introducendo nello stesso tempo le sonorità evocative di accenti percepiti ed engrammati nei nuclei affettivi centroencefalici che presiedono alla vita neurovegetativa, ed i ritmi che trascinano il corpo fuori dalle codifiche normalizzate anteriormente. Ne deriva una struttura narrativa, a semiologia sonora, che si esprime sul corpo in tutta la sua dinamica esterna ed interna.
 
Infine, esistono delle esperienze acustiche. È facile cogliere il livello che bisogna raggiungere per comprenderle, al di fuori di ogni concezione di ascolto. Esse hanno il merito di introdurre nel mondo sonoro oggetti acustici nuovi. Questi ultimi dovranno a loro volta, per essere trascritti in memorizzazione corporea, rispondere ai fattori intrinseci del sistema nervoso: senza ciò, quale che sia la bellezza che rappresentano per l’autore, non avranno nessuna possibilità di poter essere integrati in un’universalità neuronale.
 
Questa incursione nel mondo sonoro ci permette di pensare che è necessario distinguere bene le diverse espressioni musicali e di determinarne gli effetti neuro-psico-fisiologici. È a questo livello che la nostra specialità, l’audio-psico-fonologia, interviene in maniera determinante con l’intento di isolare e in tal modo di comprendere meglio gli effetti dei suoni e più espressamente della musica sull’organismo umano.
 
L’azione dinamogenica dell’orecchio è messa in risalto grazie a dei  montaggi elettronici in grado di suscitare la postura d’ascolto, privilegiando i suoni che si collocano in un volume sonoro la cui forma e densità rispondono alle norme delle cellule dell’organo di Corti. La musica (una certa musica) interviene allora in seno ad una programmazione sonica che tiene conto dei processi evolutivi che, dopo la vita intrauterina, devono portare l’orecchio verso l’ascolto, e più precisamente verso l’ascolto del linguaggio. Una base neuronale si rivela indispensabile per collocare le serie di onde di impulso chiamate a veicolare ulteriormente le informazioni  semantiche. Questa programmazione primordiale, fondamentale, vettore essenziale di una integrazione acustica armoniosa distribuita nell’insieme del sistema nervoso e in tal modo in tutto il soma, permetterà di introdurre le posture, in particolare la verticalità, di distribuire in modo omogeneo la tonicità su tutto il corpo messo all’ascolto, di modellarlo, insomma, perché divenga un’antenna recettrice vibrante all’unisono con la sorgente sonora, sia essa musicale o linguistica.
 
Per essere più concreti, propongo di indicare in poche righe come procediamo in materia di pedagogia dell’ascolto. Con l’aiuto dei montaggi elettronici facciamo rivivere il periodo uditivo intrauterino, principalmente a partire dalla voce della madre che è stata registrata e poi filtrata oltre gli 8000 Hz, con l’intento di togliere ogni informazione semantica e di restituire solo la carica affettiva che verrà a suscitare, accelerare o ridare al soggetto il desiderio di comunicare, il desiderio di vivere. È attraverso apparecchiature che utilizzano bascule elettroniche, le quali fanno sì che l’orecchio si adatti all’ascolto, che questi messaggi sono trasmessi.
 
(…)
 
Perché Mozart, perché il gregoriano, perché le filastrocche? Ci sarebbe molto da dire su queste differenti scelte. Resta soprattutto da constatare che, su decine di migliaia di casi (patologici e normali), le reazioni neuro-psico-fisiologiche hanno largamente superato i risultati già raggiunti dalle tecniche utilizzate abitualmente. Per Mozart, come ho già indicato, sono più efficaci i pezzi per violino (contenenti dunque numerose sequenze ricche di suoni acuti). Quanto al gregoriano, le modulazioni del tipo di “Solesmes” stabilite da Don Gajard costituiscono elementi di scelta. In effetti, il repertorio trasmesso da questo infaticabile e geniale ricercatore detiene un’universalità ed un’efficacia pedagogica e terapeutica incontestabile. Al contrario della musica di Mozart, il gregoriano tranquillizza, calma il cuore e la respirazione nello stesso tempo in cui sollecita la verticalità, agendo elettivamente sugli estensori.
 
Per i bambini, contemporaneamente ai due elementi sonori precedentemente ricordati, facciamo mettere delle filastrocche dell’etnia alla quale appartiene il bambino. Questo è molto importante e ci rivela a quale punto queste canzoni per bambini, che hanno attraversato i secoli, costituiscono le basi stesse della lingua che sarà utilizzata più tardi come mezzo di comunicazione. Esse contengono gli elementi strutturanti folklorici del futuro linguaggio. Le filastrocche tedesche o spagnole, ad esempio, non possono essere in nessun caso applicate all’educazione o alla rieducazione dei bambini francesi.
 
I ritmi di base corrispondenti a dei codici neuronali differenti restano specifici di ogni etnia. E persino in seno alla stessa lingua (la francofonia, ad esempio) le filastrocche costituiscono elementi particolari, non potendo essere utilizzate da un paese all’altro. Peraltro, per i bambini che presentano disturbi profondi della personalità (autismo, schizofrenia…) somministriamo prima di tutto filastrocche su dei la-la-la senza valore semantico, al fine di non proiettare il bambino in una dinamica linguistica che finora ha rifiutato. I ritmi che le filastrocche contengono lo vanno a preparare ad accettare progressivamente il linguaggio con i suoi influssi psico-affettivi suscettibili di trasformare il suo universo relazionale.
 
Perciò, dopo questa minuziosa preparazione, il sistema nervoso, ridiventato rete integratrice libera e liberata, sarà capace di ricevere il montaggio linguistico di cui il bambino o l’adulto si potranno servire al fine di una completa comunicazione con il loro ambiente. I processi di integrazione e di apprendimento saranno in tal modo riattivati e permetteranno al soggetto di beneficiare di tutte le sue potenzialità.
 
(…)
 
Ora è tempo di concludere. Che cosa possiamo ricordare di questa lunga esposizione centrata su dati scientifici, che sembrano a volte molto lontani dalla stessa musica nella sua potenza creatrice? Mi si perdoni questo approccio alquanto noioso e fin troppo specialistico, ma mi sia concesso, per terminare, di rivolgermi al musicista affrontando con esso la nozione della sua responsabilità.
 
Capace di risuonare agli accenti di una misteriosa induzione, egli – per la scelta delle composizioni che esegue, per il modo in cui egli fa uso della sua arte, per la finezza con la quale prepara le sue modulazioni – deve poter comunicare intimamente con colui che si trova all’altra estremità della catena e il cui corpo tutto intero rimane all’ascolto di questo vibrante messaggio. Il suo dono di creatività gli è offerto perché egli metta al servizio dell’altro questa manna che gli è stata così generosamente dispensata. Egli deve prendere coscienza del ruolo fondamentale che è chiamato ad interpretare rispetto ad ogni essere umano per condurlo verso la sua realtà linguistica.
 
La musica, in effetti, costituisce il modo migliore di preparare le vie sulle quali si instaurerà il linguaggio. Essa è, nella sua essenza, questa vibrazione originaria che mette in risonanza il sistema nervoso umano, substrato di tutti i meccanismi chiamati ad attivare il corpo e l’anima. Con le sue modulazioni può aiutare a modellare l’essere umano nelle sue componenti fisiche, mentali e spirituali. Con i suoi accenti può liberare dalle sue pastoie colui che si trova rinchiuso nelle reti che avrà tessuto l’esistenza. Essa è il fondamento del canto che salmodia la liberazione dell’essere in preda all’angoscia di vivere. Essa è un dono gratuito, stranamente e meravigliosamente offerto perché l’uomo si elevi fino alla sua autentica condizione umana.
 
La musica detiene così un carattere universale messo al servizio di tutti. E il musicista deve costantemente tenere presente che non compone o esegue musica per lui solo né per piacere essenzialmente ad una cerchia di iniziati, una specie di assemblea privilegiata riunita attorno ad una medesima cultura. Esso è là per dispensare a tutti questo dono musicale che ha così generosamente ricevuto, anche oltre le dimensioni umane. Questo dimostra quanto sia grande la sua responsabilità, quanto i suoi poteri siano estesi. E niente deve permettergli di abusarne e di creare in tutta libertà dei montaggi sonori che trasgrediscano le leggi dell’armonia, quelle che regolano il cammino del mondo e costituiscono la base stessa delle reazioni neurofisiologiche di ogni essere umano. Con la sua azione, con la sua vigilanza, con le sue lotte e i suoi combattimenti egli deve rimanere attento a queste leggi, in cui l’universalità resta il criterio strutturante neurologico per eccellenza.
 
Faccio naturalmente allusione a queste composizioni aberranti che sono delle vere e proprie droghe sonore, destinate ad asservire generazioni di giovani, distruggendo il loro sistema nervoso in modo a volte definitivo. L’appello che lancio ai musicisti del nostro tempo, evocando la potenza e i pericoli dell’emissione creatrice, non deve far dimenticare che bisogna rivolgersi ad uno specialista incaricato di assicurare la qualità di ricezione del messaggio musicale a livello del sistema nervoso destinato a percepirlo. Così come non serve a niente presentare quadri d’autore a dei bambini privati della vista o non desiderosi di vedere e ancora meno di guardare, è altrettanto inutile inondare le orecchie dei bambini con una musica di cui si conosce tutta la bellezza e di cui si apprezza l’insondabile ricchezza, se questi giovani presunti uditori sono sprovvisti di un autentico ascolto.
 
Al momento attuale è in nostro potere, lo ricordo, non solo misurare le potenzialità d’ascolto ma anche di modificarle per aumentarne l’efficacia. Tanto che è possibile, prima di accordare gli strumenti quando ci si accinge a suonarli, accordare i nostri orecchi al fine di beneficiare, oltre al ristabilito desiderio di udire, della facoltà di integrare, di imbeversi di questo messaggio fino ad incarnarlo.
 
Ho molto insistito sulla necessità di conoscere e di misurare gli effetti della musica sull’organismo umano, per poter cogliere meglio la portata che può avere ogni composizione musicale, che la si collochi da un punto di vista educativo e culturale o che la si indirizzi a dei criteri terapeutici. Mi sarà gradito terminare questa conferenza esprimendo un desiderio: quello di vedere, in seno all’ISME, costituirsi gruppi di ricerca destinati a studiare in profondità i problemi inerenti agli orientamenti di ordine psicologico e psicanalitico che assumono alcuni specialisti aperti ad indagini fondamentali in materia di neurologia e neurofisiologia. Queste équipes, lavorando in collaborazione con coloro per i quali la preoccupazione resta e deve restare quella di creare e produrre musica, permetteranno così di raccogliere, in questo enorme serbatoio umano che è il mondo d’oggi, le energie necessarie alla creazione di ampi mezzi educativi e terapeutici, riservati fino ad ora ad alcune élites a malapena consapevoli di ciò che possiedono. (…)
 
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Alfred Tomatis (1920-2001) era medico otorinolaringoiatra e ha dedicato la sua vita a studiare gli stretti legami tra voce, cervello e orecchio. Il suo lavoro ha avuto un impatto rivoluzionario per capire come l’individuo comunica con sé stesso e gli altri. Pioniere nel campo delle scienze cognitive, Alfred Tomatis ha lasciato un segno indelebile sia per le sue scoperte sia per la sua straordinaria personalità. Oggi misuriamo l’entità della sua eredità alla luce delle recenti ricerche sulla plasticità del cervello.
 

Caratteristiche dei sognatori lucidi (estratto dal libro)

Caratteristiche dei sognatori lucidi – Estratto da “Il sonno, il sogno, la morte”, Dalai Lama, a cura di Francisco J. Varela – Ed. Neri Pozza (2000)

«Sempre e ovunque, gli esseri umani hanno dovuto affrontare due esperienze fondamentali, durante le quali la mente ordinaria sembra dissolversi per penetrare in una dimensione radicalmente differente. Il primo di tali stati è il sonno, costante compagno dell’umanità, transitorio e pervaso dal sogno, la cui esperienza ha incantato le diverse culture sin dagli albori della storia. Il secondo è la morte, il grande e abissale enigma, l’evento conclusivo che condiziona l’esistenza individuale e il rituale culturale. Sono queste le “zone d’ombra dell’io”, rispetto a cui la scienza occidentale spesso si trova a disagio, essendo caratterizzate da un contesto assai diverso da quello dell’universo fisico e della causalità fisiologica. Al contrario, la tradizione buddhista tibetana si muove con la massima naturalezza in questo ambito e con un grande bagaglio di conoscenza.
Il libro che presentiamo racconta una settimana di esplorazioni in questi due regni di trasformazione radicale del corpo e della mente umana. Questa indagine ha preso la forma di un dibattito straordinario tra il Dalai Lama, affiancato da pochi altri esponenti della tradizione tibetana, e alcuni rappresentanti della scienza e dell’umanesimo occidentale». Francisco J. Varela

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Caratteristiche dei sognatori lucidi – Estratto dal cap. 4, Il sogno lucido

“Eravamo interessati alle differenze tra un sogno ordinario e un sogno lucido”, proseguì Jayne. “L’unica differenza consiste nel fatto che sappiamo che stiamo sognando, oppure ci sono altre discordanze? Tutto dipende dalla persona a cui lo chiediamo. Se chiediamo a un sognatore quali siano le eventuali differenze tra un sogno lucido e un sogno non-lucido, questi affermerà che il sogno lucido è completamente diverso: più eccitante e vivido. Se invece chiediamo a un osservatore esterno di leggere le trascrizioni di sogni lucidi e non-lucidi, ci dirà che praticamente non ha notato differenze. Grazie all’analisi statistica, possiamo appurare come nel sogno lucido ci sia un maggiore movimento del corpo, e come il suono abbia un ruolo più importante. Questi due fattori, nel complesso, ci invitano a considerare l’idea dell’equilibrio. L’equilibrio fisico sembra molto importante nel sogno lucido, non solo durante il sogno stesso, ma anche nello stato di veglia. L’equilibrio fisico è importante, come nel caso di un sogno in cui stiamo volando, ma l’equilibrio emotivo è altrettanto importante: in questo sogno vogliamo fare qualcosa, ma dobbiamo ricordare che stiamo sognando e quindi ci dobbiamo destreggiare tra due pensieri. Abbiamo ipotizzato che il sogno lucido possa essere associato al sistema vestibolare dell’equilibrio fisico, che è collegato alla produzione dei movimenti dell’occhio nel sogno. Altro punto interessante: abbiamo scoperto che nei sogni lucidi ci sono meno personaggi rispetto ai sogni non-lucidi. Tutto ciò induce a chiederci se non ci sia una predisposizione psicologica, cognitiva al sogno lucido. E abbiamo concluso che in effetti è così: a elevate capacità di orientamento ed equilibrio corrisponde una maggiore frequenza di sogni lucidi”.

Il Dalai Lama precisò che i meditatori con un livello di consapevolezza superiore alla media sembrano più sensibili all’esperienza del sogno lucido: “Forse i meditatori hanno una destrezza particolare, visto e considerato che intervengono molto sulle energie fisiche e sulla condizione psicofisica. Forse grazie a tutto ciò raggiungono uno stato di grande armonia. Riterrebbe che la capacità di apprendere la tecnica del sogno lucido possa essere legata al livello d’intelligenza del soggetto?”

(Jayne) “Si tratta di qualcosa che è stato dimostrato, almeno in parte. Tuttavia, in linea di massima, si tratta di un fattore meno importante rispetto al senso dell’orientamento fisico nello spazio. C’è chi si perde completamente in un bosco, o per le vie di una città sconosciuta. Altri riescono a rendersi conto di dove si trovano piuttosto rapidamente, non grazie a ciò che vedono, ma in virtù del loro senso fisico della direzione. Le persone che possiedono questa propensione naturale sono più soggette al sogno lucido. Tra l’altro, anche la meditazione sembra incrementare il senso dell’orientamento. Un altro fattore è l’abilità dei sognatori lucidi di risolvere problemi spaziali complessi, come orientarsi in un labirinto. In queste situazioni i sognatori lucidi si dimostrano particolarmente abili. Infine, costoro prima di addormentarsi manifestano una maggiore attività immaginativa, e sono anche più propensi a sognare a occhi aperti.

“I tratti della personalità sono un terzo fattore rilevente, anche se di minore peso rispetto al senso dell’equilibrio e dell’orientamento. I sognatori lucidi sono spesso persone che tendono ad avere un temperamento androgino, e che sono disposti a prendersi qualche rischio nell’esplorazione della propria interiorità, come provare una nuova droga o il tamburo degli sciamani. Sono assai predisposti ad avere consapevolezza di se stessi”.

– Estratto da “Il sonno, il sogno, la morte“, conversazioni con il Dalai Lama a cura di Fancisco J. Varela (edizioni Neri Pozza)

Indice – Preludio al viaggio – 1. Cosa c’è nel sè? – 2. Il sonno del cervello – 3. I sogni e l’inconscio – 4. Il sogno lucido – 5. I livelli di coscienza e lo yoga del sogno – 6. La morte e il cristianesimo – 7. Cos’è la morte fisica? – 8. Esperienze di pre-morte – Conclusioni, Riflessioni sul viaggio

L’ordine del tempo, C. Rovelli (Libro)

L’ordine del tempo, Carlo Rovelli – Edizioni Adelphi (2017)

Estratto dall’Introduzione

(…) La natura del tempo è stata al centro del mio lavoro di ricerca in fisica teorica per tutta la mia vita. Nelle pagine che seguono, racconto quello che abbiamo capito del tempo, le strade che stiamo seguendo per cercare di capire meglio, quello che ancora non capiamo e quello che mi sembra di intravedere.

Perchè ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti?

Cosa ascolto, quando ascolto lo scorrere del tempo?

Il libro è diviso in tre parti ineguali. Nella prima, riassumo quello che ha compreso del tempo la fisica moderna. È come tenere in mano un fiocco di neve: mano mano che lo studiamo ci si scioglie fra le dita fino a sparire. (…)

Gli aspetti caratteristici del tempo, uno dopo l’altro, sono risultati essere approssimazioni, abbagli dovuti alla prospettiva, come la piattezza della Terra o il girare del sole. Il crescere del nostro sapere ha portato a un lento sfaldarsi della nozione di tempo. Quello che chiamiamo “tempo” è una complessa collezione di strutture, di strati. Studiato via via più in profondità, il tempo ha perso questi strati, l’uno dopo l’altro, un pezzo dopo l’altro. La prima parte del libro è il racconto di questo sfaldarsi del tempo.

La seconda parte descrive quello che resta alla fine. Un paesaggio vuoto e ventoso che sembra aver perso quasi traccia di temporalità. Un mondo strano, alieno; ma il nostro mondo. È come arrivare in alta montagna, dove sono solo neve, roccia e cielo. O come deve essere stato per Armstrong e Aldrin avventurarsi sulla sabbia immobile della Luna. Un mondo essenziale che riluce di una bellezza arida, tersa e inquietante. La fisica su cui lavoro, la gravità quantistica, è lo sforzo di comprendere e dare senso coerente a questo paesaggio estremo e bellissimo: il mondo senza tempo.

La terza parte de libro è la più difficile, ma anche la più viva e la più vicina a noi. Nel mondo senza tempo deve comunque esserci qualcosa che dia poi origine al tempo che noi conosciamo, con il suo ordine, il passato diverso dal futuro, il dolce fluire. Il nostro tempo deve in qualche modo emergere intorno a noi, alla nostra scala, per noi. (…)

Indice

Forse il mistero più grande è il tempoParte prima: Lo sfaldarsi del tempo – 1. La perdita dell’unicità – 2. La perdita della direzione – 3. La fine del presente – 4. La perdita dell’indipendenza – 5. Quanti di tempo – Parte seconda: Il mondo senza tempo – 6. Il mondo è fatto di eventi, non di cose – 7. L’inadeguatezza della grammatica – 8. Dinamica delle relazioni – Parte terza: Le sorgenti del tempo – 9. Il tempo è ignoranza – 10. Prospettiva – 11. Cosa emerge da una peculiarità – 12. Il profumo della medeleine – 13. Le sorgenti del tempo – La sorella del sonno

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Carlo Rovelli

Carlo Rovelli (1956) – Fisico teorico, membro dell’Institut Universitaire de France e dell’Académie Internationale de Philosophie des Sciences, è responsabile dell’Èquipe de Gravité Quantique del Centre de Physique Théorique dell’Università di Aix-Marseille. Ha pubblicato, fra l’altro, Cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (Mondadori, 2011), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (Raffaello Cortina, 2014) e Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi, 2014), che è stato tradotto in 40 lingue.

Le Tecniche – Strumenti di auto-conoscenza e auto-sviluppo, Paola

Le Tecniche – Strumenti di auto-conoscenza e auto-sviluppo, Paola (2004)

Qui non si tratta di imporre un punto di vista ma di comunicare un metodo di cui ognuno si avvarrà a suo piacere come di uno strumento.
– Goethe

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Le Tecniche esistono da quando esiste l’uomo, e ogni aspetto della vita trova disponibile una serie di tecniche per la sua miglior gestione. Pur sembrando “artifici”, in realtà le tecniche sono produzioni spontanee di supporto, nate dall’esperienza di uomini desiderosi di semplificare o di ottimizzare un processo, rendendolo poi disponibile altri.

Ormai siamo abituati a essere forniti di tecniche. Fin dall’infanzia ci viene insegnato il “metodo migliore per …” e meccanicamente facciamo nostri procedimenti e scorciatoie. In breve tempo otteniamo risultati che – prima che la tecnica venisse ideata – richiedevano ben altro impegno.

A prima vista, questo modo di procedere sembra rendere schiavi della fretta e del risultato, con conseguente perdita della creatività e cecità alla ricchezza dei particolari. Parlare quindi di Tecniche a favore della consapevolezza può sembrare contraddittorio.

La consapevolezza è uno stato naturale, solo che l’uomo, per la maggior parte del tempo, tende a farsi catturare dalle meraviglie del mondo esterno, ignorando se stesso fin quando non sente la necessità di tornare a conoscersi.

Amo definire le Tecniche come specchi, strutture e catalizzatori: dove questi tre aspetti si legano strettamente in un unico insieme.

Tralasciando l’elencazione di tecniche e caratteristiche, parto dal presupposto che chi legge abbia una qualche concreta esperienza in merito e, di conseguenza, ben sappia cosa e perché stia praticando, o cosa e perché abbia smesso di praticare.

Un aspetto che ritengo importante è l’uguaglianza del valore delle Tecniche: non c’è una Tecnica migliore di un’altra. La qualità del risultato è in mano al praticante. Questo può sembrare scontato ma non lo è, perché non tutte le Tecniche sono per tutti. Con questo non intendo le abilità personali (migliorabili) o la difficoltà intrinseca (superabile), ma proprio la “compatibilità” tra praticante e pratica: avere delle preferenze significa conoscere, rispettare e valorizzare il proprio “essere”.

A prescindere dalle classificazioni – fisiche, mentali, psicologiche, energetiche o quant’altro -, la pratica di una tecnica coinvolge in realtà tutti gli aspetti della persona. Questo perché l’uomo è sempre nella sua totalità, frammentato solo perché in tal modo vuole considerarsi. Le nuove scienze stanno ora scoprendo (con strumentazioni sofisticate e sensibili) le sottilissime ma forti interconnessioni mente-emozione-corpo-emozione-mente-corpo, circolo ininterrotto di scambi e comunicazioni. Aspetti sinora ignorati o sottovalutati che riserveranno notevoli sorprese in futuro.

TECNICHE E FILOSOFIA (PASSATO – PRESENTE – FUTURO)

Molti arrivano a praticare delle Tecniche perché hanno abbracciato una Scuola di Pensiero. Se vogliamo analizzare, anche chi pratica aerobica e body-building sta abbracciando una filosofia.

Chi ha avuto modo di girare di scuola in scuola, di palestra in palestra, ha una chiara idea della diversità-uguaglianza delle tecniche proposte. A volte ci si trova di fronte a tecniche che di nuovo hanno solo il nome, oppure definite innovative solo per piccoli differenti particolari, quando poi non sono altro che miscellanee di diversa provenienza e cultura.

Questo variegato mondo di proposte lascia in genere perplessi e fa scaturire interrogativi, dubbi e aspettative: funzionerà? – farà male? – sarà più efficace? – avrà controindicazioni? – sarò capace? – che garanzia ho che … ? – aumenterà la mia energia? – diventerò telepatico? – vedrò l’aura?, e così via … Come districarsi? A chi chiedere o credere?

Ogni Tecnica è nata in un luogo e in un’epoca: chi l’ha ideata è figlio del suo tempo e fratello dei suoi contemporanei. Sono prodotti di-e-in quel presente. Quello che ha senso ed efficacia in un contesto, variate le variabili – le condizioni spazio/tempo – può anche differire nella sua espressione …

Non penso che gli uomini siano “sempre uguali” a se stessi e, soprattutto, non c’è un uomo uguale a un altro. C’è chi crede che quello che si è acquisito può esser dimenticato ma non perduto, e la scienza conferma quanto siano differenti la mente e il fisico dell’uomo attuale rispetto a pochi decenni fa: non ultimi per gli stimoli ambientali e sociali con cui ci confrontiamo, e per la differente concezione di sé che l’uomo moderno occidentale vive. Le modifiche, più che opportune, sono spesso indispensabili.

La tecnica funziona non per la filosofia da cui è scaturita, ma perché agisce concretamente su alcune leve dello strumento umano. Ed è pur vero che le convinzioni personali sulla sua efficacia o non efficacia influiscono parimenti sul risultato. L’energia segue il pensiero portandone il colore, quindi la tecnica contiene un valore sensibile “attivato” o “disattivato” dal praticante e, parimenti, il praticante detiene quel valore sensibile – il pensiero – che attiva o disattiva la tecnica. L’intensa convinzione personale sulla correttezza della filosofia in cui è inserita la propria pratica è per molti garanzia di successo. E infatti, così è.

TECNICHE – STRUTTURE FUNZIONALI

Le Tecniche possono essere considerate delle strutture funzionali, in quanto nascono per uno scopo. Intendendo con questo che sono un mezzo e non un fine.

L’esecuzione della tecnica porta dei risultati “dentro” la persona, e questi risultati si riconoscono quando manifestati “fuori”. Lo scopo non entra nel merito di quanto bravi si è “a fare”, ma in ciò che “si sviluppa” nel fare. Le Tecniche sono strumenti di cui l’uomo dispone non per diventare qualcosa ma per manifestare chi già è e cosa già ha.

L’esercizio può solo portare alla luce le potenzialità più o meno espresse della persona. Praticare pensando di “diventare come …” è un pre-concetto limitante che può generare frustrazione, disaffezione e, infine, senso di fallimento o incapacità: esattamente il contrario di quanto ci si era preposto. Le tecniche correttamente utilizzate portano piacere, serenità e fiducia in se stessi.

Da qui nasce la necessità di trovare o scegliere una serie di tecniche che permettano lo sviluppo naturale e armonico delle caratteristiche individuali. Attraverso la pratica una persona impara essenzialmente a conoscersi: conosce i non-limiti del proprio corpo, le potenzialità sotto-utilizzate della propria mente e la forza motrice delle proprie emozioni. Proprie, e non di altri. Praticare una o più tecniche, simultaneamente o ciclicamente, permette di entrare in confidenza con il proprio essere più profondo, e scoprirlo immenso e stupefacente.

Le Tecniche si presentano con uno scopo principale manifesto diramandosi poi in molteplici realizzazioni “secondarie” – spesso non valorizzate o persino ignorate. Nulla che viene fatto rimane isolato, ma si riverbera – come un’eco nello spazio – colpendo di riflesso molte pareti. Chi pratica tecniche fisiche ne scopre i benefici in termini di maggiore lucidità e presenza mentale, rilassatezza e disponibilità verso il prossimo. Lo stesso vale per chi ama meditare e visualizzare: scoprendosi fisicamente rilassato e attivo, emotivamente equilibrato. E non è raro, affrontando tecniche di stampo psicologico, ritrovare la scioltezza del corpo.

La struttura è sempre funzionale a ciò che deve supportare. Per quanto il termine struttura tenda a essere associato all’idea di rigidità, deve prevedere invece una certa flessibilità, diversamente mancherebbe lo scopo. Lo scopo della struttura non è di bloccare ma favorire, cioè sostenere o impostare qualcosa che ha una necessità temporanea per potersi sviluppare correttamente e poi auto-reggersi. Una casa ben costruita non conserva indefinitamente ponteggi e impalcature; così pure la pianta inizialmente sorretta da un tutore giunge, prima o poi, a svellerlo.

Senza negare la sempre più sottile efficacia di molte tecniche con il passare del tempo, entrare in confidenza con la propria tecnica, significa anche avere una così intima conoscenza del processo interiore da sentirsi liberi di adattarla o sostituirla alle nuove esigenze che vanno proponendosi. Infatti, poiché alla pratica consegue un cambiamento, il lavoro può solo procedere riconoscendo il nuovo stato e, con questo e su questo, continuare e affinare. Anche qui, come sempre, il discernimento individuale è la misura per ogni cambiamento.

PRATICA – INDIVIDUALE E DI GRUPPO

Molte tecniche si possono fare sia individualmente che in gruppo. C’è chi predilige un modo, chi l’altro. È differente la sensazione o l’espressione che se ne può avere. Una modalità non è meglio dell’altra e ciascuna offre e rivela differenti opportunità e auto-percezioni ai praticanti. La preferenza rimane un fattore individuale.

È sensazione comune che il gruppo potenzia l’espressione acuendone l’intensità. Ci sono molti modi per osservare il tipo di energia che si sviluppa in un gruppo, ma trovo bello il senso di unità e di concretezza che tale lavoro lascia. Per esempio, nel gruppo si crea una maggior energia della somma delle parti, energia che permane nei singoli per il lavoro individuale anche a distanza di tempo: è per questo che il ritrovarsi periodico tende a favorire il successivo lavoro personale. Inoltre, con quelle tecniche che prevedono la condivisione dell’esperienza, tra i partecipanti emergono incredibili coincidenze e similarità, denominatori comuni che si riflettono all’elaborazione di ciascuno.

Gli stessi effetti sono spesso percepiti, da chi è più sensibile e aperto, anche quando il gruppo non si ritrova fisicamente nello stesso luogo, ma si dà un “appuntamento nel tempo” ignorando lo “spazio”. Così, chi non ha l’opportunità di ritrovarsi in un gruppo definito, può sempre sintonizzarsi con tutti quelli che al momento stanno praticando quella tecnica. Il mondo è pieno, giorno e notte, di gente che pratica: una percezione consapevole riconosce il non esser mai soli.

La pratica individuale ha dalla sua una maggiore libertà di risposta. Può apparire meno coinvolgente e a volte risulta più faticosa, ma lavora sull’esatta vibrazione dell’individuo. È un rapporto 1:1, dove la persona è circondata dalla sua energia e si permette di gestire in autonomia i propri stati e tempi interiori, lasciando affiorare sensazioni più direttamente collegate all’essenza personale.

Nel lavoro individuale a volte si tende a giudicare criticamente l’esperienza effettuando paragoni vari. Sono giudizi inutili: non ha senso standardizzare le aspettative o i risultati. Le tecniche agiscono su dei livelli così sottili e profondi da risultare inavvertiti alla consapevolezza ordinaria. Spesso chi ha avuto in prima battuta la sensazione di una pratica poco soddisfacente, nota in seguito l’emergere “a scoppio ritardato” di un’esperienza inattesa.

L’esercizio della tecnica è per sua natura nuovo e originale ogni volta, perché è la persona a essere ogni volta differente. Ed è con tale predisposizione al nuovo che ci si apre alla scoperta e all’apprezzamento delle differenze oltre che delle somiglianze; è con questa attenzione libera da condizionamenti che diventa visibile ciò che tende a scivolare nell’inosservato.

AUTO-CONOSCENZA E AUTO-SVILUPPO

Le tecniche hanno la funzione di catalizzatore della presa di coscienza individuale e sono come specchi interiori che rimandano all’osservatore la sua immagine. Non c’è nulla che sia aggiunto o tolto all’essere della persona. La tecnica contribuisce all’auto-riconoscimento, cioè il riconoscimento di sé. Il confronto tra ‘quanto si fa e quanto ritorna’ non deve essere visto come indice di successo o di fallimento, ma di una comprensione di se stessi che va ampliandosi.

Non si tratta di trovare motivazioni – per esempio: “perché la tecnica con me non funziona?” oppure “perché non mi riesce di …?”-, ma di osservare la risposta mediata dalla pratica, sia durante la tecnica stessa sia durante l’attività quotidiana. Qualsiasi tecnica si basa e prende come oggetto di lavoro un aspetto già presente in noi e nella nostra vita – in altre parole, si può lavorare solo su qualcosa che già c’è. E in realtà c’è già tutto, basta rendersene conto.

L’auto-riconoscimento porta in modo naturale all’auto-sviluppo perché viene spontaneo agire, a fronte di precise comprensioni, come detta la nuova visione.

Il prendere coscienza di sé è un momento particolarmente delicato e importante, e proprio per questo può creare timori e turbamenti. Questa presa di coscienza prevede una tale assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi, della propria vita e del proprio cammino, che molti preferiscono a questo punto abbandonarsi, affermando di non essere ancora pronti.

L’auto-sviluppo prevede la responsabilità e l’autonomia, impegni che spesso si assumono più verso l’esterno che verso l’interno, più nei confronti di altri che nei propri. Lo sviluppo armonico non prevede uni-direzionalità, ma espansione equilibrata ed equilibrante.

LE TRE CONSAPEVOLEZZE DELLA PRATICA

Le Tecniche hanno principalmente come scopo la scoperta della consapevolezza. Costantemente gli istruttori dirigono l’attenzione su cosa si sta facendo, come si sta facendo, quali parti sono interessate – il respiro, il movimento, il pensiero, l’emozione. Eseguire una pratica consapevolmente è un raggiungimento non da poco, pur essendo spesso solo un attimo fuggevole.

Volendo definire tale consapevolezza, la si potrebbe esprimere come meccanica – consapevole – applicata.

La Consapevolezza Meccanica: l’automatismo, la correttezza formale, l’abitudine, il dover o voler fare: l’orologio.

La Consapevolezza Consapevole è altrettanto chiara: quella che viene in genere richiesta e auspicata, percezione delle parti e del tutto – l’insieme : l’orologiaio.

Ci si accontenta, o si mira semplicemente, all’essere orologiaio (già apprezzabilissimo risultato) perché la terza consapevolezza è quella che generalmente sfugge: la Consapevolezza Applicata. Usare l’orologio per leggere l’ora.

Lo scopo della tecnica è realizzare qualcosa di pratico. Che senso ha sviluppare i muscoli mancando poi di aiutare a portare un peso? Che senso ha osservare il respiro, il pensiero, le emozioni in mezz’ora di meditazione o in una seduta di rebirthing, se quella stessa attenzione si spegne come la lampada nell’uscire dalla stanza?

Tutte le pratiche, tutte le tecniche, sono attrezzi usati per sperimentare e allenare il riconoscimento di quella consapevolezza che già c’è nella vita di tutti i giorni: ed è nella vita di tutti i giorni che l’essere consapevoli ha la sua ragione d’essere.

Praticare una tecnica è solo un frammento di spazio/tempo che ferma il riflesso di quello che “già sono-già ho”, è un momento di riconoscimento che ci si prende per abituare “noi a noi stessi”, sono attimi per staccarci dall’automatismo e allenarci a gestire aspetti di noi di solito trascurati, e nell’esperienza di questi preziosi istanti riconoscerci, apprezzarci, rivalutarci e trarre l’energia per vivere la consapevolezza che già abbiamo, perché è questo il tipo di consapevolezza, o di coscienza, che ci distingue.

UN PASSO OLTRE

Chi pratica le proprie tecniche con piacere e libero dai rigidi dettami dell’aspettativa propria o altrui, prima o poi giunge a scoprire qualcosa che neppure sapeva di avere/essere. Ci sono sfumature, nell’esperienza umana, che valicano di molto la semplice fisicità. Ci sono aspetti che non toccano la vita quotidiana, ma che cambiano la visione che se ne ha. Una pratica costante e rilassata, non rigida e forzosa, col tempo regala sensazioni più sottili ai cinque sensi, al pensiero e all’emozione, trasformando la percezione che si ha del solito mondo in un “mondo speciale”.

È ormai accertato che molte tecniche inducono a degli stati di coscienza definiti “alterati”. Chi non ha avuto un’esperienza diretta, a volte li suppone come una sorta di intontimento e vacuità: nulla di più estraneo, è esattamente l’opposto. Lo stato di coscienza che va sviluppandosi prevede maggiore sensibilità agli stimoli più sottili ed evanescenti, ma senza perdere il contatto con il mondo fisico definito “materiale”. Per esempio, le intuizioni avvengono in questo stato parallelo all’attività della veglia.

CONCLUDENDO

Riprendendo i tre termini che mi sono sembrati meglio sintetizzare i loro molteplici aspetti, le Tecniche sono:

*specchi – che rimandano in mille riflessi immagini di noi stessi nelle nostre differenti forme, capacità e potenzialità, permettendo all’osservatore di osservare e conoscere se stesso.

*strutture – funzionali con il potenziale dello sviluppo e dell’adattamento.

*catalizzatori – che stimolano risposte inespresse giacenti nella totalità dell’essere Essere Umano.

Nell’esercizio si va a ri-svegliare l’essere percettivo, in quanto l’osservazione degli stati fisici, emotivi e mentali, fa scattare anche il riconoscimento di chi sta percependo tali stati.

Parlare delle Tecniche è parlare dell’Uomo, perché sono nate dall’uomo e per l’uomo. Come l’uomo sono sempre uguali e nel contempo diverse, si adattano all’ambiente e alle necessità, si sviluppano e migliorano, si moltiplicano e caratterizzano, si mettono alla prova e correggono, si trasformano e si inventano.

Praticare delle Tecniche è un atto creativo su molti piani di coscienza e livelli di comprensione, e permette di vivere e ammirare più profondamente le meraviglie anche di quella parte della Creazione che siamo Noi. —

Paola – Estendere i confini, 1

Come essere stoici, M. Pigliucci (Libri)

Come essere stoici–Riscoprire la spiritualità dei classici per vivere una vita moderna, Massimo Pigliucci – Garzanti

(Estratto cap. 1)

In tutte le culture che conosciamo, siano esse secolari o religiose, ispirate o meno ai medesimi principi morali, una tra le questioni fondamentali è come l’uomo debba vivere: in che modo dovremmo affrontare le difficoltà e le avversità della vita? Quale condotta dovremmo tenere in questo mondo e come dovremmo comportarci con gli altri? E la domanda più importante: come prepararci al meglio per la prova ultima a cui sarà sottoposto il nostro carattere, vale a dire la morte?

(…) Per quanto mi riguarda, sono diventato uno stoico. Con questo non voglio dire che ho cominciato a mantenere un contegno impassabile e a reprimere tutte le mie emozioni. Nonostante ami molto il personaggio del signor Spock (per il quale sembra che il creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, si sia effettivamente ispiranto a quanto conosceva – una conoscenza direi piuttosto superficiale – della dottrina stoica), uno degli equivoci più diffusi è infatti quello di ritenere che, per essere stoici, occorra assumere esattamente un atteggiamento di questo tipo. In realtà, lo scopo dello stoicismo non è reprimere o celare le emozioni ma riconoscerne l’esistenza, riflettendo su ciò che le ha provocate, e canalizzarle, usandole a proprio vantaggio; lo stoicismo insegna che esistono cose che dipendono da noi e altre invece che non sono in nostro potere, e a convogliare i nostri sforzi sulle prime senza sprecare tempo con le seconde.

Essere stoici significa perseguire l’eccellenza e adottare un comportamento virtuoso, trascorrendo il nostro tempo su questo mondo cercando di esprimerci al meglio delle nostre capacità senza mai perdere di vista la dimensione morale delle nostre azioni.

I dodici principi dello stoico

  1. Evitare reazioni affrettate
  2. Ricordarsi della transitorietà delle cose
  3. Scegliere obiettivi in nostro potere
  4. Essere virtuosi
  5. Prendersi un momento e respirare profondamente
  6. Mettere i problemi in prospettiva
  7. Parlare poco e bene
  8. Scegliere in modo accorto le proprie compagnie
  9. Rispondere agli insulti con l’umorismo
  10. Non parlare troppo di sè
  11. Parlare senza giudicare
  12. Riflettere sulla giornata appena trascorsa

Massimo Pigliucci (1964) insegna Filosofia presso la City University of New York, e cura due blog di successo: Plato’s Footnote e How To Be a Stoic. Vedi anche Wikipedia/MassimoPigliucci.

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In questo blog alcuni articoli di Massimo Pigliucci in “Consigli Stoici