Chi non traduce rinuncia a pensare, L. Canfora (da Corriere della Sera, 2013)

Tradurre è la più vitale delle attività umane. Il cammino della civiltà è una incessante traduzione. Lo capì, ad esempio, un greco d’Asia, che si chiamava Erodoto, il quale vide quanto dal mondo religioso egizio fosse passato nel pantheon greco. I popoli che non traducono, in propria lingua, la civiltà (letteraria, artistica, filosofica, religiosa, scientifica) degli altri o diventano pericolosi o, se non possono essere aggressivi, si condannano al sottosviluppo. Prima o poi se ne renderà conto (al di là dell’attuale suo euforico monolinguismo) il mondo anglosassone, nonostante la forza economico-militare con cui impone agli altri il proprio idioma. Cioè il proprio modello.

Ad Alessandria, nel III secolo a.C. convergevano le culture del mondo conosciuto e schiere di traduttori furono all’opera, come narra un bene informato dotto bizantino, per tradurre da ogni idioma in greco. Non si comprenderebbe la portata di quell’immenso fenomeno che fu l’Ellenismo — in cui si collocano le grandi «letterature di traduzione», da quella latina a quella araba — se non si tenesse conto dell’autentico «dialogo del genere umano» che è, da sempre, il tradurre. E non è un caso che «l’unità del genere umano» e la visione della Terra come «patria comune di tutti gli uomini» fossero i capisaldi delle principali filosofie ellenistiche, quantunque tra loro contrapposte su altri piani.

Almeno dall’Umanesimo in avanti, il tradurre fu pratica fondativa e formativa non più solo nel contatto vivente tra «mondi» concomitanti e persino rivali, bensì, e in pari misura, verso i «mondi» del passato: cioè verso gli antichi e il formidabile loro lascito scritto, scampato all’usura del tempo. L’Umanesimo divenne moderno interrogando, e perciò traducendo, gli antichi greci e romani. Una interrogazione, tutt’altro che tranquilla e passiva, temprata nell’esercizio del comprendere a fondo ciò che l’attività di copia, sulla scala dei millenni, aveva portato a salvazione. Fu quella una interrogazione che, avendo generato e nutrito il Principe e i Discorsi del Machiavelli, il Novum Organum di Bacone e il Sidereus Nuncius di Galilei, può considerarsi a buon diritto l’architrave della modernità. Che ci riguarda tuttora, direttamente.

Un tale imponente fenomeno non si sarebbe dato senza lo sforzo di attrezzarsi a comprendere — cioè a tradurre — quegli antichi nostri interlocutori.

Ma dove nasceva la difficoltà? Non solo nella profondità del pensiero di cui appropriarsi, ma soprattutto nella lontananza. Ed è appunto tale lontananza che fece e fa tuttora di quell’esercizio, di quello sforzo di interrogazione, un cantiere sempre aperto, sempre provvisorio, sempre passibile di prospettive prima non viste. La lontananza infatti comporta che quel lavorio sempre provvisorio del tradurre, consistente nel «colmare i silenzi del testo» (per dirla con Ortega y Gasset), divenga — proprio in ragione della distanza epocale — di gran lunga più arduo e soggettivo che nel tradurre da un contemporaneo. Il quale condivide o combatte le nostre stesse passioni e convinzioni, ha con noi necessariamente tanti presupposti in comune, e perciò, pur in altro idioma, parla non di rado il nostro linguaggio. «Non si può comprendere fino in fondo quella stupenda realtà che è il linguaggio — scriveva Ortega — se non si parte dalla consapevolezza che la lingua è fatta soprattutto di silenzi. Un essere che non fosse capace di rinunciare a dire molte cose sarebbe incapace di parlare. Ogni lingua è una equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi». E prosegue: «Ogni popolo tace alcune cose per poterne dire altre. Perché sarebbe impossibile dire tutto. Da questo deriva l’enorme difficoltà della traduzione: essa consiste nel dire in una lingua proprio ciò che l’altra tende a tacere. Ma allo stesso tempo si intravede quell’aspetto del tradurre che può costituire una magnifica impresa: la rivelazione dei mutui segreti che popoli ed epoche si nascondono reciprocamente». E perciò egli conclude il saggio, felicemente intitolato Miseria e splendore della traduzione, con le parole di Goethe: «Ciò che è umano è vissuto completamente soltanto da tutti gli uomini nel loro insieme».

In questa straordinaria sintomatologia e diagnosi dell’atto del tradurre è racchiusa la spiegazione di ciò che vediamo così spesso sfuggire alla miopia utilitaristica dei falsi riformatori, da sempre protesi a scacciare «l’aoristo passivo» (vedi Andrea Ichino, «Corriere», 21 ottobre) dal Liceo: cioè dalla scuola più completa e perciò davvero utile.

Non sarà sfuggito quel cenno di Ortega a «popoli ed epoche». Lo sforzo di tradurre gli antichi, infatti, è quello che comporta il massimo di capacità intuitiva. Chi ha avuto, o per avventura tuttora conserva, una qualche familiarità col patrimonio scritto greco-latino, sa quanto il valore del singolo termine (spesso polisemico e passibile persino di sfumature opposte di senso) si chiarisca solo se si è prodotta l’intuizione di ciò che l’intera frase significhi. E per converso la frase prenderà piena luce soprattutto dalla comprensione delle parole principali che la compongono. È in questa circolarità che si produce il salto verso la comprensione- intuizione. È in questa circolarità che si comprende cos’è il conoscere. È grazie a questa circolarità che si approda al sapere scientifico. In questo senso un promettente linguista approdato alla militanza politica, Antonio Gramsci, scrisse nei Quaderni del carcere che si studia il latino non già per imparare a parlare latino ma per imparare a studiare.

Chi ebbe la felice opportunità di cimentarsi nella comprensione del lascito scritto di quei remoti nostri interlocutori sa che un siffatto processo interpretativo non è mai dato una volta per tutte. Ovviamente è proprio nel cimento scolastico che si mette in moto quel processo. Nel suo nascere e man mano affinarsi nella testa degli scolari esso ha efficacia, forse incomparabile, per il continuo trapassare dall’intuizione alla sintesi. A questo «serve» il tradurre gli antichi a scuola.

Fonte originale: http://lettura.corriere.it/chi-non-traduce-rinuncia-a-pensare/

Addomesticare le emozioni distruttive, intervista a D. Goleman (da Innernet, 2008)

La meditazione può cambiare il cervello? Daniel Goleman, autore del best seller Intelligenza emotiva, dà delle risposte sorprendenti. Recenti ricerche ci dicono che il cervello è estremamente plastico, a patto che attraversiamo esperienze sistematiche e ripetute; in questo senso le pratiche meditative sembrano le migliori per trasformare le emozioni distruttive.

Nel suo libro Emozioni Distruttive, in collaborazione con il Dalai Lama, riporta le ricerche sul cervello e sulla meditazione e suggerisce una via per lavorare sulle emozioni distruttive.

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Nel tuo nuovo libro, Emozioni distruttive, scrivi che “riconoscere e trasformare le emozioni distruttive è il cuore della pratica spirituale”. Puoi dirci cosa intendi con “emozioni distruttive”?

Daniel Goleman: Esistono due punti di vista: uno orientale, l’altro occidentale. Secondo il punto di vista occidentale – quello della scienza e della filosofia moderne – le emozioni distruttive sono quelle che provocano un danno a se stessi o agli altri. E “danno”, qui, è inteso nel senso più ovvio: fisico, affettivo, sociale. Il punto di vista orientale è più sottile. La concezione buddista, così come è emersa dalle conversazioni con il Dalai Lama alla conferenza intitolata “Mind and Life” nel marzo 2000, è che le emozioni distruttive sono quelle che disturbano il proprio equilibrio interiore, mentre quelle sane favoriscono l’equilibrio della mente. (continua)

Articolo completo: http://www.innernet.it/addomesticare-le-emozioni-distruttive/

Il Natale è una festa pagana o cristiana? — Ad Maiora Vertite

Quando si mette a confronto una festa pagana ed una cristiana è sempre difficile rispondere, e la questione va osservata da numerosi punti di vista. La data del Natale cristiano cade il 25 dicembre, ed alcuni apologeti cristiani hanno identificato questa data con il Sole Invitto di introduzione Aureliana. Questa notizia tuttavia non è suffragata…

Il Natale è una festa pagana o cristiana? — Ad Maiora Vertite

Nada Yoga, lo Yoga del suono – dal sito “Amadeux.net”

Nada Yoga, lo Yoga del suono – da “Amadeux.net”

Testi compilati e supervisionati da Marco Stefanelli
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Il Nada Yoga, lo yoga del suono, è un aspetto dello yoga che utilizza il suono, i mantra e la musica al fine di raggiungere la meta dello yoga: l’integrazione della personalità, la ri-connessione con il Divino e la realizzazione spirituale. Alain Danielou definisce lo yoga “la scienza della reintegrazione totale”. Lo yoga dunque è un’integrazione armoniosa di corpo, mente e spirito. Per conseguire questo obiettivo, lo yoga dispone di molte tecniche psicofisiche, tra cui quelle del Nada Yoga.

Prima di addentrarci nello specifico però è opportuno comprendere che lo yoga è soprattutto uno stile di vita, uno stato di coscienza proteso verso l’unità, l’armonia e l’equilibrio. Nella Bhagavad Gita, infatti, Sri Krishna spiega ad Arjuna:

“Lo yoga non è per chi mangia troppo o troppo poco; non è per chi dorme troppo o troppo poco; lo yoga è la condizione di chi è equilibrato nelle attività quotidiane, nel lavoro e nel riposo. Questo yoga distrugge i conflitti ed elimina la sofferenza”.

Da questi insegnamenti si evince che lo yoga non può essere solamente un insieme di tecniche, pur raffinate che siano. Lo yoga dunque è l’espressione di un’attitudine interiore di equilibrio, di una consapevolezza che abbraccia l’universo intero nell’armonia. Le tecniche dello yoga, come il Nada Yoga, vanno perciò intese come uno strumento per ri-educare la mente e il corpo nel ritrovare la nostra attitudine interiore illuminata della pura consapevolezza. (segue)

Articolo completo: Nada Yoga, lo Yoga del suono – dal sito “Amadeux.net”

Prologo, J. O’Donohue (da Anam Cara)

Prologo, John O’Donohue (dal libro “Anam Cara”, Ed. Corbaccio – fuori catalogo)

È strano essere qui. Il mistero non ci lascia mai soli. Dietro la nostra immagine, dietro le nostre parole, prima dei nostri pensieri, dietro la nostra mente, il silenzio di un altro mondo è in attesa. Un mondo vive in noi; nessun altro può portarci notizie di questo mondo interiore.

Ognuno è un artista: aprendo le labbra, facciamo uscire suoni dalla montagna che giace sotto l’anima; questi suoni sono le parole. Il mondo è pieno di parole; sono tanti a parlare senza sosta, ad alta voce, quietamente, nelle stanze, per strada, alla televisione, alla radio, sul giornale, nei libri. Il rumore delle parole trattiene per noi quello che chiamiamo mondo. Prendiamo suoni gli uni dagli altri e facciamo progetti, predizioni, benediciamo e bestemmiamo. Ogni giorno, la nostra tribù di linguaggio tiene insieme il mondo. L’emissione delle parole rivela quanto ciascuno di noi inesorabilmente crei. Ogni persona porta il suono fuori dal silenzio e convince l’invisibile a farsi visibile.

Gli esseri umani sono nuovi, qui; sopra di noi, le galassie danzano verso l’infinito; sotto i nostri piedi, è l’antica terra e di questa argilla siamo splendidamente plasmati. La più piccola pietra, tuttavia, è milioni di anni più vecchia di noi. Nei nostri pensieri l’universo silenzioso cerca un’eco.

Un mondo sconosciuto vuole essere riflesso: le parole sono gli specchi inclinati che fermano i nostri pensieri. Fissiamo lo sguardo in queste parole-specchi e cogliamo barlumi di significato, di appartenenza e protezione; dietro le loro lucenti superfici sono tenebra e silenzio. Le parole sono come il dio Giano, guardano all’interno e all’esterno contemporaneamente.

Se finiamo per assuefarci all’esterno, la nostra interiorità ci abbandonerà e saremo affamati di un desiderio che nessuna immagine, nessuna persona o azione potrà placare. Per rimanere integri dobbiamo restare fedeli alla nostra vulnerabile complessità; per mantenere il nostro equilibrio dobbiamo tener legati l’interno e l’esterno, il visibile e l’invisibile, il noto e l’ignoto, il temporale e l’eterno, il vecchio e il nuovo. Nessun altro può affrontare per noi questo impegno: siamo l’unico accesso a un mondo interiore.

Questa sanità è anche santità: essere santi significa essere naturali, amare i mondi che giungono a equilibrio in noi. Dietro alla facciata di immagine e distrazione, ogni persona è un artista in questo primario e ineludibile senso: ciascuno di noi è destinato e privilegiato a essere l’artista interiore che possiede un mondo unico e gli dà forma.

La presenza umana è un sacramento creatore e tumultuoso, un segno visibile della grazia invisibile. In nessun altro luogo esiste un accesso così intimo e spaventoso al mistero. L’amicizia è la dolce grazia che ci rende liberi di avvicinare, riconoscere e abitare questa avventura. Questo libro vuole essere uno specchio inclinato che ci permetta di intravedere la presenza e la potenza dell’amicizia interiore ed esteriore.

L’amicizia è una forza creatrice e sovversiva, o pretende che l’intimità sia la legge segreta della vita e dell’universo. Il viaggio dell’uomo è un continuo atto di trasfigurazione; se lo accostiamo nell’amicizia, ciò che è ignoto, impersonale, negativo e minaccioso a poco a poco rivela la sua segreta affinità con noi.

In quanto artista, l’uomo è sempre attivo nella rivelazione. L’immaginazione è la grande amica dell’ignoto, incessantemente essa invoca e libera la potenza del possibile. L’amicizia, dunque, non deve essere ridotta a un rapporto esclusivo o sentimentale; è una forza ben più estesa e intensa.

Il pensiero dei celti non fu deduttivo nè sistematico. Nella loro speculazione lirica, tuttavia, essi portarono a espressione la sublime unità di vita ed esperienza. Il pensiero celtico non era oppresso dal dualismo, non separava quanto si appartiene. L’immaginazione celtica esprime chiaramente l’amicizia interiore che stringe in un unico abbraccio Natura, divinità, mondo sotterraneo e mondo umano. Il dualismo che separa il visibile dall’invisibile, il tempo dall’eternità, l’umano dal divino era totalmente estraneo a loro; il sentimento di un’amicizia ontologica produceva un mondo di esperienza permeato di una ricca trama di differenza, ambivalenza, simbolismo e immaginazione. Per la nostra dolorosa e tormentata separazione, la possibilità di questa amicizia ricca di fantasia e unificante è il dono dei celti.

La concezione celtica dell’amicizia tova ispirazione culmine nella sublime nozione dell’anam cara. Anam è la parola gaelica per anima; cara quella per amico. Anam cara significa perciò anima- amica. L’anam cara era una persona cui si potevano confidare i segreti più intimi della propria vita; questa amicizia era un atto di riconoscimento e appartenenza. Se si aveva un anam cara, l’amicizia sfidava ogni convenzione e categoria.

Prendendo ispirazione da ciò, nel Primo capitolo esploreremo l’amicizia tra le persone, dove è centrale il riconoscimento e il risveglio dell’antica appartenenza tra due amici. Poiché il cuore dell’uomo non è mai nato definitivamente, l’amore è il continuo nascere della creatività dentro e fra di noi. Esamineremo il desiderio come presenza del divino, e l’anima come dimora dell’appartenenza.

Nel Secondo capitolo delineeremo una spiritualità dell’amicizia con il corpo. Il corpo è la nostra casa di argilla, la nostra unica dimora nell’universo. Il corpo è nell’anima: questo riconoscimento gli conferisce una dignità sacra e mistica. I sensi sono soglie divine: una spiritualità dei sensi è una spiritualità della trasfigurazione.

Nel Terzo capitolo affronteremo l’arte dell’amicizia interiore. Quando cessiamo di temere la solitudine, una nuova creatività si risveglia in noi; il benessere interiore, dimenticato o trascurato, inizia a rivelarsi. Facciamo ritorno a casa dentro di noi e impariamo a restarvi. I pensieri sono i nostri sensi interiori; permeati di silenzio e solitudine, portano alla luce il mistero del paesaggio interiore.

Nel Quarto capitolo rifletteremo sul lavoro come poetica di crescita. L’invisibile anela a farsi visibile, a esprimersi nelle nostra azioni. È questo il recondito desiderio alla base del lavoro. Quando la nostra vita interiore può mostrarsi amica del mondo esterno del lavoro, una nuova immaginazione si risveglia e grandi cambiamenti hanno luogo.

Nel Quinto capitolo affronteremo la nostra amicizia con la vecchiaia, il Tempo del raccolto della vita. Studieremo la memoria come il luogo in cui nostri giorni svaniti si raccolgono in segreto, e comprenderemo che il cuore appassionato non invecchia. Il tempo è l’eternità che vive pericolosamente.

Nel Sesto capitolo metteremo alla prova l’amicizia necessaria con il nostro compagno originario e definitivo: la morte che, invisibile, fin dalla nascita cammina con noi sul sentiero della vita. La morta è la grande ferita dell’universo, l’origine di ogni paura e negatività. L’amicizia con la nostra morte ci permetterà di celebrare l’eternità dell’anima che la morte non può colpire.

L’immaginario dei celti amava il cerchio, riconosceva come il ritmo dell’esperienza, della natura e della divinità seguisse un modello circolare. Anche la struttura di questo libro segue il ritmo circolare: si apre affrontando l’amicizia come risveglio ed esplora poi i sensi come soglie immediate e creatrici. Ciò pone il fondamento per una valutazione positiva della solitudine, che a sua volta cerca espressione nel mondo esterno del lavoro e dell’azione. Man mano che le nostre energie esterne diminuiscono, siamo messi di fronte al compito dell’invecchiamento e della morte. Questa struttura segue il circolo della vita che si dirige a spirale verso la morte e tenta di illuminare il profondo invito che essa offre.

Questi capitoli si chiudono in cerchio attorno a un nascosto, silenzioso Settimo capitolo, che abbraccia l’antico innominato nel cuore della personalità umana. Qui ha sede l’indicibile, l’ineffabile. In sostanza, questo libro ricerca una fenomenologia dell’amicizia in forma lirico-speculativa, prendendo ispirazione dall’implicita e lirica metafisica della spiritualità celtica. Più che una frammentaria analisi erudita, si propone come una riflessione in qualche modo più ampia, un colloquio interiore con l’immaginario celtico, nel tentativo di tematizzarne l’implicita filosofia e spiritualità dell’amicizia. —

– Estratto da “Anam Cara”, di John O’Donohue – edizione italiana Corbaccio (al momento fuori catalogo) Traduzione di Annalisa Agrati

John O’Donohue (1956-2008)

(Vedi anche – Nel mondo eterno, tempo e spazio sono diversi?)

Le divinità degli antenati nel Culto Romano — da Ad Maiora Vertite

Il culto per i morti è – nelle scienze umane – tra i più interessanti essendo il più antico e quello che ci lascerebbe intravedere da dove si origina la cultura (e quindi la civiltà). È quel momento in cui – vedremo a breve quando – l’essere umano introduce nella propria natura delle azioni che lo renderanno differente dagli…

Le divinità degli antenati nel Culto Romano —